Su Vice, rivista decisamente interessante nel panorama a volte deprimente delle zine italine, potete leggere il prologo di “Veronica Silva“, il nuovo romanzo di Violetta Bellocchio. Lo scorso anno ero stato profondamente colpito dal suo romanzo d’esordio “Sono io che me ne vado“. Alcuni stralci di questo nuovo lavoro era stato possibile leggerli su Repubblica quest’estate, ed ora Vice pubblica il prologo, in toto. Spero di poter leggere a breve il testo integrale di questo nuovo romanzo, che attendo con impazienza, soprattutto viste le premesse.
Non entro nel merito del prologo che ho trovato assolutamente affascinante, ma vorrei commentare una dichiarazione di Violetta posta come capello al prologo stesso: “Non credo al potere della scrittura autobiografica nemmeno come fonte di catarsi individuale, e non credo che ‘usare quello che si conosce’ ci renda persone migliori in alcun senso. È una storia inventata che deve diventare il più possibile tua, non il contrario. Quindi un personaggio non funziona fino a quando lui o lei non alza gli occhi dalla pagina e si mette in contatto con te. Melinda non ha mai avuto la mia vita, ma mi ha fatto entrare nella sua — ora sono stata in ballo come prossima Bond Girl, per un minuto o due, e so cosa si prova a pattugliare i corridoi di un albergo con la schiena scoperta in pieno inverno.
Usare quello che si conosce, ovvero scrivere di ciò che si conosce è l’imperativo che Stephen King considera – diciamo – il grado zero della scrittura.
Qui si cerca di destrutturare questo principio, ma, ho l’impressione, non certo per aumentare in modo minimalista e postmodern la distanza tra autore ed oggetto letterario, bensì per rivolgersi ad una compartecipazione, una condivisione il più possibile totale della propria vita con quella del personaggio.
Si potrebbe forse dire, ma forse esagero – mi piacerebbe che Violetta mi dicesse qualcosa in merito – che l’autobiografia scompare con il progressivo dileguarsi dell’autore e la sempre maggior definizione dell’opera. Che è un tema totalmente interno al dibattito sul New Italian Epic, tra l’altro. L’autonomia dell’opera e dei personaggi – rispetto alla vita dell’autore è proprio il principio che permette di valutare l’opera, altrimenti radicalmente inficiata dalle troppo comuni bassezze umane. Lasciare che i personaggi prendano vita corpo, autonomia e si impossessino così della vita stessa dell’autore.
Qui mi fermo, aspetto di leggere il romanzo.
Mille auguri ad una grande scrittrice !

Sono io che me ne vado” (Mondadori, 2009) è l’esordio letterario di Violetta Bellocchio. Giornalista, critica cinematografica, blogger, giunge ora al suo primo romanzo, che è bellissimo. Ed estremamente importante.

Raccontare la trama è relativamente semplice, e nel contempo praticamente impossibile. Layla è una ragazza che, in fuga da qualcosa, o semplicemente in cerca di solitudine, decide di aprire un Bed & Breakfast nella casa ereditata dal nonno, in Versilia. Qui conosce Sean, che, per l’intero racconto, sarà la spalla di Layla. nell’economia del libro Sean ha molti ruoli e significati. Il tempo scorre tra clienti più o meno particolari e avventure più o meno giovanili, nel tentativo – potremmo dire semplicemente (ma quanto?) – di dare un senso alla loro vita.

Detto così sembrerebbe un classico romanzo di formazione come tanti, dove una generazione più o meno abbandonata a se stessa ritrova dei valori su cui vale la pena di giocarci qualcosa. Scordatevelo: nulla di tutto ciò. Violetta Bellocchio (VB, come lei stessa si firma) si gioca tutto, e il romanzo ribalta completamente i ruoli e gli schemi classici scrittore – lettore – critico. Ognuno è costretto a ripensare il suo ruolo a fronte della radicalità con cui VB affronta le questioni sul piatto. E ciò di cui si sta parlando è proprio il senso dell’agire, come succede che il modo ed il senso di ciò che io faccio si avvicinano indefinitamente, diventando imprescindibili. Nulla è prima del vero, nulla è dopo il bene.

VB scrive con un linguaggio che fino ad oggi non esisteva: fonde con maestria assoluta la sua profonda cultura classica con il mondo mediatico in cui è cresciuta. Cinema, Internet, fumetti, blog. Layla parla attraverso VB, che ne è invasata. Il libro stesso diventa un esorcismo, attraverso cui VB si libera del daimon che la possiede. Ma in realtà VB ama Layla, come la amano tutti i lettori, nonostante tutto, ma proprio per tutto. Layla è l’essenza della nostra quotidianità irrisolta. Layla è una scheggia di anima infuocata che – come Jean Grey degli X-man – diventa fenice, brucia e risorge costantemente. Layla è lo spirito disseminato del nostro tempo. Layla è Norma Jean che canta “happy birthday to you” al Suo presidente, davanti all’intera America. Layla è un sogno, il sogno di un autenticità che si infrange sull’etica.

Ma ancora non ci siamo: se così fosse non avremmo fatto altro che passare da Salinger a Kerouac, dal bildungsroman alla beat generation. Tutto questo è certamente presente, così come aleggia il fantasma di Proust, e come – in ogni pausa, in ogni virgola, in ogni puntino di sospensione – troviamo, distesa sul lettino, l’intera psicoanalisi. Non una parola nel testo accenna alla terapia, ma in ogni sua mancanza si riscopre proprio quella terapia. Il dialogo serrato tagliente aggressivo dolce e accogliente che quotidianamente si svolge tra Layla e Sean è integralmente una terapia, così come Sean già partecipa a una terapia di gruppo. Ma VB prenderebbe le distanze da tutto ciò: ovvero Lacan, e Derrida. Meglio gli Stone Roses, o quel rock e quell’America (ancora quella, sì l’America sulla strada, quella di Kathrina, di Memphis, New Orleans e dei mormoni)che pervadono il libro, a pioggia. Le citazioni tratte da testi di canzoni sono continue, e Sean e l’amico Ciotola ne rappresentano l’avanguardia.

Eppure la musica principe è la scrittura stessa di VB. A volte ricorda un rap, o certo drum’n’bass, tipo LKJ, o meglio ancora l’hip hop del Bristol sound (Massive Attack o Portishead). Ha un suo ritmo, una cadenza, procede, e poi torna sui suoi passi. Dietro c’è anima, sangue e storia. Credevate fossero solo parole. If you ever change your mind, about leaving, leaving me behind, bring it on home to me ….

Come è iniziato tutto ciò? Ho comprato “Sono io che me ne vado” per caso, attratto dalla rielaborazione di quel famoso quadro di Grant Wood. Già il titolo e l’esergo in copertina fanno riflettere, poiché – soprattutto il titolo – è come una conclusione, piuttosto che un inizio, e in questa ambiguità ti lascia. Poi volti il volume, e sulla quarta trovi il volto di VB, davanti ad una tazzina da te (saranno quelle con i samurai trovate poi in cantina?). Vorrei soffermarmi sul volto di VB, ma entrare nella fisiognomica forse è azzardato. Consiglio però, prima di iniziare a leggere il romanzo, di soffermarsi sui suoi lineamenti, di cercare di parlarci, di leggervi ciò che c’è scritto. VB in quell’immagine parla molto di se, e di quello che vuole dire a noi, suoi lettori.

Infine, per comprendere la terapia a cui Layla sottostà, insieme a Sean, ai lettori e all’autrice stessa, in quest’opera di esorcismo che diffonde tra i lettori i valori che Layla e Sean trasmettono, non ci si può permettere uno sguardo disincantato. Non puoi fingere, io sono Dio e ti vedo, non sei più lo stesso di prima, direbbe VB. Il rito è compiuto, la catarsi è finita, e si piange l’assenza. Ma non sarai più quello di prima. Sean ora è Devil, Omero dei supereroi, cantore cieco della nascita e della resurrezione, mentre Layla è Elektra, eterno fantasma, ombra sottile, che come Medusa non può essere vista in volto, ma solo di spalle. Devil e Elektra sono amore e guerra, eros e thanatos, il corpo e l’ombra, la vista e l’udito, quanto Sean ‘tende’ a una realtà (qualsiasi sia) così Elektra / Layla sfiora, per poi allontanarsi, l’autenticità, l’incontro con se stessa.

Violetta Bellocchio è una grande scrittrice, e lo si può riscontrare anche negli splendidi racconti che ha lasciato in deposito in alcune antologie negli ultimi anni. Uno più bello dell’altro. In questi giorni stanno uscendo su Repubblica una serie di materiali che rappresentano una fase della lavorazione del suo nuovo romanzo. Non vedo l’ora di leggerli.

Pubblicata su Il recensore

Voi non ci sarete” (Agenzia X, 2009) è un’antologia corale, più voci, quasi tutte conosciute al grande pubblico, per farsi sentire. I racconti spesso passano in secondo piano, e le antologie sono diventate, soprattutto in questi ultimi anni, la palestra dei giovani autori, a volte non ancora spendibili con un romanzo loro. Non è questo il caso. Gli scrittori qui si cimentano sul tema, complesso, proposto da Alessandro Bertante : “la fine del mondo“.
Non è questo il caso anche perché tutti gli autori di questa eccellente antologia (iniziamo a mettere paletti) sono già rodati, e nonostante la giovane età hanno tutti volumi pubblicati alle spalle, e volumi di valore. Ma andiamo con ordine, con l’ordine in cui ci appaiono, molteplici epifanie dell’ultima ora, i racconti qui presentati. Il primo è di Vincenzo Latronico: “Due o tre cose che ho da dirti sul mondo“. È un testo giocato sul tema dell’ironia, certamente venata di amaro, ed è forse l’unico non imperniato sugli aspetti emotivi della fine. Tra i vari racconti è l’unico che, con un rasoio intellettuale, gestisce la catastrofe: “Non mi serve qualunque cosa. L’umanità sta per estinguersi“.
Proseguiamo con Giusi Marchetta, ed il suo “Fine del Turno“. L’apocalisse di Giusi è completamente interiore, è la fine di un mondo, del mio, del suo, del loro, del nostro. È un mondo dove i pronomi hanno partita vinta: l’ambito della comunità, della famiglia, del bar, del lavoro, dei figli e della scuola. Eppure, incredibile, è un racconto aperto, ancora una volta il soggetto ne esce vivo (seppur malconcio): il mondo può anche finire, ma l’io probabilmente gli sopravvivrà. Violetta Bellocchio e il suo “Disco 2000“. Un lampo che squarcia la notte. Il racconto è assolutamente innovativo, l’idea è geniale, ancor di più perché capace di sfruttare l’idea della fine già avvenuta (l’apocalisse è dietro di noi) in modo originale, oltre che altamente drammatico. Qualsiasi commento sarebbe spoiler, ma è probabilmente il racconto più riuscito dell’antologia, non me ne voglia nessuno. Andrea Scarabelli con “Nemmeno a rate“, traccia un orizzonte di guerra civile, in cui la crisi economica ha totalmente estremizzato i rapporti sociali, e dove però (ma forse proprio per questo) risorgono i rapporti reali, dell’individuo. Ancora rinasce il soggetto, anche se dai fumi (lacrimogeni) della socialità. Siamo nello stesso mondo di Giusi Marchetta, solo qualche anno dopo. L’ironia e la satira ritornano prepotenti, anche se il sottofondo acido non ci abbandona mai, nel racconto “Fondamenti di odontoiatria preventiva nell’impatto dei corpi celesti“, di Peppe Fiore, esilarante excursus sul papato e lo (scarso) rapporto con la realtà che la chiesa – minuscola – non manca di sottolineare, nel suo lento declinare verso – appunto – la fine. Parla invece di Milano Alessandro Beretta, ma di una Milano dove la guerra civile di Andrea Scarabelli è finita. “Operazione Montenapalm” ci racconta infatti delle azioni compiute dalle sacche residue di una resistenza poco organizzata e divisa al suo interno, con tanto di spie, traditori e debolezze umane. Anche qui i rapporti umani alla fine sono il perno intorno a cui ruota il racconto, e lo stato di post-apocalisse diventa solo un escamotage per scrivere sulle difficoltà della relazione umana di fronte all’emergere del nulla (sia reale che simbolico). Mi verrebbe solo da osservare che – per Beretta come per Scarabelli – il materiale trattato è talmente vicino alla deflagrazione, che, forse per procedere ad un parziale disinnesco, sarebbe da diluire in un romanzo breve, piuttosto che raggiungere la massa critica, come invece avviene in queste poche pagine. Un discorso a parte merita “Buio e nero, tutto intorno” di Flavia Piccinini, che meriterebbe un applauso, se non fosse che l’angoscia nel frattempo ti ha bloccato il respiro e limitato le funzioni vitali. Un racconto ai limiti del realismo, tanto è esasperato. Ma qui non siamo più nel campo del fantastico, purtroppo è cronaca, non c’è scampo. Il mondo che finisce (ma finisce?) in “Città di carta” di Giorgio Fontana è un mondo assolutamente allucinato, travolto dalla droga e dall’assenza di futuro. Ancora si guarda il nulla, il vuoto generato da una perdita, dalla mancanza di un orizzonte che vada oltre il minimale bisogno della sopravvivenza. Che si parli di droga, di famiglia, di sesso, di amicizia, di lavoro, l’occhio, superata la barriera dell’apparenza, si trova ad osservare l’assenza: perché non vi è più senso, ne destino, ma solo sopravvivenza. Ed è così anche per gli eroi partigiani della nuova resistenza di cui ci racconta Simone Sarasso nel racconto conclusivo dell’antologia, “Terra di nessuno“, tratto da un progetto molto più vasto intitolato United we Stand e da cui verrà pubblicata una graphic novel. Anche loro sono de-evoluti, limitati ai bisogni primari, con qualche accenno ideale, ma sostanzialmente totalmente abbruttiti dall’orrore. No one here gets out alive, potremmo dire. E noi torniamo all’origine, al deus ex machina, Alessandro Bertante, che ha magnificamente ordinato questa raccolta che raccolta non è, perché di un solo discorso si tratta, che come un falco nel cielo scende a spirale sulla preda, racconto dopo racconto. Ma l’oggetto infine è l’assenza, per cui – Heisemberg insegna – è impossibile individuare, è impossibile mirare. Posso genuflettermi su me stesso e ricostruire metodicamente il mio ego, “generazione […] compiutamente iconica”, oppure debordare in ballardiani orizzonti mediatici, ma infine devo chiedermi se tutto ciò non sia solo il sogno di un folle, devo chiedermi se ha un senso cercare il senso, e soprattutto se “sia consigliabile farlo“.

Pubblicata su Il Recensore.