Carenze di Futuro” (Editrice Zona, 2009) è il nuovo romanzo di Roberto Saporito. E’ un’opera estremamente inquietante, e sconcertante.
A tratti sfodera una bellezza artica, ed altrove una grazia umida, e muschiata come la foresta tropicale. Tratta – in prima battuta – di un argomento sottile e pericoloso: ovvero il gioco d’azzardo, e la dipendenza che ne può derivare, in chi si lascia trasportare da quel demone.

In realtà il testo si avventura in un’escursione attraverso molteplici aspetti della personalità umana, ed approda ad una ricerca interiore sui cedimenti e la tentazione, in senso religioso, quasi uno studio di psico – demonologia.

La scrittura di Saporito è dolce, passatemi la metafora, non aggredisce quasi mai, e sorregge i personaggi, conducendoli con la dovuta delicatezza lungo una trama dai complessi risvolti. L’analisi dei personaggi è esattamente ciò che serve: né troppo né troppo poco. Da un lato non si indugia mai più del dovuto su una storia: i fatti avvengono, e questo ci deve bastare. Dall’altro nemmeno si può definire assente il racconto in quanto trama, che delinea invero meticolosamente i fatti stessi, ma restando su un piano squisitamente fenomenologico, al di qua di ogni interpretazione, di ogni giudizio.

Siamo sul piano percettivo: siamo sensazioni, immagini, suoni, odori, gusti. Con un crescendo di suspense che stride sempre più con l’oggettività formale del linguaggio, la trama di Saporito si apre su inaspettate implicazioni, coinvolgendo figure che casualmente incrociano la vita del protagonista. Come se la vita fosse davvero una partita a poker, come se la fortuna e la casualità muovessero le leve del futuro, così avvengono i fatti. Si volta una carta e compare un personaggio nuovo, che porta con se una storia, un passato ed un futuro, ed altrettanto rapidamente scompare, per sua od altrui volontà, lasciando vuoto lo spazio che aveva riempito.

Ed infine questo vuoto cresce, e il nostro giocatore si ritrova solo, di fronte a questo vuoto che lui stesso ha contribuito a scavare, ma che per molti versi è il vuoto di un’umanità perdente che solo casualmente si incontra con il suo. Vuoto incontra vuoto, nulla su nulla, infine anche la memoria si perde, ed i fatti, gli eventi, dominatori incontrastati di una storia ben al di là del bene e del male, si annichilano, in una luce abbagliante e piatta, come la Camargue in cui si svolge buona parte della narrazione.

Il protagonista del romanzo si è giocato tutto, ha perso tutto, ma in un certo senso è solo quando scopre di aver perso tutto ciò che possedeva, che inizia a perdere davvero. Qui inizia a perdere senso, tempo, lucidità, spazio, anima, ciò che lo rende uomo. Non è un caso che in tante occasioni il protagonista parli di se come di un bambino, non riuscendo a vedersi come un adulto. L’impossibilità della vittoria si riversa nel finale impossibile, dove, viene da pensare a Van Gogh data l’ambientazione provenzale, il nostro si perde nel nulla che gli è rimasto.

Ho altrove definito la scrittura di Saporito come identitaria, ed è un neologismo che ritrovo adatto. Nella descrizione completamente sensoriale emerge questa scrittura assolutamente diversa, secca, amorale, anche se caritatevole. La pietas che riscopriamo per i personaggi incrociati nella lettura, è diretta all’umanità intera, di cui Bruno, Sophie, Luis, Francesca, i figli, Pacifico, e tutti gli altri, sono solo piccole schegge, anche se “ognuna diversa, ognuno in fondo perso dentro ai fatti suoi“.

Roberto Saporito è nato ad Alba nel 1962, e questa è la sua ultima prova come romanziere, dopo tre romanzi e due antologie di racconti. Artista molteplice, è anche pittore, e questo aspetto ritorna nella sua scrittura, per cui, in effetti, si potrebbe dire usa il pennello.

Pubblicata su Il recensore.

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