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14/03/2010

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Tra pochi giorni uscirà sul grande schermo, la versione cinematografica in 3D che Harry Selick ha diretto del bellissimo libro di Neil Gaiman. E’ noto che dietro Harry Selick si nasconde l’amico e socio Tim Burton, eminenza grigia di quest’opera. La coppia è da brivido. Anche perchè la storia lo è già di suo. Nato come testo per bambini, Coraline, questo il titolo, si rivela presto essere molto di più, o comunque di diverso. Certo non consigliabile per uno dei nostri pargoli fifoni ed impressionabili, data la tensione che trasporta tutto il testo. Non consiglio infatti la visione a bambini piccoli, e anche per i più grandicelli è tutto da verificare, a meno che non si siano già fatti – come si dice – le ossa (mai proverbio fu più azzeccato!) con La sposa Cadavere, Nighmare before Christmas, e gli altri film di Tim Burton. Coraline è una favola nera in cui una bambina, intelligente e arguta, si ritrova ad esplorare questa vecchia casa dove molte porte si aprono su stanze e corridoi che lasciano immaginare molto su cosa potrebbe esserci al di là della portata dello sguardo. Le disavventure di Coraline hanno inizio con trasloco della sua famiglia in questa vecchia casa. Nella casa ci sono tredici porte che permettono di entrare e uscire da stanze e corridoi, e Coraline annoiata nei giorni precedenti l’inizio della scuola, inizia l’esplorazione del labirinto di porte e corridoi. Ve ne è però anche un’altra, la quattordicesima, che dà su un muro di mattoni. Un giorno, misteriosamente il muro di mattoni svanisce e Coraline si ritrova a percorrere un lungo corridoio buio, al termine del quale si ritrova in una casa, del tutto identica alla sua, in cui vive una donna straordinariamente somigliante alla madre. L’Altra madre ha lunghi denti, bottoni al posto degli occhi, capelli che si muovono come serpi e unghie simili ad artigli. A differenza della vera madre, che a causa del lavoro lascia la figlia spesso da sola, l’Altra madre è molto premurosa con Coraline. La donna non tarderà però a tradire la sua vera natura e quando la bambina cercherà di scappare sigillerà il suo mondo e rapirà i suoi veri genitori. Con l’aiuto di un gatto nero parlante, Coraline dovrà affrontare le sue paure, i vicini di casa trasformati in mostri e l’altro padre. Coraline quindi si ritrova in un mondo al di là del tunnel, un mondo tutt’altro che piacevole, in cui verrebbe da lasciarsi prendere dal panico, ma che invece Coraline affronta con coraggio e lucidità. Le figure che incontra, a partire dall’altra madre, colei che cerca di rubarle gli occhi , dall’altro padre e dai vicini di casa trasformati, sono sconfitti uno dopo l’altro, fino a ritrovare la strada giusta per il ritorno, novello Pollicino. Nella scia di una tradizione che da Alice in the wonderland , fino a La città incantata , Coraline ci pone di fronte allo sguardo ciò che per ogni bambino o adolescente è il problema per definizione, la questione con cui fare i conti ogni giorno: il distacco dalla famiglia, sia nel senso della sua mancanza, sia nel senso della inevitabile lutto da elaborare con il passare degli anni. La presa di coscienza della distanza incolmabile, della misura che ormai si è riempita, del solco che il tempo ha tracciato tra il fanciullo ed i suoi genitori, che è per Coraline un momento di una estrema gravità. Difatti oscilla tra l’euforia della libertà e l’angoscia dell’indipendenza, in un tentativo estremo di ricostruire il rapporto in una condizione diversa, nuovamente rassicurante ma che lasci l’illusione dell’autonomia. I genitori di Coraline brillano per l’assenza, sia metaforica che reale, e lei deve trovare aiuto in nuovi e ben strani amici, di cui deve decidere se fidarsi, o meno. E’ senza ombra di dubbio un romanzo di formazione, e Gaiman più che altro mostra a noi genitori il punto di vista dei piccoli, il modo in cui percepiscono le nostre assenze, e le nostre piccolezze. Il libro è impreziosito dalle splendide immagini di Dave McKean, ed ha vinto innumerevoli premi in tutto il mondo.

Pubblicato su Tra gli scaffali


Questo non è un libro nuovo, anzi è un testo che ormai ha sette anni, poiché la prima pubblicazione è del 2002. Ma è come se fosse stato scritto stamattina, quanto le problematiche poste sul tavolo allora sono diventate oggi pane quotidiano. Sull’onda del grande successo ottenuto da questa ricerca, e dal di poco precedente Odissee, è stato messo in scena uno spettacolo teatrale, portato in tournée dalla compagnia di Gualtiero Bertelli, sono nati gruppi di ricerca, altri libri, ed anche siti internet, tra cui il fondamentale Orda.it. D’altronde, il libro è assolutamente eccezionale, una ricerca – in quel momento – unica nel suo genere, per profondità e spessore scientifico, per umanità e capacità artistica. Oggi l’encomiabile lavoro di ricerca compiuto da Gian Antonio Stella ha trovato discepoli e continuatori in altri giornalisti, come Fabrizio Gatti, Stefano Liberti e Giovanni Maria Bellu, ma allora era unico, testimone solitario di una indecente ingiustizia. Centinaia e centinaia di esempi, di racconti, di fatti, a testimonianza del nostro passato perduto. Un dato su tutti (che toglie il fiato): tra il 1870 ed il 1970, l’emigrazione esterna (quindi escludendo quella che ha portato milioni di italiani dal sud al nord Italia) ha coinvolto 27 milioni di persone. Vuol dire in sostanza che ognuno di noi ha un nonno, un padre, uno zio, partito per ‘Merica, o ‘Stralia, per la terra promessa. E’ spaventoso come tutto questo oggi sia stato rimosso dalla memoria collettiva: nessuno ne parla. Forse per paura di scoprire che eravamo molto peggio degli africani o degli albanesi che oggi vivono tra noi. Quasi trenta milioni di Italiani erano considerati la feccia dell’umanità: in America per molto tempo sono stati completamente assimilati ai neri, in termini di diritti, ed in Svizzera ancora trent’anni fa le discriminazioni nei nostri confronti erano pesantissime («Ingresso vietato agli arabi ed agli italiani» dicevano i cartelli sui negozi di Zurigo, Berna e Ginevra). Non senza ragioni: le comprensibili rimostranze per una innegabile piccola delinquenza straniera oggi in Italia, erano decisamente più accentuate nei confronti di noi Italiani che moltiplicavamo per cento il livello di violenza. La percentuale di omicidi pro capite in Italia nel 1861 era 120 volte quella odierna. Siamo stati omicidi, papponi, magnaccia, ladri, farabutti, pedofili, venditori dei nostri figli e delle nostre mogli: insomma, esseri umani, nel bene e nel male, e questo ha portato nella storia a feroci rappresaglie nei nostri confronti. Certo non giustificate, ma storicamente comprensibili. Ma soprattutto che servono a rileggere con una luce differente ciò che succede oggi in Italia. Un libro da leggere nelle scuole, da regalare ai figli, ed ai loro amici, ma fondamentale anche per chi ha già una certa maturità (o almeno ritiene di averla). Un libro che soprattutto riscrive la nostra storia. Raramente si incontrano testi così importanti, così densi di realtà: un vero mondo nuovo si apre dalla lettura di questo testo, un pezzo della nostra storia che è stato, e volutamente, censurato dalla storiografia ufficiale.

Pubblicato su Tra gli Scaffali.


Tra pochi giorni, il 13 giugno, cade il trentennale della morte di Efstratios Demetriou, meglio noto in Italia come Demetrio Stratos. In questi giorni le iniziative si sprecano, e gli articoli sulle riviste – più o meno specializzate – raccontano – più o meno bene – cosa fu l’avventura degli AREA e di Demetrio Stratos. Demetrio morì di leucemia fulminante, quindi in modo inaspettato e trasparente, senza lasciare adito a dubbi o dietrologie di nessun tipo. Non è certo possibile in poche battute descrivere l’esperienza musicale degli AREA, un progetto a tutto campo che, decontestualizzando le tecniche delle singole codifiche, ritrovava senso specifico al progressive, al folk, al Jazz, al Rock, e perfino alla musica classica (indimenticabile il Massacro di Brandeburgo in Sol maggiore) per proporre qualcosa d’assolutamente altro. Ogni forma di sperimentazione era possibile. In un brano di Mauditis viene inserito come strumento un lamarasoio a batterie Philips, e nello stesso disco si racconta di come durante un concerto il pubblico avesse costruito delle piramidi con le sedie, mentre altri spettatori giravano intorno in moto. Gli AREA sono stati in assoluto – e ad una distanza stellare dal secondo classificato – il più importante gruppo musicale italiano. Posso dire questo indipendentemente dal piacere che uno possa o non possa provare nell’ascolto della loro musica, ma in funzione della loro ricerca, in merito a ciò che hanno dato a chi è venuto dopo di loro. Con loro la musica italiana ha fatto un balzo in avanti di trent’anni, ed ancor oggi gli AREA sono totalmente inattuali. Stratos in particolare, è ricordato, oltre che per il lavoro con gli AREA, per un’importante esperienza solista, per lo più centrata su sperimentazioni e ricerche vocali. Il suo studio della voce come strumento, memore dell’esempio dei vocalist più avanzati della musica neroamericana come Leon Thomas, lo portò in seguito a raggiungere risultati al limite delle capacità umane: nella sua massima esibizione raggiunse i 7000 Hz (un “normale” tenore può arrivare mediamente i 523 Hz, mentre un soprano – quindi una donna – può raggiungere i 1046 Hz) ed era in grado di padroneggiare diplofonie, trifonie e quadrifonie (due, tre e quattro suoni contemporaneamente emessi con la voce). Compì ricerche di etnomusicologia ed estensione vocale in collaborazione con il CNR di Padova e studiò le modalità canore dei popoli asiatici. Grazie alle già notevoli doti innate, alle tecniche acquisite, e agli studi del Cnr, riuscì a raggiungere risultati che rimangono ancora ineguagliati (grazie a Wikipedia per gli aspetti tecnici sull’estensione vocale). La voce – pensava Stratos – è prima della parola e della scrittura, è all’origine di ogni espressione e di ogni linguaggio. Il suono aggiunge un altro testo al testo scritto, per cui il poeta che recita una propria lirica compie un’operazione metatestuale, che aggiunge il corpo al testo scritto. Ogni lettura di un libro produce un altro libro attraverso la voce. Il senso di un testo, per dirla con Paul Valéry, indugia fra volontà di senso e volontà di suono. Quando entra in campo il suono si crea un ritmo fatto di ripetizioni, cioè di ritorni di accenti, di ritorni di fonemi,di ritorni di pause, di ritorni di timbri. L’articolazione è l’esecuzione di una partitura mai uguale nel significato. L’avanguardia storica, legata all’arte come produzione tecnica e a una concezione del linguaggio come materia prima del lavoro poetico, e l’avanguardia post-artaudiana, interessata a dare espressione alla fisicità, alle passioni e agli umori del corpo, sono accomunate dal supremo sforzo di emancipare il linguaggio dalla significazione. Il grado zero del linguaggio risiede secondo R.Barthes nel “volume della voce cantante e dicente”, nella musica delle lettere che vanno dal silenzio al grido. E’ in questo crogiuolo culturale del decostruzionismo, che si è mossa la ricerca sulla voce-musica di Stratos. Dall’osservazione della “fase di lallazione” della figlia Anastassia, allo specchio sonoro della voce del bambino, alle flautofonie di due voci che, imitandosi, tessono un canone, alle diplofonie per cui si possono ottenere più suoni contemporaneamente, è scaturito il progetto del musicista greco di andare oltre al concetto di voce come canale di trasmissione. La voce, il suono, sono eco del silenzio, sono autoreferenziali, hanno un significato in sé e per sé e vanno sviluppati nelle loro potenzialità nascoste. Ed ecco che l’incontro con John Cage a New York diventa dirompente. Il più grande interprete della voce ed il più grande conoscitore del silenzio. Putroppo però la morte ci ha impedito di ascoltare ciò che questi due uomini avrebbero potuto donarci, più di ciò che già hanno fatto. Gli AREA non sono mai più stati in grado di ricreare quel sound stellare che li caratterizzava insieme a Stratos. Hanno continuato a fare ottima musica, ma nel solco tracciato dai loro precedenti album. Crac, Maledetti , Area/zione, Arbait macht frei, 1978 … gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano, sono i pochi album (se si escludono, live, raccolte, esc) in cui si è espressa la geometrica potenza degli AREA: “Abolire le differenze tra la musica e la realtà” dichiarava Stratos nel 1976. Più chiaro di così ….

Pubblicato su Periodico Italiano.info

The future is unwritten, ovvero il destino non è scritto. Neanche fosse Joe Strummer, John Connor così conclude questo evitabile Terminator Salvation. Mentre lo spettatore cerca di districare il groviglio temporale in cui si trova, tra prequel e sequel, che nemmeno un tachione impazzito fuggito da Hollywood, lui, John Connor, ancora una volta combatte l’ennesimo Terminator mandato per ucciderlo, se la cava in questo modo: il futuro non è scritto. E’ un modo banale per dirci che non è finita qui? Che dovremo sciropparci un’altra sequenza di omaccioni spaccatutto? Oppure c’è un recondito messaggio sul futuro dell’umanità il senso del tempo ed il suo scorrere? Probabilmente non avremo mai la risposta. Avete probabilmente intuito che non ho avuto una grande impressione dal film, e purtroppo sostanzialmente è così. La trama è inesistente, i personaggi appena abbozzati (Christian Bale senza storia, appena decente Sam Worthington), ed anche gli effetti speciali sono alquanto di maniera. Questo non è un male, perché lo spazio mentale lasciato libero dagli effetti speciali avrebbe potuto essere occupato da pensieri ed idee. Purtroppo tutto ciò non è avvenuto, se non in minima parte. L’unico aspetto che veramente ho trovato eccellente sono le parti tecniche, ovvero scenografie, le ambientazioni, la fotografia. La San Francisco di Termination Salvation ricorda molto quella della trilogia del ponte di William Gibson. Il particolare utilizzo dei colori, sabbiati verrebbe da dire, le ambientazioni spesso notturne e l’estetica delle rovine in cui il regista si rispecchia senza riserve, danno più senso al film dell’intero dialogo. Le atmosfere sono cupe quanto basta ed il senso di devastazione post apocalittico è il tema dominate. Anche la scena in fonderia (va bene la citazione, con il cameo del governatore della California, ma rifarla identica mi è sembrato eccessivo) rimanda a cinematografie di stampo espressionista, Lang o Murnau, come altrettanto la scena dell’arrivo dei prigionieri a Skynet. Vorrei poter credere che questi riferimenti siano voluti in un regista la cui opera principale finora è stato Charlie’s Angels. E però indiscutibilmente ottima la scelta della troupe tecnica: il direttore della fotografia Shane Hurlbut, lo scenografo Martin Laing, il montatore Conrad Buff (premio Oscar per Titanic), il costumista Michael Wilkinson (Watchmen), il supervisore degli effetti visivi Charles Gibson (Oscar per Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma), il supervisore agli animatronics John Rosengrant del premiato studio di Stan Winston (il film è dedicato alla sua memoria perché il maestro, responsabile di effetti speciali e trucco della saga, è scomparso un anno fa), e l’ormai celebre compositore Danny Elfman, quattro volte candidato all’Oscar. Un vero peccato che tanta competenza non sia stata meglio indirizzata. Infine, per concludere: se avete visto i primi tre film, andate senza dubbio a vedere anche questo, ne apprezzerete la possibilità di vedere questo mondo futuro dominato dalle macchine di cui per tre film vi hanno lungamente parlato, ma se non siete fan della serie – spassionatamente – lasciate perdere, non vi perdete nulla. Lo vedrete in TV tra sei mesi.

Pubblicato su Periodico Italiano.info e su Cinemonitor – Osservatorio cinema

Pietrafredda

04/06/2009


Chance Renard, Il professionista, vive la sua nuova avventura. In una Parigi che sembra molto Los Angeles, cerca un uomo, e cerca la sua vendetta. Arabi, vietnamiti, serbi, cinesi, senegalesi, italiani: la Parigi di Stefano di Marino – autore sotto lo pseudonimo di Stephen Gunn del personaggio di Chance Renard – è multietnica all’ennesima potenza, ma non manca di mostrarci, ad ogni angolo di strada, un ricordo, o un messaggio, della città che tanto ha rappresentato nella storia del cinema e della letteratura.

Pietrafredda è una sceneggiatura. Il passaggio dalla narrazione al visivo è immediato. Difatti l’autore, Stefano Di Marino, oltre che un pluridecorato autore di noir e thriller, è un esperto cinefilo. Chance Renard, personaggio – ma potrei dire spiritual guidance – di Pietrafredda, parla in prima persona, in totale sintonia – di modi e di intenti – con l’autore stesso. Di Marino scrive la storia de Il professionista (nom de plume di Chance Renard) da circa quindici anni, e Pietrafredda è la chiave di volta, il fulcro di un’opera, il senso di questo lavoro. In poco più di cento pagine Di Marino taglia trasversalmente tutta la sua vita, con un‘opera di pulizia mentale senza pari. Pietrafredda è ascetico, monastico. Non lo si comprende se lo si interpreta come un thriller. Il padre fuggito di Chance Renard lo ritroviamo in un vecchio fumetto di Magnus, ovvero Unknown, Lo Sconosciuto. Negli anni settanta Lo sconosciuto ha smazzato le carte dei vari James Bond e di tutti gli agenti segreti in giacca e cravatta, anticomunisti e figli del dio denaro (con in più quantitativi industriali di alcool e di figa). Unknown è un nipote di Sandokan e di Corto Maltese: è un pirata bastardo, cinico e senza ideali, ma che a fatica sopporta le ingiustizie, quando queste sono figlie di scorrettezze, del mancato rispetto di certe regole che comunque, anche tra uomini senza dio bisogna rispettare. Chance Renard è un’erede di questa stirpe. La sua Parigi è la Malesia di Sandokan, ed anche lui si circonda di amici e compadres: uomini in fuga, a volte inseguiti, persone il cui passato sarebbe meglio non conoscere. Ed è in questo ambiente maudits che Chance Renard insegue la sua vendetta, nei confronti di chi ha ucciso la sua donna. Storia banale, certamente non nuova, ma Di Marino la svolge con un tale pulizia interiore che ogni parola lancia scintille, nel suo stato, come un diamante grezzo. Lo studio delle arti marziali è una ricerca spirituale, e la pulizia interiore è un modo – potremmo dire – per personalizzare l’editing. Ogni parola è quella giusta al posto giusto. Non una di più, non una di meno. Così come il movimento in un kata. Così come le azioni di Chance Renard, al posto giusto nel momento giusto. O almeno, quello dovrebbe essere il senso dell’agire, ma quella di Chance Renard è meditazione senza oggetto, un agire senza scopo, perché in fondo anche la vendetta è una scusa, una scusa per continuare ad essere se stessi, per continuare ad essere vivi.

Pubblicato su Il recensore.com


Tra pochi giorni per Feltrinelli esce il primo testo di una nuova trilogia fantasy, scritto da Lara Manni, 32enne romana. Esbatè il titolo del primo libro, cui seguiranno Sopdet e Tanit. La storia è già conclusa, ma per ragioni editoriali, i tre volumi usciranno nel tempo. Esbat nasce come fan fiction, storia di fan liberamente ispirata a un manga poi sviluppata in modo autonomo. Il primo capitolo venne pubblicato su alcuni siti di fan fiction italiani nel 2007, mentre l’ultimo ad ottobre dello stesso anno. Tutta la storia la si può trovare nel bel blog di Lara. La pubblicazione è avvenuta a puntate come gli antichi feuilletton: un capitolo a settimana. Nel blog è anche possibile ascoltare la colonna sonora ideale del romanzo e iniziare ad avvicinarsi al mondo della demologia giapponese dove si svolge il romanzo. Il personaggio principale del romanzo ha cinquant’anni, disegna manga, e non ha altro nome che quello di Sensei, maestra, con cui i fan di tutto il mondo la onorano. Inventa storie piene di buoni sentimenti ambientate in mondi fantastici. Ma una notte, proprio mentre sta per mettere la parola fine al suo manga più celebre, qualcuno entra dalla sua finestra. Qualcuno che viene da un altro luogo. Qualcuno che viene dalla stessa storia che lei racconta, e che in realtà esiste davvero. Qualcuno che rivendica un finale diverso. Qualcuno che grazie al rito dell’Esbat può attraversare i mondi.

Una donna, un Demone, un duello che cambierà profondamente entrambi. Attorno a loro, non soltanto creature fantastiche, ma il mondo dei fan e degli adolescenti, con le loro passioni, le loro paure, le loro manie. Un horror ambientato fra Italia e Giappone: ma anche la storia del mutamento femminile, e del doppio passaggio che porta dall’adolescenza all’età adulta. E dall’età adulta alla morte.

Abbiamo incontrato la giovane scrittrice a pochi giorni dall’uscita del suo lavoro, e abbiamo approfittato per rivolgerle alcune brevi domande.

Vorrei che ci raccontasse la genesi di Esbat, da dove prende origine, come mai proprio quella storia. Vorremmo sapere aneddoti, ricordi, piccoli episodi che crede importanti.

Come al solito, nasce tutto per caso, anzi per gioco. Ma questa volta è andata proprio così. Zoom indietro fino al dicembre 2006. Ero iscritta a un forum di manga, e un giorno ad una utente viene l’idea di indire un concorso per piccole fan fiction: una sfida a coppie ispirate al manga di Inu Yasha. Io non avevo mai provato a scrivere, se si escludono i tentativi di romanzo della mia adolescenza, che ho sempre giudicato tremendi, anche mentre li scrivevo. Insomma, partecipo scegliendo di dar vita a un personaggio più che secondario: un albero di magnolia. E scopro che mi sto divertendo un mondo. Scopro, insomma, che scrivere mi piace, e pure tanto. Passano i mesi, e io continuo a scrivere brevi fan fiction. Finchè chiacchierando con un’amica, commentiamo la pessima abitudine di molti mangaka: rendere i Cattivi sempre più Cattivi e infine ucciderli, e trasformare i semi-Cattivi in buonissimi, ridicolizzandoli. E io le dico: prima o poi scrivo una storia in cui uno dei personaggi entra dalla finestra dell’autore e protesta. E ho cominciato a farlo. Esbat nasce così. Ma dopo cinque capitoli, mi sono detta: no, questa non è più una fan fiction. Questa è una mia storia. E so come deve finire. E sono andata avanti. Per venti capitoli, da giugno a ottobre 2007. E sapevo, a quel punto, che avrei scritto altri due libri: altre due tappe di una trilogia. Ogni tappa è autoconclusiva, ma fa parte della stessa vicenda. Solo in quel momento ho cominciato a pensare che mi sarebbe piaciuto vederlo su carta: ti assicuro che ero già assolutamente felice della risposta di chi lo aveva letto e amato su Internet e dei commenti, dei disegni, delle poesie che mi erano stati mandati. Ci ho lavorato. Ci ho lavorato per un altro anno e mezzo, e la storia è sempre quella. Ma è anche molto diversa.

Cosa ha ‘Esbat’ che non c’è in altri romanzi. Qual è la sua diversità?

Perchè è la storia di due donne e nessuna delle due è quella che nel gergo dei fan writer si chiama Mary Sue. Ovvero l’eroina bellissima buonissima bravissima fortissima. La prima donna è una mangaka, una disegnatrice di manga, ha cinquant’anni, è arrogante e tremenda. Ma è anche sola, disperatamente. La seconda donna è una ragazzina, Ivy. fra i quattordici e i quindici anni, è una fan del manga, è grassottella e goffa, ma ha qualcosa in comune con la mangaka. Perchè racconto la storia di un mutamento che riguarda queste due donne, che sono in un momento di passaggio verso la vecchiaia, verso la giovinezza). E perchè anche i demoni” cambiano”, non sono granitici ome molti eroi fantastici. Perchè ho cercato di inserire l’impossibile nel possibile: nel mondo di tutti i giorni, a Roma o a Tokyo, con la realtà che ci circonda ed è tangibile. Perchè spero che Esbat sia almeno un po’ simile al tipo di storia fantastica che amo, alla King, dove non ci sono le tombe che si scoperchiano facendo “criiiiic”, ma dove un riflesso in un lago può spaventare oltre ogni modo.

La demonologia è un’arte oscura. L’hai approfondita? In particolare la demonologia giapponese è un rompicapo. Ne sai qualcosa visto che il tuo principale riferimento è un manga?

Bella domanda, davvero! Il mondo mitologico giapponese è complicatissimo, ma sugli youkai, i demoni, mi sono documentata. Non sono demoni come nella tradizione cristiana. Sono creature che somigliano alle semidivinità greche, secondo me: creature potenti e aliene, ma in qualche modo “vicine” al mondo umano. E non necessariamente malevole. Possono uccidere gli uomini, ma sicuramente non gli interessa affatto la loro anima. Ci sono altri riferimenti esoterici: alla Golden Dawn, alla Wicca, a Aleister Crowley. Sono spunti trattati in grande libertà: ho studiato, ma ho anche e soprattutto inventato. Credo.

C’è un aspetto di ‘Esbat’ in particolare che ti piacerebbe venisse colto dal lettore? Qualcosa di cui, in un certo senso, vai fiera, e vorresti che fosse condiviso da tutti?

Mi piacerebbe che fosse soprattutto una buona storia, piacevole da leggere e in grado di emozionare. Però sarei felice se qualcuno notasse che ho lavorato moltissimo sulla lingua. Anche se ho ancora tanto da imparare.

Sei un demone?

No, ma ho un demone che spesso entra dalla mia finestra a rimproverarmi. E a volte mi dà qualche buona idea.

Se no, sei un eroe?

No, assolutamente. E se lo fossi combinerei un sacco di pasticci: proprio come Ivy.

Pubblicato su Il Recensore.com

Nel 1969 io ero un bambino ed avevo appena imparato a leggere, aiutato dal maestro Manzi, che nella neonata televisione italiana trasmetteva un programma dal titolo Non è mai troppo tardi, dove adulti non alfabetizzati potevano affrontare le difficoltà della scrittura e (soprattutto) della lettura. Un mondo perduto che oggi si rimpiange. Invaghito, come ogni bambino ai suoi primi testi, di ogni riga scritta, leggevo di tutto, e – fortunatamente – capitò in casa quel Corriere dei Piccoli (chissà cosa pensava mio padre ?!) dove Hugo Pratt pubblicava Una ballata del mare salato (scoprii solo molti anni dopo che la prima edizione era stata su Sgt Kirk.) Fu un colpo di fulmine. Ancor oggi svariate edizioni di quel testo, che ritengo un capolavoro assoluto della storia della letteratura, sono al posto d’onore nella mia biblioteca. Nel 1969 la periferia di Milano dove abitavo era disegnata da un intervallarsi di case, fabbriche e campi. Una scacchiera che permetteva ancora, a noi bambini, di giocare nei campi, mentre i nostri padri lavoravano e le madri, spesso a turno, come nelle cascine contadine, ci guardavano, con un occhio alla lana ed uno ai bambini. Corto Maltese divenne la mia guida spirituale: mi condusse in tutto il mondo, dalla Siberia, all’Etiopia, da Maracaibo a Gibilterra, dall’Irlanda a Buenos Aires. Mi insegnò la ribellione, l’utopia, il sogno, la magia, la giustizia, la libertà e la poesia. Insomma quando il sessantotto si decise ad arrivare anche nelle nostra periferie io non ci trovai nulla di nuovo, era già tutto nel mio fantasticare di bambino. Nel frattempo, crescendo (e continuando a leggere), scopri un altro personaggio che aveva tutte le carte in regola per entrare nel pantheon di un giovane adolescente: Sandokan. I pirati della Malesia, Yanez, Tremal-Naik, Kammamuri, James Brooks, i thugs terribili adoratori della del Kali – solo trent’anni dopo sono riuscito ad assistere ai veramente sanguinosi sacrifici, nel tempio di Kali a Kolkata (Calcutta), e nell’ancor più oscuro DakshinKali, in Nepal. Ebbene, oggi scopro che queste due icone della mia infanzia, due cardini della mia formazione hanno avuto un momento di fusione, di profonda intimità, di somiglianza. E’ importante sottolineare – a questo proposito – che nel mio immaginario Sandokan non è mai stato Kabir Bedi. La televisione è arrivata dopo, quando ormai l’imprinting era avvenuto, tramite le copertine delle edizioni Mursia. Oggi scopriamo che Pratt, prima di approdare a Corto Maltese aveva disegnato una versione de Le tigri di Mompracem, romanzo di Emilio Salgari dove compare per la prima volta la figura di Sandokan. L’opera è firmata da Hugo Pratt e Mino Milani e fu realizzata per il Corriere dei Piccoli nel 1969, ma non venne mai pubblicata. Per quale ragione? Che fine aveva fatto quello straordinario romanzo illustrato? Sono domande che fino a ora sono rimaste senza risposta. Oggi, dopo quarant’anni, i molti misteri che circondano il Sandokan perduto sono stati svelati: l’opera è stata ritrovata, e la Tigre della Malesia è tornata ad appassionare – in un’incarnazione sorprendente e modernissima – nuove generazioni di lettori. Il lettore appena esperto noterà la straordinaria somiglianza, nei gesti e nei modi dei due pirati, senza dimenticare mai che se il primo rimane – comunque e nonostante tutto – un malese, il secondo rimane – comunque e nonostante tutto – un europeo. Questo Sandokan non è un’operazione commerciale, un cimelio per feticisti. L’opera di Pratt è molto bella, assolutamente all’altezza del lavoro che lo scrittore svolgeva in quegli anni, e le note tecniche e storiche di Alfredo Castelli (Martin Myster), che ha materialmente ritrovato le tavole, lo rendono ancora più prezioso. «Le avevano preparate per il Corriere dei Piccoli, ma Pratt non le terminò, e fu deciso di non pubblicare nulla», dice proprio Castelli. Le tavole sono state ritrovate circa un anno fa, dopo una lunga ricerca, e Castelli le ha consegnate alla società Cong SA, fondata da Hugo Pratt stesso, che detiene i diritti sulla sua opera. Oggi la Lizard, che in Italia ha ripubblicato l’opera omnia di Pratt ci ha regalato questo delizioso volume, che andrà ad impreziosire ulteriormente le biblioteche di noi capitani di ventura. Buona navigazione a tutti (e per una volta non in rete).

Pubblicato da Periodicoitaliano.info



E’ proprio vero che la fretta è cattiva consigliera. Sono mesi che questo libro staziona sulla mia scrivania, aspettando che l’incalzare di temi apparentemente più urgenti lasci spazio ad un saggio di storia romana. Sottile illusione, mai e poi mai il tempo si presenta di sua iniziativa: devi sempre incalzarlo, e conquistare minuto su minuto ! e così anche questo bellissimo libro è finito nelle ore notturne, nel silenzio delle stelle e del vento. E non poteva meritarsi di meglio, perché Luca Fezzi, dottore in Storia Antica alla Scuola Normale di Pisa si dimostra – oltre che valente storico – grande narratore (si vedano ad esempio i tanti commenti positivi su Anobii). Il tema – ad un primo sguardo – non è certo dei più accessibili, soprattutto a chi non ha una passione speciale per la storia romana. Il tribuno Clodio del titolo è Publio Clodio Pulcro, figura centrale nella Roma degli anni della tarda Repubblica, vive la stessa città di Cesare e di Cicerone, e per molto tempo fu al centro della lotta politica. Clodio (93-52 a.C.) nasce nobile, ma nel 60 a.C. abiura le proprie origini patrizie divenendo plebeo; due anni dopo si fa eleggere tribuno e inizia una rapida ascesa politica. Sin dagli inizi della carriera politica si rende protagonista di gravi scandali, uscendone comunque indenne, se non addirittura dopo averne tratto vantaggio. “Spregiudicato e audace, gestisce un potere inedito e lo fa in modo particolarmente radicale e violento: combatte i suoi nemici con le bande armate di piazza, si assicura l’impunità grazie alla connivenza dei triumviri, Cesare, Pompeo e Grasso” (dalla presentazione Laterza). Un politico di razza, insomma, un Machiavelli ante litteram, che “blinda il proprio successo popolare a colpi di demagogia”. Clodio morirà giovane, per mano dei sicari dell’avversario Milone, a pochi giorni dalle elezioni alla carica di pretore. L’autore – come dicevo – si dimostra un ottimo narratore, e difatti la vicenda è assolutamente appassionante, il libro vola – letteralmente – in poche ore, ed il lettore è totalmente coinvolto nelle drammatiche vicende che caratterizzano la feroce lotta per il potere a Roma. Luca Fezzi, oltre che una grande dimostrazione di amore per la cultura tout court e per il suo mestiere in particolare, mi pare si sbilanci anche a lanciare messaggi indiretti al lettore contemporaneo, dove nel tasto traspare il confronto –scorretto ma inevitabile – tra la vita politica della Roma repubblicana e quella odierna, soprattutto attraverso la disamina puntuale delle molteplici istituzioni romane. “Roma poteva essere blandita e conquistata soltanto attraverso l’impegno politico”, dice fin dall’inizio, e Clodio impersona questo imperativo, utilizzando a questo fine tutti i mezzi. Oggi non siamo molto lontani da quella democrazia in piena crisi. Forse ripensare i fattori che hanno portato al tramonto della Repubblica Romana e della sua grande civiltà politica potrebbe essere un utile esercizio per comprendere la fine (ed il futuro) della nostra democrazia.

pubblicato su Periodicoitaliano.info


Da pochi giorni è uscito in libreria per Marsilio, Settanta il secondo volume della «trilogia sporca» di Simone Sarasso. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione avvenuta a Novara, presso la Libreria Lazzarelli, e, alla fine dell’incontro, abbiamo approfittato per rivolgergli alcune domande. Nella «Trilogia dell’Italia sporca» Sarasso, classe 1978, traccia le linee di un lavoro sulla falsariga di James Ellroy in American Tabloid. Una riscrittura della storia attraverso il filtro di una struttura narrativa. Il primo atto, uscito nel 2007 era Confine di Stato (sempre per Marsilio). Per il terzo volume, che ci porterà fino a tangentopoli (e magari oltre) dovremo aspettare che altri documenti vengano desecretati …. Speriamo non servano molti anni! Nel frattempo volevo chiarirmi alcuni dubbi che mi sono sorti – ascoltando la presentazione – proprio riguardo al ruolo dello scrittore – e, di conseguenza – dell’intellettuale nell’Italia odierna. Sarasso su questi problemi è stato molto chiaro e preciso.

Nella tua presentazione hai ruotato intorno ad un discorso che è oggi estremamente attuale, grazie a Wu ming 1 ed al New Italian Epic : ovvero il senso della letteratura oggi. Più volte è stato ribadito – anche da parte tua – il valore della memoria e della ricostruzione storica, ma nessuno si azzarda a pronunciare le gramsciane parole a proposito della funzione dell’intellettuale, sull’engagement, direbbe Sartre. Tu cosa ne pensi? Esiste (potrei dire anche dopo Saviano) un ruolo sociale dello scrittore?

Come sempre, dipende dallo scrittore. In generale direi che è una falsa questione: la nebulosa che ha attraversato la letteratura italiana degli ultimi quindici anni, la batteria di autori citati da Wu Ming 1 nel saggio sul New Italian Epic si è occupata, attraverso un numero consistente di opere, di politica e società. Attraverso alcuni scritti (penso a Q, metafora simbolica della ribellione) ha denunciato il marcio ed esplicitato una visione del mondo. Le opere hanno parlato; le opere, nota bene. Non gli autori. Questo credo che sia un punto fondamentale: una certa parte dei migliori scrittori italiani degli ultimi quindici anni non ha commesso l’errore dei suoi predecessori: ha espresso un’opinione politica, ha palesato uno sguardo sulla società esclusivamente attraverso i propri scritti. Questa generazione senza tempo (all’interno della nebulosa del NIE le età oscillano tra 30 e i 60) non ha ceduto alla lusinga del divismo, alla gabbia che presto o tardi si stringe intorno all’intellettuale schierato. Condivido ampiamente questo atteggiamento: che siano politiche, impegnate, deflagranti e ricolme di senso le opere. E chi se ne frega degli autori, e degli intellettuali.

Detto ciò, tu sei comunque un romanziere, e di autori che si sono spinti nella dietrologia, nello studio della teoria del complotto, che hanno insomma cercato di trovare il filo rosso per dipanare la matassa della storia d’Italia ne abbiamo già di importanti: da Pasolini a Giuseppe Genna. Come ti distingui, letterariamente parlando? Ed inoltre, perché con la sterminata bibliografia saggistica già esistente su questi temi, una narrazione dovrebbe essere più efficace? Mi viene da dire che forse solo Burroughs potrebbe dipanarla …

Senza tirare in ballo giganti come Burroughs o il mio maestro Giuseppe Genna, ti dico perché io scrivo quel scrivo nel modo in cui lo scrivo. Perché credo che la memoria dei buchi neri della storia d’Italia sia importante e vada mantenuta viva ad ogni costo. E per mantenere viva la memoria non c’è niente di meglio che raccontare. E possibilmente raccontare in un modo accattivante sia per chi quelle storie le ricorda – perché ha vissuto quando sono accadute –, ma soprattutto per chi non c’era. Lo scopo della mia narrazione non è dipanare la matassa: per come la vedo io, la letteratura serve a poco se sei in cerca della verità. Però il suo valore testimoniale è unico. Una storia raccontata come si deve può far venir voglia di districare quella benedetta matassa anche a chi è troppo giovane anche solo per sapere che quella matassa esiste. Ricordare per non commettere più gli stessi errori. Raccontare per non dimenticare. Raccontare per resistere. Ecco cosa fa la letteratura che preferisco. Ecco cosa cerco di fare quando mi siedo davanti alla tastiera.

Durante la presentazione, a proposito della figura di Pier Paolo Pasolini, sei stato lapidario, definendolo un pederasta. Da un lato ammiro il coraggio, è indispensabile per aggredire uno dei miti fondanti della controcultura oggi in Italia, dall’altro penso che sia inevitabilmente un giudizio riduttivo. Pensi davvero che l’abito faccia il monaco in questi casi? Non dovremmo allora allontanarci da metà della storia del pensiero?

Piano. Perché messa giù così sembra che io conduca una crociata omofoba nei confronti di Pasolini. Il che non è assolutamente vero. Occorre contestualizzare: alla presentazione mi è stato chiesto perché Pasolini non compaia nel mio nuovo romanzo né in quello precedente, in un così complesso sistema di “misteri italiani”; perché non abbia un ruolo nella storia che racconto o perché la sua visione del mondo non sia per nulla citata. La mia risposta è stata duplice: in primis ho spiegato che, da un punto di vista narrativo, parlare della morte di Pasolini è un po’ come parlare della morte di De Mauro o di Pecorelli: sono troppe le opportunità narrative che si aprono per poterle tenere tutte sotto controllo senza pregiudicare in alcun modo l’integrità della trama. I tre “misteri italiani” che ho citato sono veri e propri mondi, all’interno dei quali si inizia parlando di criminalità (più o meno organizzata) e si finisce per tirare in ballo l’eversione nera, gli ex X-Mas, la malapolitica, la mafia e parecchio altro. Da narratore credo che, se si volesse affrontare uno qualsiasi dei tre temi di cui sopra, uno spazio all’interno di un romanzo che racconta d’altro non sarebbe sufficiente. Occorrerebbe un romanzo intero.
In secundis ho espresso la mia opinione riguardo alla figura di Pasolini come padre della controinformazione. E qui ho messo in evidenza la palese contraddizione tra il tipo di vita che Pasolini conduceva e la sua fervente critica ai costumi corrotti dello Stato, alla miserabile e bigotta disonestà dell’establishment. Ovviamente non mi riferisco all’omosessualità di PPP, a causa della quale, nel 1949, fu espulso dal PCI. Mi riferisco allo sfruttamento della prostituzione minorile, all’adescamento di giovani borgatari, al baratto di favori sessuali con minorenni (a volte anche in gruppi di tre) in cambio di un pidocchioso pranzo in trattoria.
Insomma, se ci si indigna (e giustamente) perché il presidente del Consiglio è sospettato (dalla moglie, peraltro, che lo accusa sui giornali) di aver intrattenuto delle ambigue liaison con una ragazzina non ancora maggiorenne, perché cavolo bisognerebbe essere entusiasti di un tizio che la mattina ti dice “Io so…”, che denuncia la complicità dello Stato borghese nei peggiori misfatti da cui è stato sfigurato, e la sera si apparta coi ragazzini, li adesca facendo leva sulla fame e ne abusa in cambio di due spiccioli?
Perché dice cose di sinistra? Ma è proprio in virtù della sua condotta personale che quelle affermazioni, così importa
nti, si depotenziano.
A nessuno è chiesto di vivere come un asceta, ma non credo che si possa predicare la salvaguardia degli oppressi opprimendoli di nascosto da sguardi indiscreti.
Questa è la mia opinione. Ciò detto, per quanto mi riguarda è possibile fare controinformazione prescindendo da Pasolini. L’ho fatto fin dall’inizio della mia carriera letteraria e credo che continuerò a farlo. Tuttavia è innegabile l’apporto che la spinta pasoliniana e la sua eredità hanno dato alla (contro)cultura italiana. Uno dei miei maestri, Giuseppe Genna, è un ammiratore del lavoro di Pasolini. E molti degli scrittori che mi hanno “insegnato il mestiere” sono debitori a PPP.
Fin qui ci siamo arrivati con lui, non lo nego. Adesso credo che i tempi siano maturi per lasciarselo alle spalle senza rimorsi.

Ultima domanda, e ti ringrazio per il tempo dedicatoci: ma perché ormai tutti scrivono trilogie?

Perché il tempo della narrazione breve, grazie a Dio, è finito da un pezzo.

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