Inchiostro Rosso è il nome della collana noir edita da Agenzia X, e curata dallo scrittore milanese Matteo di Giulio, che viene inaugurata da “La gabbia dei matti“, il nuovo romanzo di Luca Rinarelli, scrittore torinese che ha esordito solo due anni fa con l’ottimo “In perfetto orario” (Robin). Considerato il successo del personaggio di Werner, figura accattivante e nel contempo dotata di profondità e sensibilità, ci si poteva aspettare un sequel, che certamente sarebbe stato ben accolto dai lettori.

È quindi una piacevole e inattesa sorpresa leggere una storia che affronta temi  nettamente diversi dalla precedente, mantenendo una prosa elegante e solida. Rinarelli si conferma abile narratore e attento osservatore della realtà che lo circonda – non a caso associa alla scrittura l’attività di fotografo. Il suo sguardo risente di questa sua deformazione professionale, dell’abitudine a “mettere a fuoco”: una caratteristica costante della sua narrazione è infatti il continuo reinquadrare i personaggi – che sfuggono a griglie predeterminate proprio perché obbediscono a un criterio di verità. Quasi un reportage, La gabbia dei matti richiama l’attività professionale di Rinarelli, che si occupa, presso un’associazione, di persone senzatetto e in difficoltà, come la maggior parte dei personaggi di quest’opera.

Verrebbe immediato inserire questo racconto nel filone del noir sociale, e Rinarelli certamente si inquadra in questo modulo narrativo. La gabbia dei matti, difatti, è un testo duro, crudo e di frontiera. Èun’opera di parte, e in modo netto, senza distinzioni e orpelli retorici. Eppure, nonostante ciò, è un’opera carica di dubbi e perplessità, in quanto la distanza sempre più ampia tra teoria e prassi costituisce la cifra del racconto: anche se gli ideali sono saldi, oggi le pratiche sono molto meno facilmente delineabili. La questione posta dai personaggi non ammette dilazioni, o strategie. Come si ottiene giustizia? Qual è nel nostro tempo martoriato la via per vivere degnamente? I piccoli uomini di Luca Rinarelli, allontanati da una società che non ha occasione di sfruttarli, e divenuti perciò inutili, scelgono la via della rivolta. Non vi è alcuna commiserazione, né traccia di quel pietismo o sentimentalismo romantico di sinistra, troppo spesso presente in ogni percorso che si interroghi sulle forme di lotta.

Marco, Daniela, Pietro, Jack, Borghi e tutti gli altri, ognuno a suo modo, si elevano in un istante di dignità che li trasfigura. Non sono più i falliti relitti di una Torino appena intravista sullo sfondo di fabbriche abbandonate e lavori in corso. In un mondo dove la clinica e la prigione sono l’anticamera del cimitero, provano – per pochi giorni – a vivere degnamente.

Le caratteristiche narrative avvicinabili al neorealismo che erano proprie del precedente romanzo, e che nelle prime pagine potrebbero apparire come modulo stilistico prevalente anche del secondo romanzo, prendono la forma di una specie di realismo magico, in cui simboli e segni si intersecano alla realtà. La sindrome bipolare, la depressione, la schizofrenia, e il catalogo di disfunzioni mentali di cui soffrono i personaggi, diventano, come in Burroghs e Dick, altrettante strategie per ricostruire la realtà, per provare a modificarla. Pratiche di sopravvivenza che si incontrano con la apparente  realtà in modo dirompente, e non omologabile ad altre forme di rivendicazione.

Vi sono delle questioni aperte che emergono con forza in questo romanzo, e che di certo costituiscono il suo merito principale, come quella – irrisolvibile – del ruolo della violenza nel processo rivoluzionario. Il tema della memoria è altrettanto sentito: per costruire una società più giusta, ma anche solo per opporre il ricordo alla omologazione della cronaca, si esplicita in modo netto la necessità di mantenere vivi nella memoria individuale e collettiva tutti coloro che sono morti a causa di un potere esercitato con la forza di un abuso.

Nel romanzo gioca un ruolo importante la Rete, di cui Rinarelli induce nei suoi personaggi un utilizzo estremamente sofisticato, rendendo attuale così ancor di più la narrazione, ed evidenziandone possibilità e limiti. I media, e in particolare i giornali, sono protagonisti, e anche in questo frangente emerge il conflitto e il dibattito interno ai media stessi, circa ruolo e funzione dell’informazione. Tutti questi temi rivestono un’importanza centrale, e ogni lettore non potrà evitare di sentirsi chiamato a partecipare; tuttavia, credo che il vero fulcro di questo breve ma intenso romanzo consista nel ribaltamento di prospettiva che si realizza nella vita dei protagonisti.

Un altro mondo è possibile” non è più lo slogan di un movimento, ma una prassi da attuare, un modulo di lavoro, uno schema interpretativo attraverso cui rileggere la quotidianità. Ognuno dei personaggi è quindi in grado di ricongiungere ideali, progetti e vita. Lo spirito e la carne ragionano insieme, perché la distanza tra teoria e prassi si annulla nella Rivoluzione. Le disabilità dei protagonisti diventano le loro virtù, le loro debolezze la loro forza. Loro hanno ragione, e non perché lo dice la Storia o chi altro, ma perché il diritto è vissuto nella sua assenza, che purtroppo è spesso quotidianità, per chi in questa società non ha diritti, o li vede calpestati ogni giorno, perché è nella quotidianità che si incarna la giustizia, e loro lo (di)mostrano, vivendo da giusti, grazie a quelle qualità che altri chiamerebbero handicap.

Originariamente pubblicata su Il recensore

Reading di Luca Rinarelli (video)
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Kalashnikov

03/02/2011

 

L’AK 47 è il più efficente fucile d’assalto che sia mai stato costruito. meglio dell’ M 16, meglio dell’UZI: 600 colpi al minuto, non si inceppa mai, non si ferma mai, funziona sempre, con qualsiasi clima, in qualsiasi situazione. Palude, deserto, polvere, acqua: non c’è nulla che lo fermi. 
500.000 morti all’anno dal 1947 ad oggi sono da imputare ai suoi servizi. Prodotto da 1250 fabbriche al mondo in decine di milioni di esemplari l’Avtomata Kalashnikova è il migliore in quello che fa: uccidere.
Questo prezioso opuscolo è scritto da un esperto di armi, ma ha il pregio di non soffermarsi solo sugli aspetti tecnico militari dell’ AK, per quanto interessanti, e di indagarlo anche per il suo essere icona di un epoca.
Kalashnikov è il nome di una vodka e AK è un gangsta rapper, mentre l’inconfondibile simbolo della sua siluette è su molte bandiere dei movimenti di liberazione post – coloniali.
Il fattore estetico e simbolico ha psicologicamente spinto il Kalashnikov nell’olimpo dei simboli del secolo appena concluso, ma anche nel primo decennio del nuovo millennio si è difeso più che egregiamente dall’attacco della moderna concorrenza.

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La cura

08/11/2010

Nell’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore del 3 ottobre è stato pubblicato un articolo a firma di Christian Raimo, che si cimenta in una contesa che implica dieci anni di polemiche e nodi, per rilanciare un dibattito “pubblico, che sia al tempo stesso politico e culturale” circa il vuoto che attanaglia la cultura italiana.
“Il vuoto è il disagio, la frustrazione, la mancanza di riconoscimento, l’impossibilità del conflitto, gli anni che passano, una generazione immobile. È l’aver a che fare con un meccanismo che potrebbe essere descritto in questi termini: la scelta che oggi si pone a uno scrittore, a un giornalista, a un intellettuale, a un semplice cittadino è questa: come posso vivere, fare esperienza, produrre arte, agire politicamente, ribellarmi, senza che tutto ciò si esaurisca in un gesto ininfluente? Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro?” Queste le parole di Raimo, e difficilmente si potrebbe esprimere meglio la condizione di chi – con mille sforzi e fatiche – prova ad occuparsi di cultura e/o di politica oggi in Italia.
Raimo di fronte a questo sconsolante stato di cose conclude tristemente che “fare politica si riduce a cliccare su Facebook”. Eppure, nonostante questa dichiarazione di scetticismo, invoca ed incita l’apertura di un dibattito: “vi va di dismettere quell’espressione di disincanto che vi si legge negli occhi?”
Come dire di no? E, difatti, questo avviene miracolosamente. In questo mese che è seguito alla pubblicazione dell’articolo si sono succeduti sul sito de Il Sole 24 Ore, su quello de La Repubblica e sul blog minima&moralia dell’editore minumumfax, interventi e commenti sul merito, a dimostrazione che quell’energia e quella volontà di cui parla Raimo probabilmente esistono, e che forse è possibile quel cortocircuito che potrebbe farle esplodere.
Ovviamente non mancherà mai chi – come Camillo Langone su Il Foglio – invece di appoggiare tout court un’iniziativa che non può apportare altro che beneficio, si limita all’ironia su “l’oscuro professore del liceo”, come se, peraltro, non fosse una professione di cui vantarsi!
In compenso importanti riscontri sono apparsi su Il Manifesto (di Pierluigi Sullo), su Il Riformista (di Luca Mastrantonio e Andrea Minuz), e si è parlato del caso a Ballarò, ad Anno Zero e a L’Infedele.
Ma tutto ciò, ci ricorda Giovanna Mancini su Il Sole 24 Ore,  non avrebbe la minima importanza senza gli interventi dei lettori e degli scrittori, che sono il sale di questo dibattito.
Tra i tanti, meritano una notazione gli interventi di Giusi Marchetta, Giorgio Fontana, e Antonio Pascale.
In particolare però spicca l’intervento di Giorgio Vasta, da molti considerato il più autorevole scrittore italiano vivente, che in una certa misura reimposta totalmente la questione.
Il suo articolo è uscito su La Repubblica in prima battuta e a seguire su minima&moralia. Vasta va oltre la tematica indicata dall’articolo di Raimo, ampliando l’orizzonte al modus percepiendi che la generazione in questione – la sua, quella di Raimo – ha di questa Italia, del proprio ruolo e senso. Se “avere quarant’anni significa […] penetrare finalmente nel tempo in cui ci si assume il compito di intervenire nelle cose” è evidente che gli appartenenti alla generazione in questione “siano percepiti, e si percepiscano, come abusivi che si aggirano clandestinamente per il paese”. Queste sono le durissime parole di Vasta – lapidarie – che inchiodano un gap generazionale che sta scavando un solco profondo e sanguinoso nella nostra storia.
Vasta quindi nella sostanza prende nettamente le distanze dalla posizione di Raimo, definendola “nostalgia di un altro presente.” Il vuoto in cui vivono i quarantenni, ovvero “la consapevolezza della propria ininfluenza”, è a suo dire indice di una subalternità, di un rimpianto inutile, della permanenza in uno stato infecondo, che non significa altro se non  “pretendere di parassitare un codice concluso”, quello che è un tempo definitivamente lontano: “la vita degli altri, è – appunto – degli altri.”
Quali alternative allora? Quali possibilità di riscatto?
Per Vasta, la rinuncia all’emancipazione vorrebbe dire accettare la propria precarietà come incurabile, in quanto noi siamo “inesorabilmente vittime […] di un infinito ergastolo filiale”. Qui fa uso della stessa metafora medica di Franco Berardi, che definisce la precarietà ed il cognitariato intellettuale come uno stato psicotico, (in “La nocività del lavoro cognitivo”, alfabeta2, n. 2, p. 35). L’alternativa è un’ottica su cui si focalizza l’intera prassi quotidiana, il peso di un intelletto generazionale, al  fine di “mutare postura psicologica”, per realizzare un’impresa, per realizzare un futuro.
Abbiamo visto che il nostalgico risentimento di Raimo viene interpretato da Vasta come il tentativo di riappropriarsi di un codice concluso, estinto. Difatti, è proprio la creazione di un nuovo “codice culturale non derivativo, un codice che riconnetta l’intelligenza delle cose alle azioni” ciò che deve essere chiarito come un paradigma, perché è una frattura epistemologica che è in corso: solo così è possibile “diventare adulti senza chiedere il permesso”. Questa generazione – pare dirci Vasta – proprio perché è quella che ha perso tutto in termini di privilegi e diritti acquisiti, ha la grande opportunità di rifondare “il puzzle della propria esperienza”, ignorando qualsiasi tipo di indicazione e di riferimento, proprio perché non deve nulla a nessuno, senza un progetto, senza un programma, “ignorando la figura ultima a cui si sta dando forma”.
Solo recuperando, quindi, il vero valore di un’eredità (sia nel suo esserci che nel suo mancare), e soprattutto riscattandosi da una subordinazione che è solo un fantasma evanescente, ci si rivolge verso “l’unico esito possibile. […] per decidere il proprio patrimonio etico e politico”.
Una posizione, quella di Vasta, che si pone su un piano totalmente trasversale rispetto a quello rivendicativo sindacale, che molte componenti della galassia precarietà vivono come l’unico possibile.
D’altro canto, non manca nemmeno in Raimo una riflessione circa l’inadeguatezza dei metodi tradizionali per affrontare la questione. In un articolo uscito il 27 ottobre su minima& moralia e intitolato significativamente “Introiezione del conflitto”, Raimo in sostanza analizza l’impostazione sociale, generatrice e vitalistica di Vasta, per rammentare il processo di auto-colpevolizzazione, il tentativo di risoluzione nella terapia analitica, e l’estrema difficoltà di ottenere quei risultati apparentemente minimali di autostima, costruzione di una identità familiare propria, legittimazione dei propri desideri, allontanamento dei sensi di colpa, che – in un mondo diverso – sarebbe sfociata in un generale conflitto sociale, o per lo meno nella creazione di una classe. Raimo è radicale: “la schizofrenia è esattamente, precisamente, il modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe”.
Torniamo inesorabilmente al concetto espresso da Franco Berardi: la precarietà è una malattia, una psicosi, una forma di schizofrenia, dove la distinzione tra tempo di lavoro e tempo della vita viene abolita, e dove l’estrema difficoltà esistente nel ricongiungere i propri frammenti provoca una dispersione psicotica dell’Io, con conseguenze anche drammatiche (pensiamo, ad esempio, alle catene di suicidi della Renault).
Ma anche Raimo, infine, pone gli stessi quid di Vasta. Perché il disagio interiore rimane dispositivo clinico, cronicizzazione del malessere senza esplodere nel conflitto sociale? Perché non si forma una coscienza di classe? Perché ciò che è sempre stato un diritto oggi è al massimo una supplica?
Raimo collega quella che lui chiama una “diffusa anestesia” alla forma carnevalesca, trasgressiva e distruttiva assunta dal potere berlusconiano. Certo, la simbologia forte che caratterizza questo regime, basata sui dati propri del corpo, la virilità, lo sfruttamento e l’indifferenza, ha una sua valenza precisa, e certamente se il referente storico di Berlusconi è Mussolini, il suo vero critico è il marchese de Sade, maestro unico nel mostrare l’estraneazione capitalistica del potere, dove il corpo diventa puro fantoccio, buono solo a morire, dopo le sevizie e le violenze.

Eppure – forse Vasta potrebbe concordare – l’anarchica rivolta verso il corpo del re non è impensabile. Salò è finita come è finita, il marchese è morto in galera e Mussolini è finito a testa in giù.
“In un tempo in cui le ascisse si mescolano con le ordinate, i conti non tornano mai e siamo tutti immersi in un vortice che scompagina presupposti e aspettative” – chiosa Vasta – i naturali desideri e le innate ambizioni ad una vita degna, civile e serena, se non diventano un orizzonte lontano e indistinto, possono essere nuovamente ereditati, nella speranza – conclude Raimo – che “non vengano vinto-appagati nell’immediato, introiettati, medicalizzati, in pratica rimossi”, ma che si rivelino “potenti, arrivando a creare qualcos’altro”.

Pubblicato su Precarie Menti

Premessa: se gli amici vi raccontano che Inception è un film banale e semplice, non credetegli. Stesso discorso se su Facebook vi raccontano che è un capolavoro indimenticabile, non ci sono dubbi, ne siamo ben lontani. Nei fatti Inception è un blockbuster americano, e quindi è dedicato principalmente a ottenere incassi, e con ciò a fare la gioia del movie business. Ciò non toglie che contestualmente questo film sia un ottimo strumento per affrontare tematiche e questioni decisamente radicali, in merito alla struttura psicomagica (secondo la concezione di Jodorowsky) dell’Occidente, della sua cultura e dell’ego che lo abita. Chiarita la premessa, vorrei sottolineare che ogni singolo tema, metafora, discorso affrontato da Inception è – in sé – sostanzialmente un reprise di tematiche già note e diffuse, per quanto cruciali possano apparire.

Ciò che rende questo film anomalo rispetto ad altre operazioni già esperite nella stessa fascia/target (Matrix per tutti) è la compresenza multiplanare di un intersecarsi dialettico continuo ed escheriano, che riproduce su scala metalinguistica la trama del film stesso. In questo Inception è assolutamente unico ed innovativo.

Il tema centrale dell’opera è la difficoltà di ottenere una separazione chiara e distinta della veglia dal sogno.
Chiunque abbia almeno un diploma liceale conosce decine di riferimenti letterari e filosofici a questo proposito, dove – in sintesi – si definisce il valore di verità dell’esperienza sensibile. Plutarco, Luciano, Lucrezio, Cicerone, Platone, Aristotele, Dante, Ariosto, Cyrano de Bergerac, Cartesio, Shakespeare, Berkeley, solo per dire i primi che si presentano alla memoria, dagli albori della civiltà fino alla figura – questa però visibile da lontano – di Philip Dick. Padre di ogni ontologia negativa nella letteratura contemporanea, dei vari Blade Runner, Matrix, Total Recall, Minority Report, AI, e via citando, Dick pone – attraverso la bourroghsiana e mortifera metafora delle droghe – in forma ontologica la questione sulla veridicità del nostro sentire, e quindi sulla possibilità che la vita sia sogno (per parafrasare il ben noto testo di Calderón de la Barca).
Per Dick il sogno si trasforma immediatamente in un incubo, poiché l’impossibilità di avere un parametro certo di riferimento (il dubbio in Cartesio, il piccolo Totem in Inception) gli impedisce di rideterminare i confini del reale, restando in un mondo limbico esautorato dal dovere di esistere. In questa ottica, nel film assistiamo ad una prometeica discesa agli inferi, dove i livelli onirici sono sempre più sovrapposti e intersecati, e di contro quanto più i piani di indeterminatezza ontologica si accompagnano.
Nulla è più definibile con precisione, l’ego è ridotto a un cumulo di macerie, dove aleggiano i fantasmi delle Twin Towers e di Euridice, abbandonata da un Orfeo lacerato e psicotico. La trama, per non finire in una nichilistica statua di sale, ha bisogno di un appiglio, di un amo, di un’ancora di salvezza, e così si ricostruisce, si rifonda, allontanando l’indicibile profondità ontologica, per appoggiarsi su una più sterminata seduta di psicoanalisi basata sull’ipnosi regressiva: New York way of life.
I piccoli oggetti – la trottola – che ognuno dei personaggi deve tenere con se, a controprova – chissà poi perché – della determinazione di realtà, sono dei Totem, sono l’axis mundi, ciò intorno a cui l’ego-mondo si ricostruisce e si reinventa. Teseo – Di Caprio istruisce Arianna perché lo salvi dal labirinto mentale in cui è precipitato.
Arianna ha il suo filo, che è la soluzione di un problema: salvare Teseo. Arianna ha un compito, e quindi un’etica, una prassi: fa la sua rivoluzione. Arianna sovverte le consolidate dinamiche egoiche, ed infatti viene assalita dagli psicoanticorpi, ma lei è l’Architetto, è psicopompa, è demiurgica, è l’Artifex per definizione, il Deus ex Machina, e nulla può opporre alla sua azione ricostruttiva la debole difesa della mente maschile e malata di Di Caprio.
Arianna è un pharmakos, è la terapia incarnata, è il meccanico della mente.
Il film difatti opera su di un piano estremamente riduzionista, come tutte le opere post-cyberpunk. Il corpo è visto solo come un meccanismo, vi sono i pezzi di ricambio e si può riparare ciò che si rompe. Il cervello, la mente, lo spirito, l’anima rientrano totalmente nella stessa categoria: devi solo trovare il concessionario che fa i prezzi migliori.
Le idee in Inception si innestano e si tolgono. Ancora riduzionismo, ma anche empirismo estremo: ciò che conta è la realtà agente, non tanto l’istinto, gli imprinting o quanto proviene dalla genetica.
La pianta madre dà la forza: nelle radici, nel rizoma, si ritrova la profondità dell’inconscio. Nei rami superiori si innestano le idee, i concetti: rami più o meno solidi, e spesso esposti alle intemperie, ed altrettanto frequentemente spezzati. Le idee si frantumano, e con loro le persone, i ricordi, parti della personalità. Noi siamo devastati da un mondo surreale dove siamo indotti a pensieri e comportamenti psicotici e autodistruttivi.
Infatti – come poteva essere diversamente? – il film si rivela una immane elaborazione di un lutto cosmico, dove l’esistenza stessa dei mondi viene messa in gioco dalla capacità di Orfeo/Teseo/Prometeo di sopravvivere a se stessi.
Nel rallentamento a gravità zero, attraverso il finale di Stanley Kubrick, Arianna salva Di Caprio, e con lui la realtà ed il genere umano.
E tutti vissero felici e contenti.

Biancaneve“, (Todaro Editore, 2010) di Marina Visentin, è un romanzo da cui emergono, dopo la sedimentazione necessaria, degli aspetti che a una prima lettura rimangono nascosti. Il primo livello narrativo non è certo elementare, intendendo il termine come ‘non composto’, ma lo è invece dal punto di vista del lettore, e di ciò che coglie, ovvero la linearità interpretativa.

In questo livello ci viene mostrata una ragazza privata di un rapporto organico con se stessa, con il proprio corpo e limitata – circa gli altri, in quanto mondo – ad un piano relazionale estremamente scarno, sottoposto ad un’anoressia psicologica che la porta a un’articolazione emotiva monosillabica. La protagonista, giustificando se stessa di fronte a ogni senso morale e sociale, si lascia coinvolgere in delitti e reati al solo fine di migliorare o mantenere il mondo in cui vive.

Una lettura psicologica classica ci porta quindi inevitabilmente a rilevare un rapporto psicotico tra pena e colpa, che si rivela nella rimozione del delitto a livello coscienziale, e infine a un’isteria freudiana standard, che porta la protagonista – probabilmente sofferente di frigidità – a compiere lei stessa un delitto che – finalmente – è liberatorio, catartico, per quanto devastante al fine del mondo finora costruito.

Certamente questo livello è presente nell’opera, e ne rappresenta la corteccia, l’ossatura, ma vi sono altri aspetti che abbisognano di un approfondimento maggiore. La protagonista, mostra, quasi seguendo Roland Barthes, dei frammenti di un discorso amoroso, cerca di muovere dei passi sul cammino di una relazione, o almeno cerca di capire che cosa questa implichi, in termini di do ut des, di una dinamica del possesso e di una gratificazione che – lei auspica – dovrebbe giungere a completamento della relazione stessa. Eppure anche le poche persone che riescono ad avvicinarla, come Rossana, l’amica e coinquilina, che apparentemente vive una dimensione di realizzazione e coinvolgimento, rimane ugualmente vittima della sua decostruzione emotiva, che – in fondo – nell’amica è solo mascherata più attentamente, e che la porterà a impattare – fisicamente e letteralmente – la sua dialettica della seduzione con la violenza maschile distruttiva.

La protagonista, lavora foucaultianamente sull’ordine del discorso, e la parola – sia quella detta che quella taciuta – è perciò il primo elemento costitutivo di una microfisica del discorso amoroso, dove questo si trasforma tragicamente in un paradigma giudiziario. Il reato, sia l’omicidio in se quanto la complicità, sono il tema – per definizione – dove la relazione amorosa trova il suo luogo espressivo, non esistendo in tutto il romanzo una persona eticamente degna in grado di farsi carico dell’amore come onere, personale e sociale.

La protagonista esercita la dimensione amorosa/affettiva così come realizza lautonomia e l’indipendenza del sociale: da una posizione di forza. Ogni discorso, ogni ordine del discorso, si realizza in quanto oggettuale, quando si astrae – perdendo di vista il suo oggetto – si trasforma in schema di dominio, in microfisica di un potere, di controllo.

L’amore di Biancaneve rimane inficiato nel dominio/controllo perché manca di oggetto, e di una persona reale su cui esercitarlo, fino alla catarsi barocca nel finale, dove la simulazione e la trasformazione in simulacro dell’oggetto del desiderio, producono l’oscenità e la macelleria.

Marina Visentin, conscia della pericolosità dinamica della relazione amorosa, e di quanto facilmente questa si presti a derive criminali (la storia della letteratura di genere è storia di tradimenti e di amori perduti), travalica gli aspetti sociali e psicologici di questa mediazione per reinterpretarla sul piano linguistico genealogico. Il suo è il tentativo di spezzare la macchina desiderante dell’isteria, e ne ricerca un principio di realtà nel paradigma giudiziario: ma l’ordine del discorso è troppo radicato, il discorso amoroso non riesce a emanciparsi, a diventare adulto, e si ritrova tragedia.

Il discorso amoroso è diretto quindi ineluttabilmente al controllo e al dominio, e solo la personalizzazione e l’oggettualità fenomenologica ne permetterebbero la riproposizione in un’etica e in un mondo relazionale non fatale.

Esempio trasparente di questa dinamica iperreale lo fornisce la protagonista stessa, raccontando della sua passione per la divinazione. I ching, oracolo cinese di cui Biancaneve fa uso, consumo ed abuso, sono lo specchio barocco della relazione amorosa che lei vive. L’oracolo, la divinazione, è una forma di discorso diretta al controllo e al dominio esattamente come il discorso amoroso, solamente che nella divinazione il processo di spersonalizzazione è completo. La protagonista, grazie agli esagrammi che il libro le propone, costruisce una rete, un modello interpretativo, sostitutivo del reale con cui è incapace di confrontarsi, e questo si rivela un modello talmente vincente, che lei stessa si scopre sorpresa, alla fine, del suo inevitabile fallimento oracolare. Il discorso amoroso e la narrativa divinatoria si dimostrano per Biancaneve sostanzialmente lo stesso discorso: un allucinatorio tentativo di costruire un modello per decifrare un reale che per lei non ha senso alcuno. Questo tentativo interpretativo porta in se il suo stesso destino, e si infrange come in ogni hybris degna della sua tragedia sulla sua ineluttabilità. Citando il poeta, a volte, neanche gli dei possono nulla.

Pubblicato su Il recensore

Non è passato molto tempo, forse nemmeno due anni, da quando ho avuto il piacere di conoscere e presentare per la prima volta Sergio Paoli ed il suo “Ladro di Sogni“. Questa fotografia ritrae quel piacevole incontro. In seguito Sergio ha accettato di presentare nella stessa libreria, “La Talpa” di Novara, anche il suo secondo romanzo Monza delle delizie. E’ stata una serata interessante, a cui si è aggiunta la presenza della giornalista Valentina Sarmenghi che ha poi pubblicato sul Corriere di Novara una sua intervista a Sergio, ma che purtroppo è stato impossibile recuperare on line. Se prima o poi il testo dovesse essere disponibile certamente aggiornerò questo stesso post. Qui sotto si legge, con un imperdonabile ritardo, la recensione che allora ne scrissi e che fu – al tempo – pubblicata su Il recensore.com

Monza delle delizie. Storia di poteri e malaffari (Frilli 2010) è il nuovo romanzo di Sergio Paoli, già autore lo scorso anno del fortunato Ladro di Sogni, edito sempre da Fratelli Frilli e interpretato dal medesimo protagonista: il simpatico, accattivante, timido, e dotato di molte altre qualità ben evidenziate nel testo, commissario Federico Marini.

E’ importante sottolineare questi aggettivi, ed è evidente che Paoli li individua in modo particolare, perché ci tiene a distinguerlo in modo esclusivo, a renderlo ’speciale’. Il suo non è un poliziotto come gli altri, è diverso, e in modo preciso, forte, fin dall’inizio e dalle sue dichiarazioni sulla ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz di Genova che gli hanno interrotto per sempre la carriera, oltre ad inimicarsi tutti i superiori in grado.

Monza delle delizie si occupa di un tema quanto mai attuale e d’impatto: i rapporti tra impresa e criminalità organizzata. Sembrerebbe un saggio ed anche imponente: invece è un giallo poliziesco. Monza delle delizie è una forte presa di posizione critica nei confronti di quelle multinazionali oggi note come corporation, dei veri e propri stati indipendenti, spesso con un fatturato superiore al PIL di molte piccole nazioni. Il tema è quindi è estremamente attuale, soprattutto in un Italia che, negli ultimi anni a partire da Cirio e Parmalat, fino alla crisi delle grandi banche, ha visto e vede giornalmente quanto la velina posta tra industria, criminalità e politica è sottile.

Monza delle delizie, in realtà non è precisamente un nuovo romanzo, poiché l’autore ha sempre dichiarato che era stato iniziato prima di Ladro di Sogni, di cui oltre tutto – tecnicamente – è un prequel. Iniziato prima, poi sospeso e infine concluso a posteriori, Monza delle delizie è stato in sostanza scritto durante l’infinita tournee che ha portato Sergio Paoli a presentare il suo libro in centinaia e centinaia di piccole piazze, librerie, rassegne, a volte davanti a dieci persone e altre con molte centinaia.

Sergio Paoli in questi due anni sul web è diventato per molti il simbolo di come deve essere strutturata un’autopromozione seria ed efficace. Anobii, Facebook, il passaparola, le mailing list, i blog, un’intelligente e ragionata serie di rapporti interpersonali generati e coltivati: tutto ciò a portato ad un’ampia diffusione del suo romanzo, che – indipendentemente dalle vendite – è senz’altro uno dei noir di cui si è parlato – e quasi sempre bene – lo scorso anno. Monza delle delizie presumo che seguirà lo stesso tragitto del suo predecessore, anche alla luce di un probabile futuro terzo atto con lo stesso protagonista.

La scrittura di Paoli ha compiuto una precisa evoluzione rispetto all’opera precedente. Vi sono difatti delle differenze non indifferenti tra le due opere. In Monza delle delizie, soprattutto nella prima parte, vi è una padronanza della narrazione assolutamente di prim’ordine. Le critiche di eccessiva partigianeria rivolte a Paoli da molti lettori che non condividono le sue idee politiche perdono completamente valore di fronte alla scrittura di Monza delle delizie. Ovvero, se di Ladro di Sogni si poteva dire (poi si potrebbe discutere, ma la cosa era sensata) che la narrazione risentiva del desiderio dell’autore di far transitare un ben preciso messaggio politico, certamente questo non si può dire di questo nuovo scritto. La narrazione è sciolta ed assolutamente slegata dal contenuto, pur restando netto e preciso ciò che Paoli vuol dirci circa il mondo in cui viviamo. Chiaro che tutto ciò deriva dall’esperienza, e quindi non possiamo che essere lieti di questo passaggio nel vissuto di Sergio Paoli. In sintesi quell’essere monocorde, quel basso continuo, che accompagnava la storia di Ladro di Sogni, è scomparso, e la musica è decisamente più orchestrale. Nel proseguo della storia, quando sempre più l’aspetto dell’indagine poliziesca in senso stretto prende il sopravvento la scrittura si tende, perdendo quella musicalità che è propria della prima parte per diventare invece più thriller, forse più vicino agli standard americani, più simile – in un certo senso – ad un giallo poliziesco puro: qui servono le prove, gli indizi, gli appostamenti, i testimoni. Senza assumere i connotati del legal thriller la narrazione quindi cambia, e così il ritmo sottostante.

Per concludere, Monza delle delizie è un romanzo che segna una netta crescita tecnica e professionale di Sergio Paoli, pur restando un’opera evidentemente ancora di transizione. Aspettiamo Sergio Paoli alla prossima prova, curiosi di quali nemici affronterà questa volta il commissario Marini.

Pubblicata su Il recensore.com

Ed eccoci qui durante questa seconda presentazione !

In piazza Capitaniato, a Padova, c’è un monumento. Non è un monumento equestre, di quelli dedicati ad un qualche grande condottiero o ad un capitano di ventura, di quelli che abbondavano nei tempi in cui da queste parti dominava la Serenissima Repubblica. Neppure è la statua di un principe o di un re, e nemmeno di un nobile, proprietario di palazzi e ville. Si tratta – pensate un pò – di un uomo di lettere: certo Angelo Beolco, detto Ruzante. Dario Fo, durante la cerimonia per la consegna del Premio Nobel, ne ha parlato, e così ha detto:

«Uno straordinario teatrante della mia terra, poco conosciuto… anche in Italia. Ma che è senz’altro il più grande autore di teatro che l’Europa abbia avuto nel Rinascimento prima ancora dell’avvento di Shakespeare. Sto parlando di Ruzzante Beolco, il mio più grande maestro insieme a Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia».

Ruzante qundi è posto al pari dei padri del teatro moderno, insieme a Goldoni, Moliere e Shakespeare, e scusate se è poco. Per chi fosse interessato, è possibile scaricare gratuitamente l’opera del nostro, in questo sito. Ma Dario Fo, non è l’unico a pensarla in codesta maniera, e nella Padova odierna, vi è un altro scritore che – nel suo piccolo, senza scomodare i maestri – prova a rifarsi alla grande tradizione del grottesco e della farsa.

Di lui citiamo lo pseudonimo, Heman Zed, perchè così ha deciso di farsi conoscere dai suoi lettori. Ho avuto il piacere di incontrare Heman in molte occasioni, ultima delle quali una lunga e piacevole conversazione durante i ‘Giovedì letterari’ del Ristorante Boivin
di Levico Terme. Queste serate, organizzate da Claudia Boscolo con la collaborazione del sottoscritto, hanno visto passare alcuni interessanti giovani autori italiani, tra cui appunto Heman Zed.
Su “Il recensore.com” ho pubblicato una recensione al secondo dei tre romanzi scritti da Heman Zed. La riporto qui perchè volevo partire proprio da alcuni temi qui tracciati per ritornare poi al primo ed al terzo romanzo.

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Leggendo La Zolfa (Il Maestrale, 2009), ripensavo le lunghe letture sulla storia della cultura popolare, del teatro di strada, dei cantastorie. L’antica tradizione degli affabulatori, che girando per mercati e fiere, sin dal più profondo medioevo, ha tramandato storie, leggende e tradizioni, sale lungo i tortuosi meandri della storia – rigorosamente minuscola – incrociando Rabelais e Ruzante, Goldoni e Moliere. E ancora il formaggio, i vermi, pescatori, pirati, briganti, e giunge fino a questo libello, opuscolo ambizioso, che si vanta di tanta tradizione.

Ora, che la lettura è conclusa, non posso che dire che ne ha ben donde ! Che avventura, che coraggio, che epica!L’intera narrazione ti avvolge in una suspence irresistibile, condita dalla verve comica dell’autore, per cui non ti distrai se non per i pochi istanti necessari a stappare una birra o a svolgere innominabili funzioni corporali (ma che qui paiono ovvie come in un film di Sordi).

L’autore, ignoto alieno giunto tra noi per ricordarci da dove veniamo, ci riporta in una terra antica, dove i codici d’onore sono appunto tali (a meno che non debbano essere poi infranti ogni qual volta sia conveniente farlo), dove gli uomini sono uomini e le donne… lasciamo stare. Heman Zed fa suoi gli stilemi di un mondo perduto, distrutto da telefonini, politica centralizzata, televisione, turismo intercontinentale (ma che ci vanno a fare i ragazzini di Casalpusterlengo in Thailandia al confine con il Laos?).

Nessuno guarda più le proprie scarpe. Nessuno si preoccupa più di quanto è stronzo.

L’epopea di San Pinerlo, del cavalier Pistone, del suo portinaio Sulfo IV detto lo stronzo, e degli abitanti de La Zolfa tutti, rimarrà nella storia oscura di questo paese di merda. Dimenticata da tutti gli annali della letteratura ufficiale, La Zolfa sarà ricordata come momento topico della sua storia nascosta, fatta di libri dimenticati, di eretici bruciati, di anarchici ammazzati e di poveri cristi depredati.

La Zolfa è rivolta, furto, rapina.
La Zolfa si riprende quello che era suo.
La Zolfa è avventura, epopea, sesso, amore, armi, duelli, e morte.
La Zolfa sono i sogni della gente stupida, dei vecchi ubriachi al bar, con la cirrosi e l’alzhaimer dopo una vita in fabbrica e i figli che chissà dove sono.

Heman Zed, l’alieno sceso tra noi, ci racconta le storie che gli hanno sussurrato dopo il secondo (terzo, e chi lo sa ?) bottiglione di Merlot. La storia di un killer innamorato, di una sgualdrina tutta fatta a modo suo, di una contessa …. come dire? non molto nobile? e tante altre crepe della Storia maiuscola tuttadunpezzo (e tuttattaccato, alla faccia anche della grammatica).

Non me la sento di fare il critico serio a proposito di questo libro. Non che non lo si possa fare, attenzione. Come ho detto il background del testo è immenso e un analisi testuale porterebbe alla luce i moltissimi riferimenti sottesi nel testo. Però non sarebbe corretto, La Zolfa ed i suoi eroi non se lo meritano. Non si troverebbero a loro agio, come invece in una puntata di Alan Ford ed il gruppo TNT.

Vorrei soffermarmi su un solo elemento che appare sull’orizzonte della critica, forse lontano, forse culturalmente non così diretto, ma con un’analisi dei personaggi che mi sembra estremamente simile, ed è Luis Buñuel. La distruttiva analisi della piccola borghesia che il regista attua in molti dei suoi film migliori (”Bella di Giorno“, “Diario di una Cameriera“, “Il fascino discreto della borghesia“, “L’angelo Sterminatore“, “Viridiana“) ha molto in comune con la feroce critica sociale delle convenzioni del nostro tempo che si ritrova ne La Zolfa, e i personaggi sono altrettanto stereotipati di quelli del regista. Pure maschere allucinate, zombi deliranti che sopravvivono alla fine di un tempo senza riuscire ad entrare nel futuro. Tutti Simon del deserto i personaggi de La Zolfa sono destinati a morire uno ad uno, per lasciare il passo a telefonini, televisione e viaggi di nozze in crociera, ed è ben sapendo questo, che decidono di fare la Rivoluzione, che – come si sa – “non è un pranzo di gala”.

Pubblicata su “Il recensore

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La zolfa quindi incarna in toto questo lato grottesco, farsesco e direi picaresco della vita che da Ruzzante a Dario Fo affianca la letteratura cosidetta ‘alta’, viaggiando invece tranquillamente a braccetto con tutti quei generi e sottogeneri che mai hanno goduto il rispetto di professori e dottori. Con i dovuti distinguo il cavalier Pistone è un Don Quixote del nostro tempo, che difende la sua dulcinea (un pò puttana, ma insomma …) dai giganti e dai nemici. Ma non solo La Zolfa incarna quest’ideale narrativo.

Heman Zed in tutta la sua produzione narrativa, anche se con accenti differenti, mantiene volutamente centrale il ruolo del battitore libero, dell’anarchico che però diventa – piaccia o meno – il cardine dell’intera storia. Così Tito, il giovane protagonista de La cortina di Marzapane, e così il batterista di Dreams & Drums, proprio in questi giorni in libreria. Questi personaggi – ne la Zolfa, il ruolo è di Sulfo IV, il portinaio – rappresentano il ritmo della narrazione. Quel procedere oggettivo, libero, anarchico della vita indipendentemente dalle singole volontà, e soprattutto alla faccia di tutti i potenti e di tutti coloro che non vogliono che l’amore domini in questo mondo. Penso a un cartone animato di Enzo D’Alò: Momo, dove ‘i grigi‘ rubano il tempo alle persone, costringendoli a vivere una vita frenetica e infelice, finchè non vengono tutti salvati da Momo, bimba anarchica e senza famiglia, senza genitori nè autorità. I personaggi dei romanzi di Heman Zed, come Momo, sono degli strani attrattori, sono delle battute in levare, figure intorno a cui le narrazioni prendono forma, perchè sono vive, non delle funzioni del marketing.

In Dreams & Drums, Heman Zed concretizza anche il suo essere musicista, e al volume si trova allegato un cd autoprodotto, dove vengono suonati i brani citati all’interno del romanzo. Indipendentemente dal risultato letterario, che ovviamente non può essere sempre omogeneo, in particolare se si affronta un genere rischioso quale la farsa ed il grottesco, è importante ricordare che la Poesia (ebbene si, anche quella maiuscola) è molto vicina allo spirito picaresco e certamente Don Quixote era un grande poeta, ma quanto è facile da queste vette ricadere nel ridicolo, come il saggio di Bergson sul comico (Il riso) mostra ampiamente. Heman Zed comunque vede sempre il limite dei suoi personaggi e li salva comunque dalla fine ingloriosa che a volte rischiano, ma questo solo perchè in lui alberga un grande cuore, e capisce fino in fondo le sue creature.
Heman Zed ed i suoi personaggi ci insegnano a vivere, a non dimenticarci mai di sognare, a non dare mai nulla per perso, fino in fondo, anche se poi infine come ogni Arlecchino e Pulcinella la via d’uscita un pò di traverso è meglio se la si trova. Quello che ci ricorda sempre però, che l’importante è lo spirito, la faccia che metti di fronte al mondo, quella che vedi nello specchio la mattina.
Heman, il cavalier Pistone, Sulfo IV, e tutti i suoi personaggi adorabili e folli, e qui mi permetto, per simpatia, empatia e amore di mettermi in mezzo, (anche se non lo faccio quasi mai, ma qui ci vuole), lo possono dire:

Noi, la mattina, nello specchio, non vediamo una faccia da culo ! Noi.

Dedicato a tutti i Pete Best rimasti lungo la strada.

Su Vice, rivista decisamente interessante nel panorama a volte deprimente delle zine italine, potete leggere il prologo di “Veronica Silva“, il nuovo romanzo di Violetta Bellocchio. Lo scorso anno ero stato profondamente colpito dal suo romanzo d’esordio “Sono io che me ne vado“. Alcuni stralci di questo nuovo lavoro era stato possibile leggerli su Repubblica quest’estate, ed ora Vice pubblica il prologo, in toto. Spero di poter leggere a breve il testo integrale di questo nuovo romanzo, che attendo con impazienza, soprattutto viste le premesse.
Non entro nel merito del prologo che ho trovato assolutamente affascinante, ma vorrei commentare una dichiarazione di Violetta posta come capello al prologo stesso: “Non credo al potere della scrittura autobiografica nemmeno come fonte di catarsi individuale, e non credo che ‘usare quello che si conosce’ ci renda persone migliori in alcun senso. È una storia inventata che deve diventare il più possibile tua, non il contrario. Quindi un personaggio non funziona fino a quando lui o lei non alza gli occhi dalla pagina e si mette in contatto con te. Melinda non ha mai avuto la mia vita, ma mi ha fatto entrare nella sua — ora sono stata in ballo come prossima Bond Girl, per un minuto o due, e so cosa si prova a pattugliare i corridoi di un albergo con la schiena scoperta in pieno inverno.
Usare quello che si conosce, ovvero scrivere di ciò che si conosce è l’imperativo che Stephen King considera – diciamo – il grado zero della scrittura.
Qui si cerca di destrutturare questo principio, ma, ho l’impressione, non certo per aumentare in modo minimalista e postmodern la distanza tra autore ed oggetto letterario, bensì per rivolgersi ad una compartecipazione, una condivisione il più possibile totale della propria vita con quella del personaggio.
Si potrebbe forse dire, ma forse esagero – mi piacerebbe che Violetta mi dicesse qualcosa in merito – che l’autobiografia scompare con il progressivo dileguarsi dell’autore e la sempre maggior definizione dell’opera. Che è un tema totalmente interno al dibattito sul New Italian Epic, tra l’altro. L’autonomia dell’opera e dei personaggi – rispetto alla vita dell’autore è proprio il principio che permette di valutare l’opera, altrimenti radicalmente inficiata dalle troppo comuni bassezze umane. Lasciare che i personaggi prendano vita corpo, autonomia e si impossessino così della vita stessa dell’autore.
Qui mi fermo, aspetto di leggere il romanzo.
Mille auguri ad una grande scrittrice !

Altai è, come è noto, l’ultima fatica dell’autore collettivo noto come Wu Ming. Dell’opera si è già lungamente parlato e lo stesso blog che gli autori gli dedicano è ampiamente esaustivo di tanti aspetti non direttamente affrontati nel testo. Questa mia nota vuole affrontare l’opera sotto la cifra interpretativa del sogno. Questo è da intendere sia nel suo significato puramente onirico, che in quello di desiderio, utopia. Vorrei mostrare che – sulla scia della lettura di Ernst Bloch, delle sue interpretazioni del fenomeno degli anabattisti e di Thomas Muntzer (l’ambiente di Q) e della sua speciale concezione dell’utopia – Wu Ming traccia un filo rosso tra il percorso di El Israel, il popolo eletto, ed il sogno come desiderio umano, che filtra da un inconscio, solo parzialmente nascosto da un velo trasparente di coscienza.

La cifra originaria, il motore di questo percorso carsico che percorre la storia delle dodici tribù di Beniamino attraverso la Storia maiuscola, è il sogno di Giuseppe.
La storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e dei suoi fratelli, è narrata in Genesi 37 – 50, ed è una delle più feconde espressioni della potenza narrativa del testo biblico. E’ assolutamente nota, in tutte le sue parti, nonostante la lettura del testo riveli ai più dettagli che nella vulgata normalmente diffusa spesso sono rimasti in secondo piano.
Comunque non è l’esegesi biblica che interessa a Wu Ming, bensì il potenziale evocativo posseduto da questa narrazione nella storia del popolo d’Israele.
Ciò che conta è che Giuseppe, grazie a dei sogni, e alla loro interpretazione, che lui è in grado di esercitare, ribalta i rapporti di forza, e non solo sul piano – lineare, militare – dei rapporti tra Ebrei ed Egiziani, ma anche quelli strettamente familiari, tra lui e i fratelli, il ruolo di Beniamino, il rapporto con il padre, la formazione delle dodici tribù. Tutto: la genesi stessa del popolo, dalla sua radice più profonda, i rapporti di fratellanza (quante volte infranti e ricomposti solo in queste prime pagine della Genesi, Caino e Abele, Giacobbe e Esaù) e di paternità (l’infanticidio di Isacco), fino alle questioni di politica internazionale. Tutto transita attraverso il sogno, la capacità profetica e la sua interpretazione. Lo sguardo sul futuro, transitando attraverso il nostro spazio interiore – l’inconscio prima individuale, poi collettivo – lancia la prospettiva di una nuova storia.
Siamo ancora nella prima parte del testo quando viene citato per la prima volta il sogno:

– Fu a causa dei suoi sogni che i fratelli vendettero Giuseppe agli ismaeliti, – commentò Dana. La frase mi colpì. Le somiglianze tra Giuseppe e Giuseppe Nasi mi apparvero evidenti. Entrambi si erano accattivati i favori di un sovrano straniero. Avevano ottenuto incarichi di governo, titoli nobiliari, enormi ricchezze. Ma non la fiducia dei familiari. Non subito, almeno, e non senza fatica. [pg. 96]

Concetto che viene ripetuto poche pagine dopo

Era stata Dana a ricordarmi la storia di Giuseppe invidiato dai fratelli a causa dei suoi sogni, e da essi venduto ai mercanti . [pg. 131]

Fin dall’inizio quindi Giuseppe Nasi (Yossif Nasi, ebreo Sefardita sfuggito alla persecuzione del 1492 e rifugiato in Portogallo) viene paragonato al Giuseppe biblico, ed è chiaro il riferimento non solo ad un fondatore, ma a qualcuno che è in grado di sognare la storia, di interpretarle e di proiettarla nel futuro, attraverso un Utopia. Il soggetto invece – la prima persona, l’io narrante – è Manoel Cardoso, ebreo sefardita, pirata sulle coste dalmate, veneziano, traditore, e paradigma dell’umanità intera. Tutti noi siamo Manoel Cardoso, Ich bin Manoel Cardoso, e tutti noi siamo Emanuele De Zante, ovvero l’uomo che vive la ragion pratica. Cardoso comprende il sogno di Nasi, e lo condivide, anche se con difficoltà e preoccupazione. Il suo problema è come realizzarlo, come identificare gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione, e come definire le strategie per superarle, a costo di dimenticare il sogno stesso, nella dinamica materiale e – in fondo – ideologica, della conquista. Wu Ming non si lascia ingannare dalla natura estremamente umana di Cardoso, e ne evidenzia in modo impietoso il suo limite: Cardoso non è mai nel sogno, non è mai Yossif Nasi, rimane – potremmo dire – nella politica, contro la capacità proiettiva ed evocativa del suo alter ego.
Dana lo capisce perfettamente, e così Ismail: entrambi capiscono e si affezionano alle qualità umane di Cardoso, ma percepiscono il suo essere – sostanzialmente – fuori dal sogno, mentre loro ricominciano da capo.

Ismail, rappresenta invece un altro dei momenti nodali del percorso tracciato da Wu Ming. Ismail ha partecipato alla rivolta degli Anabattisti, in Germania. Questo è un dialogo tra Ismail e Manoel Cardoso:

– Avete mai sentito parlare della città di Münster, in Westfalia? Io ero là, nell’anno del Signore 1534. E prima ancora ero con i contadini tedeschi insorti, alla battaglia di Frankenhausen. Münster. A quel nome si associavano storie di ogni tipo. Münster era una specie di bestemmia, il nome compendiava la follia del mondo. Si diceva che gli eretici anabattisti vi avessero abolito ogni sacramento, ogni traccia della religione, dell’ordine umano e divino. Si diceva che a guidarli fosse il diavolo stesso, nelle mentite spoglie di un Nuovo Davide. Sembrava impossibile trovarsi davanti a un testimone di eventi così lontani. Quell’uomo proveniva da un altro mondo, di cui a Venezia avevo sentito evocare gli orrori. Mi riscossi e provai a riprendere il filo delle domande.

– Volevate fondare il regno di Dio sulla terra, non è così?

Tornò a guardare lontano, attratto dal buio, mentre le dita scivolavano al petto e frugavano sotto la camicia.
– Volevamo giustizia. E una ragione per vivere e morire. Io ebbi la fortuna di uscirne vivo e di incontrare persone che mi spiegarono qualcosa del mondo. Qualcosa che non si trova scritto nella Bibbia o nel Corano, ma nei libri contabili. [pg. 225 – 226]

Qui il richiamo al filosofo Ernst Bloch diventa diretto, visto che suo è quel “Thomas Muntzer teologo della rivoluzione” che nel 1921 rappresentò il primo ed illuminante momento di rilettura del movimento tedesco. La figura di Muntzer, il movimento degli Anabattisti e la battaglia di Frankenhausen sono parte della narrazione di Q, e si svolgono circa cinquant’anni prima di Altai (infatti si dice che Altai si svolge quindici anni dopo l’epilogo di Q, ma la battaglia di Frankenhausen è del 1525 e la battaglia di Lepanto – conclusiva di Altai – è del 1571). Il testo blochiano narra un’epifania di quello che lui definisce Geist der Utopie, Spirito dell’Utopia, e che molti anni dopo chiamerà Das Prinzip-Hoffnung , il Principio – Speranza. Nel mezzo esiste un terzo testo blochiano rilevante ai nostri fini, Tracce. Il filosofo tedesco, vede la storia non certo come una radura piana e lineare, bensì come un terreno difficile, con salite e discese, dove è importante capire gli oscuri destini che accompagnano gli uomini, i fili nascosti, le tracce – appunto – che uniscono elementi a volte apparentemente inconciliabili. Secondo Bloch l’Utopia, intesa come il pensiero che rivoluziona la vita, quel modo dell’essere che prende comunque le parti degli oppressi e dei deboli, ha nella storia un percorso carsico, ovvero il suo è un apparire e scomparire, pur mantenendo però delle caratteristiche costanti. Quindi la lotta di Spartaco a Roma, quella di Muntzer, i moti del 1948, la comune parigina, sono tutti momenti in cui – come da una risorgiva – lo Spirito dell’Utopia – ricompare e si manifesta. La storia del popolo di Israele è impregnata di questa interpretazione della filosofia della storia, che infatti troverà in Rosenzwaig e – in parte – in Benjamin dei discepoli del pensiero blochiano. Wu Ming si allinea totalmente a questo pensiero, ed il legame che lui costruisce, grazie ad Ismael, tra Frankenhausen, la presa di Famagosta e la battaglia di Lepanto, è perfettamente inseribile nella concezione blochiana. Difatti è evidente il desiderio di collegare in funzione critica Ismail con il movimento anabattista, al fine di voler proporre lo spirito di Yossif Nasi come alternativo rispetto agli Anabattisti.

– Tu e io abbiamo sempre rischiato, – ribatté Nasi. – Ascoltami: chi meglio dei giudei, da sempre perseguitati, potrà accogliere i perseguitati di tutta Europa? Il regno di Cipro potrà dare asilo ai fuggiaschi, agli spiriti liberi, alle vittime dell’Inquisizione. Non importa quale sarà il loro credo, purché siano disposti a costruire la casa comune. Tolleranza e concordia saranno le fondamenta della Nuova Sion.
– Io nella Nuova Sion ci sono stato, – replicò Ismail. – Ho visto all’opera i profeti del Regno.
– Mi stai paragonando a loro? Ai pazzi di Münster?
Nasi scacciò quell’idea con un gesto brusco. Un gabbiano si spaventò e spiccò il volo andandosi a posare poco più in là.
– Non a loro, – rispose Ismail. – Al me stesso di quei giorni.
– Oggi viviamo un altro tempo, – disse Nasi, – e io non cerco l’apocalisse.
[pg 313-314]

Nasi vuole distinguersi: il suo sogno non è la giustizia sociale. Nasi vuole un regno. Il Regno: ovvero la Terra Promessa, la realizzazione dei sogni. Nasi costruisce un progetto grandioso, che coinvolge l’intera diplomazia europea, muove eserciti e popoli. E’ un grande condottiero, un momento cardine, intorno a cui ruotano trame, ideali e percorsi.

Due sogni quindi, il Sogno di Giuseppe, l’alpha di El Israel, ed il sogno di Yossif Nasi, che vuole essere l’omega, la consacrazione del Regno in terra.

Tra questi due momenti si pone un uomo, che fin dall’inizio è un imputato, oltre che un uomo. Manoel Cardoso compie un percorso attraverso l’opera, che non è un cammino di redenzione: era e resta un traditore. Però è un percorso di riappropriazione: Cardoso ha rinnegato le sue origini (il suo sogno era non essere più un giudeo), è fuggitivo dalla sua patria d’adozione, ha abbandonato colui che gli ha fatto da padre, per avere in cambio un ruolo di controllo. Ora tutto ciò deve convergere per Manoel Cardoso, ed il suo cammino è ben mostrato dalla parabola della lepre.

[parla Ismail] Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o col falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani.
Mi parve di capire dove voleva arrivare, e cercai di seppellirlo sotto l’autorità di un testo famoso. Il Consigliere ne pretendeva la conoscenza a menadito da parte di ogni sottoposto.
– Machiavelli ha scritto che bisogna guardare il fine, non i mezzi.
– Sì, anche Yossef me lo ha ripetuto spesso –. Chiuse gli occhi e si sistemò sul fianco. – Con gli anni, ho invece imparato che i mezzi cambiano il fine.
Mi augurò un buon riposo.
[pg. 228]

In queste poche righe la vita intera di Manoel Cardoso, l’uomo della vita pratica, viene smontata. Avrai anche ottenuto poteri ed onori, libertà e diritti, ma lo hai fatto con mezzi non idonei, gli dice Ismail, ottenendo così “una libertà da cani”. Cardoso non comprende. Impiegherà il resto della sua vita a meditare su questa frase. Difatti, sarà solo chiuso in una fetida cella, ormai prossimo alla fine, che riuscirà, incontrando la sua nemesi, il suo mentore, a dirgli:

– Ci sono uomini che farebbero qualunque cosa per catturare una lepre. […]
– Uomini come voi, – continuo. – Come me un tempo.
Ora credete di avere avuto successo, e non vi accorgete di stringere in mano una carcassa spolpata dagli stessi cani che avete sguinzagliato –.
Lo guardo negli occhi per l’ultima volta.
– Tenetevi stretto questo cencio. Perché è tutto ciò che vi resta.
[pg. 402]

Cardoso l’uomo, Cardoso la lepre in eterna fuga, Cardoso il giudeo, anch’esso in eterna fuga, Cardoso pedina di un gioco molto più vasto di lui, ma che infine comprende.
Non ho potuto non pensare alla stella di David che sventolava sulle case del ghetto di Varsavia, durante la rivolta del ’44, mentre la Wermacht bombardava indiscriminatamente uomini donne e bambini. In quelle bandiere si poteva scrivere il sogno di Giuseppe, il sogno di un popolo che – fin dalla notte dei tempi – sa di avere Dio dalla sua parte, comunque.

Wu Ming riprende ed affronta il tema della visione profetica nella sezione più densa del testo, l’Interludio [pg. 289- 298]. Non lo trascrivo integralmente e ne rimando alla lettura, è però determinante affrontare alcuni elementi.

All’inizio del brano Ismail cade in delirio. Non è la prima volta: gli era già capitato. La febbre – ovvero la capacità divinatoria, il dono / condanna, era stato la causa del suo ritardo a Tiberiade, dove Beatrice / Gracia lo attendeva inutilmente. Beatrice muore, senza poterlo rivedere, ed Ismail cerca di inseguire la visione della sua amata scomparsa. Ancora una volta, come uno sciamano, viene colpito dalla febbre, che è comunque elemento classico di molti ambiti divinatori. Il febbricitante, colui che è colto dal delirio, è in grado di vedere il futuro, gode del dono della visione. E Ismail ha una sequenza di visioni, inserite in un ordine ben preciso, con un canone rigoroso.
La prima visione riguarda un luogo, Elim, che è doppiamente importante, prima di tutto perché è il posto dove Ismail era già stato colto da questa febbre, e che gli impedisce di arrivare a Tiberiade, inoltre è il luogo dove gli Israeliti, stremati dalla traversata del Sinai, vengono donati da Dio della manna dal cielo. La discesa della manna è chiaramente un segno della solidità e della permanenza del patto tra El Israel e il suo Dio, così come la febbre divinatoria di Ismail segna l’inizio di un dramma,
quello di Yossif Nasi, affidatole da Gracia, che oggi, ancora in un ambito divinatorio, si va a concludere. Tutto inizia e finisce nel sogno, tutto è visione. Tutto cresce solo sotto il volere di Dio, che ci dona la manna, e ci permette di continuare a sognare, e vivere.
Ismail ripercorre in un percorso quasi cinematografico come dei flashback della sua esistenza, immortalando elementi altamente simbolici:

*** la decapitazione di un eretico;

*** la morte stessa di Beatrice (rappresentazione di un intensa drammaticità: vanitas vanitas, come nell’Ecclesiaste Wu Ming mostra l’impermanere dei sentimenti, anche dei più profondi: l’amata di Ismail ritorna cenere e terra, in un samsara ineluttabile);

*** la stamperia, ed anche qui è necessario sottolineare un rimando: la grande biblioteca di Yossif Nasi, che da ai libri un valore immenso, stretto però tra religioni che in più di un occasione hanno distrutto biblioteche intere, ritenendo necessario un libro solo (Corano, Bibbia, o Vangelo che sia). I libri sono la parola del mondo – ci dice la visione di Ismail – non la parola di Dio, che invece ci perviene attraverso altri canali, come la manna;

*** la battaglia di Frankehausen, dove l’esercito di ultimi raccolto da Muntzer e dagli anabattisti viene annientato in un bagno di sangue, in una gloriosa allegoria di morte.

Eppure, nonostante una tale drammatica sequenza di visioni (o di ricordi, se si vuole, ma trasformati in allegoria), Ismail alla fine della battaglia sogna un arcobaleno, che come la manna, ancora una volta, dopo il diluvio, è la riconferma del patto. Il patto tra il popolo e Dio, il patto tra Ismail ed il mondo, il patto tra noi e la vita, il patto tra un uomo ed una donna.
Io vivo: ho sete.
La manna ci disseta, ed un arcobaleno ci unisce.

Dopo questo paragrafo totalmente divinatorio e profetico, Wu Ming conclude la narrazione nella terza ed ultima parte del romanzo. I giochi si compiono, i fili si tendono e alcuni si rompono. Il sogno si sgretola: Cipro non sarà mai il Regno in terra, la Terra Promessa realizzata, ed ognuno dei personaggi di questa epopea chiude in modo più o meno definitivo un ciclo nella sua vita.
Solo Ismail rimane a guardia del sogno, pur non dimenticando mai le sue pistole, continua la visione, che si traslittera totalmente nella realtà, quasi in un miraggio.

Cinque sagome procedono allineate in groppa ai dromedari. In testa alla piccola carovana c’è una giovane donna, che la conduce verso le prime case. La seguono un arabo con una lunga scimitarra e un ragazzo dal volto glabro, quasi infantile. Aggrappato alla sua schiena c’è un bambino, gli occhi grandi e curiosi. Il vecchio chiude la fila. C’è un movimento in mezzo all’abitato, una torma di bambini esce da chissà dove e attornia i viandanti con schiamazzi e risate. Escono le donne e gli uomini, persino i più anziani. Quando il vecchio scende dalla cavalcatura, tutti si stringono intorno a lui, ringraziando Dio, Colui che riunisce, di averlo ricondotto a casa. [pg. 410]

Questa visione è l’immagine ultima che ci manda Yossif Nasi. Una visione che appare di riunificazione. Dopo la grande divisione, la guerra, dopo la morte, la febbre e la caduta, grazie alla manna ed all’arcobaleno, ovvero grazie alla ricostituzione del patto, tutto si ricongiunge, e gli uomini tornano a casa. Tutto ciò è sicuramente presente, e Wu Ming lo rivendica. Ma in realtà va molto oltre. Ulisse torna a casa, non Achille: esiste un valore dell’abitare, del vivere insieme che è costante non solo in Altai ma nell’intera opera di Wu Ming. E’ un qualcosa che è molto legato al senso dell’amicizia, e che certamente si lega anche al processo di dissoluzione dell’identità. Noi esistiamo solo insieme agli altri: da soli siamo morti. Manoel Cardoso ne è la controprova più trasparente, non essendo stato capace di vivere l’amore di Dana. Il piccolo greco di Famagosta è vivo solo perché qualcuno lo ha amato, e questo amore si rispecchia e si riconosce nella libertà del falco, l’ Altai, mosaico di un tassello naturale, dove ognuno si dissolve e tutti si riconoscono. Ringraziando Dio.

Pubblicata sul Blog di Altai

E’ veramente complesso scrivere di un’opera come “Lo stagno delle Gambusie” (Meridiano Zero, 2009) dell’esordiente padovano Enrico Unterholzner. La difficoltà non sta tanto nella laboriosità della trama, nell’essere arduo dell’argomento, nel linguaggio ardito, bensì nella sua anomalia, nel suo essere essenzialmente e radicalmente altro. Il libro si distingue infatti in modo totale da ciò che siamo abituati a leggere, dalla quotidiana letteratura italiana.

Personalmente vedo i suoi precursori ideali in alcune forme narrative, ma ancora di più in alcuni singoli racconti. Penso a “La Ronde” di Arthur Schnitzler, da cui il meraviglioso film di Max Ophuls, penso a certo Canetti minore, nei passaggi dei suoi infiniti appunti sul mondo, a Stefan Zweig, forse a Thomas Bernhard. “Lo stagno delle Gambusie” però si rifà ad una tradizione in realtà molto più antica, quella della parabola.

Le parabole non sono mai state delle narrazioni simboliche, nel senso metaforico, bensì delle allegorie. Difatti attraverso la sequenza di eventi che occorrono ad uno o più individui si estrapola una norma od una regola generale, solitamente un principio etico. E’ fondamentale distinguere il procedimento dalla metafora perché la metafora prevede una similitudine tra le parti in causa, mentre l’allegoria non lo richiede. E’ l’autore del testo, della parabola, che assimila le parti, ma in modo arbitrario, creativo. Così accade a Geremia, il personaggio del romanzo. Quella di Geremia è un’allegoria demiurgica, e difatti lui costruisce una rete di elementi che definiscono un mondo, un insieme di relazioni, di cui lui è il deus ex machina, il motore immobile. Difatti lui stesso dice che “gli dei non creano il mondo, lo immaginano“. Geremia, dio minuscolo, costruisce il suo mondo immaginario, ovviamente a sua immagine e somiglianza. La storia di Geremia difatti è una parabola perché ha una morale, che viene identificata nella sua hybris tragica, che lo porta ad un destino ineluttabile.

Un ulteriore elemento che identifica la vita di Geremia è l’estrema ritualità. Come in ogni religione anche nella vita di Geremia esiste una serie di comportamenti prestabiliti da cui non si può sfuggire, alcuni anche estremamente pericolosi, ovviamente secondo la sua visione. Tra questi si può ritrovare il passeggiare lungo certi viali particolari, incontrare una mamma, oppure la collega di ufficio. Eventi che possono cambiare in modo radicale la percezione del mondo di Geremia. Questo ad esempio succede in modo decisivo a causa di un elemento apparentemente insignificante: un pelo di gatto, che nella cosmologia allegorica di Geremia assume su di se una serie di collegamenti che lo porteranno fino alla drammatica conclusione.

Lo stagno delle Gambusie” quindi è un libro che è fondamentale leggere – anche perché immagino abbiate percepito la difficoltà del critico nel presentarlo. Sicuramente può essere interpretato in molteplici modi, ed io ho accennato solo ad uno di questi. Penso però che se ognuno di noi fa suo il tentativo di aprirsi alla sensibilità particolare di Geremia, dovrebbe riuscire a coglierne la dolcezza, e la grande solitudine della sua vita.

Pubblicata su Il recensore