Alberi

05/06/2009

Ce ne sono alcuni che hanno visto le armate romane percorrere le valli di tutta l’Europa, come il bimillenario olivo di Canneto (Rieti), altri che hanno incrociato Carlo Magno, come il rovere che vive su un altopiano della Val Menaggio, tra il lago di Como e quello di Lugano, oppure regalato ombra ai pellegrini, come il cinquecentenario tiglio di San’Orso, ad Aosta, ed altri ancora hanno offerto legno alle flotte della Serenissima Repubblica di Venezia, mentre i Fratelli Grimm lavoravano come taglialegna sulle dolomiti, e scrivevano Biancaneve. Hanno ascoltato San Francesco, visto Napoleone (il platano di Marengo, piantato in occasione della battaglia) o protetto Garibaldi, come il cipresso di Dovadola, dove l’eroe si rifugiò per fuggire alle truppe pontificie. Testimoni della storia, quindi, e non solo. Parliamo degli alberi. Ma non dei cespugli, o delle brughiere, magari delle pioppaie che ornano i rii della padana pianura … parliamo dei boschi, degli Alberi, maiuscoli, che per centinaia di anni, a volte millenni hanno definito i contorni del nostro paesaggio, e che oggi, sempre più spesso, vengono a mancare. Pietro Citati, in un bell’articolo su Repubblica, pochi mesi or sono, racconta di un giardino in Toscana dove “c’erano file di pini, cipressi, macrocarpe, olmi, pioppi, lecci, tigli, magnolie, cedri del libano, cedri atlantici, querce rosse, mimose, acacie americane: color verde cupo, verde argenteo, verde squillante, verde tenero, verde luminoso.” Per Citati quegli alberi – oggi mancanti – sono il segno di un mondo contadino che non esiste più. In verità non è solo un certo mondo contadino che non esiste più, ma è proprio il suo aspetto più arcaico che è scomparso, quello legato ai valori della natura, agli animali, ed agli alberi. La scomparsa del bosco in quanto antro oscuro, della foresta come luogo in cui si perdono Hansel e Gretel, delle montagne viste come luoghi dove si aggirano orsi e lupi, è l’altro lato dello specchio attraverso cui è passata la società contadina, che, urbanizzandosi, ha perso la memoria del tempo antico. Carlo Sgorlon, scrittore friulano, racconta nei suoi libri la scomparsa degli antichi dei, e – come Mauro Corona – ci rivela la violenza intrinseca a quel mondo di uomini selvaggi e malattie incurabili. Citati racconta di un mondo che “era tragico, chiuso, concentratissimo: vi si raccoglieva un’intollerabile violenza di affetti, uno spaventoso senso del possesso, un odio verso tutto ciò che era straniero. Non c’era mai un attimo di distensione. Pareva che un albero che non portasse un beneficio immediato, un cane o un gatto che si aggirassero liberamente nel giardino o nell’aia, fossero nemici da abbattere ad ogni costo”. Eppure i boschi, ed in particolare gli alberi oggi sono il grande fantasma della nostra civiltà, così come lo è la civiltà contadina. La nostra cultura contadina ha le sue radici antropologiche nell’alto medioevo, un’era di estrema violenza, ma dal connotato simbolico estremamente forte. Ognuno aveva il suo ruolo nella struttura sociale, non poteva esistere un problema identitario, pena la morte. Nessuno poteva mancare al compito assegnatogli dalla forma generale del mondo, ovvero dalla Teologia. A partire dal piccolo insetto, fino al Papa ed all’Imperatore, ognuno doveva rispettare il proprio compito, ed in quel modo permetteva il perpetuarsi della società stessa, oltre a far si che ognuno si potesse ritrovare nella sua condizione di nascita. Il bosco, la foresta, hanno sempre rappresentato il lato oscuro dell’identità medioevale, la natura incontrollabile, il luogo dove le regole degli uomini non valgono, bensì quelle di Dio, come dimostra San Francesco. Ed in quanto lato oscuro la foresta, l’orso, il lupo, e l’albero, hanno un proprio specifico valore simbolico da rispettare. Gli alberi sono una specie di traite d’union tra i due mondi. Per un verso formano le foreste, dando protezione all’oscuro, e dall’altro ci donano il legno, i frutti, e l’ombra lungo il cammino. Questo antico legame si è protratto per più di mille anni, ma oggi quel mondo è definitivamente scomparso. Non tanto da un punto di vista economico strutturale, quanto antropologico. I valori che lo sorreggevano sono stati abbattuti, insieme agli alberi. La secolarizzazione si è compiuta con la scomparsa delle foreste. Oggi molte encomiabili associazioni si preoccupano di salvare gli alberi superstiti, di conservare i brandelli di foresta primaria sopravvissuti, la società intera sente come suo dovere conservare la memoria di questi giganti, testimoni di un mondo arcaico e perduto. Ognuno di noi, seduto all’ombra di una gigantesca quercia, avverte l’alterità della sua natura. Il lento scorrere del tempo fa dell’antico albero una specie di reperto archeologico, una stele di Rosetta del mondo che abbiamo volutamente e scientemente distrutto, che non è tanto la natura in se, quanto il nostro legame con essa. Oggi simbolo di questo legame perduto è Elzéard Bouffier, il pastore di Jean Giono, l’uomo che passò la vita a piantare querce, nel disperato tentativo di ricreare la foresta. Noi possiamo solo sperare che questo vuoto che sentiamo nell’animo, l’assenza che ci è rimasta con la scomparsa dei Grandi Alberi, porti a far nascere dieci, cento, mille Elzéard Bouffier, e che un giorno le grandi foreste ricoprano nuovamente il deserto del nostro spirito.

Pubblicato su Periodico Italiano.info