Lo stazionare in rete (1), intendendo con ciò la condizione di coloro che come forma di relazione e di informazione utilizzano principalmente la rete; il surplus informativo (2) che ne deriva; la connessione costante (3) a cui si è inevitabilmente sottoposti, contengono in sé elementi psicotici.

Queste tre caratteristiche, che rimandano a fenomeni come gli otaku giapponesi, ma che in realtà sono proprie anche di stati molto meno deteriorati, sono le leve attraverso cui un processo informativo apparentemente standardizzato si trasforma in una modalità di assunzione dell’informazione deleteria per quella che potrebbe essere una vita felice e realizzata.
Il permanere in questo stato induce comportamenti non consoni a una personalità risolta e adulta.
Questo dipende dal processo di estrapolazione della forma della conoscenza rispetto all’apparato corporeo – sensibile.
Invero, ogni eccesso di informazione, in una condizione autentica, subisce un filtro, una spontanea cesura, al fine di concentrarsi sui canali principali e maggiormente finalizzati alla crescita e allo sviluppo, in particolare quelli di tipo speciale, riducendo le forme individuali.
Nel mondo della connessione ininterrotta il nostro apparato sensitivo/percettivo è invaso dal surplus mediatico, e ne viene devastato.
La comunicazione è abbandonata per l’esposizione. Siamo violentati, penetrati a forza da questo getto, questo fenomeno intrusivo.
Questo genera continui microtraumi nel sistema percettivo: non siamo capaci di porre filtri a questa invasione, e ciò provoca reazioni scomposte, che vanno dall’isteria alla dipendenza, dalla formazione di personalità multiple (avatar) a forme egoiche assolutamente sovraesposte.
La dipendenza è forse il fenomeno più diffuso, e anche il meno ammesso e riconosciuto. La percezione di un ampliamento della rete connettiva, e quindi il flusso informativo che ne deriva, funziona come una droga, e nel momento in cui manca la semplice percezione sensibile appare come ben poca cosa a fronte della totale sovraesposizione che concede la rete.
Velocità, eccesso, adrenalina e brivido, questo apparentemente concede il surplus emotivo/informativo derivante dalla connessione continua. Corretto in questo senso è il parallelo con i videogame.
L’assenza quindi manda in astinenza, obbliga a ricollocare il mondo sotto i cinque sensi, e ciò gli rende il peso. Si è detto che la rete è leggera, nel senso usato da Calvino. Nulla di più falso. La rete toglie peso e verità alle cose, agli eventi. Tutto è omogeneo nella percezione infinita. Nulla emerge, nulla si distingue, tutto muore in un costante narcotico rumore di fondo.
Il nostro sistema percettivo ha evolutivamente tarato il nostro cervello sulla base della forma e della qualtità di informazioni derivanti dai sensi.
L’onda psichica, la peste percettiva, per parafrasare Reich, derivante dalla rete, manda in overflow questo meccanismo, con le conseguenze sopra descritte.
Diventa quindi prioritaria la ricostruzione di un rapporto solido tra quelle parti del nostro corpo dedicate alla percezione e i meccanismi di assunzione dell’informazione.
Non sappiamo più chi siamo, perché non ci ri-conosciamo, siamo sempre in costante rielaborazione, siamo identità in continua mutazione. Lo specchio ci rimanda una metamorfosi, immagini in sovraespozione, maschere che si rincorrono. Identità mutanti.
Non credo esistano molti percorsi che permettano riappropriazione di sé.
Ci si può ritrovare solo specchiandosi nell’altro. Il riconoscimento dell’alterità che è contestualmente identità è ciò che permette di bypassare questa impasse psico-percettiva. La proprietà del corpo, per dirla con Merleau-Ponty, passa attraverso il corpo dell’altro, e quindi l’abbattimento delle forme dell’autonomia.
Rinunciare alla nostra autonomia, specchiarsi nell’altro che condivide il nostro mondo, e sentirsi insieme, percepire il mondo comune.
Perché (come dice Holderlin), il cammino che seguiamo ci porta sempre, inevitabilmente, verso casa.

(a Wilhelm Reich, maestro irrinunciabile)

alla pubblicazione di questo brano su FB è seguito un lungo e gravido dibattito, che sarei lieto fosse ripreso da coloro che lo oggi lo leggono qui su hotmag.

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Si comincia ….

08/01/2009

Negli ultimi dieci, se non quindici anni, il trend di crescita dell’esibizionismo on line ha raggiunto curve da esperti free climbers.
Io ho sempre tacciato di Warhol-ismo dell’ultima ora questo popolo di net-fedeli, pronti alla genuflessione sui ciotoli digitali pur di ottenere i loro 15′ di anteprima su You Tube, FacciaLibro, MySpace, eppure oggi apro quest’isola di riflessione, per cercare di capire cosa è realmente successo, quale vento ha spinto fin qui le vele che ogni individuo orienta nella sua vita.
Mompracen vuole essere un luogo in cui i naufraghi dell’onda mediatica ritrovino un momento di distanza dal mondo, e incontrino altri frammenti di realtà rotolati fin qui.
Rovine, frammenti, cocci … sono ovunque i resti della realtà che fino a non molto tempo or sono solidamente fondava il nostro pensare e – soprattutto – il nostro agire.
Certo non sono io che scriverò di debolezza e di relativismo, anzi, io penso, con Gaber, che “gli schiaffi di Dio appiccicano al muro, tutti”, e lo stesso vale per la realtà, che è tutt’altro che scomparsa, ma è sempre più velata dalla piccolezza della trasmissione e della comunicazione.
Chiedete ai bambini di Gaza dov’è la realtà, vi indicheranno le cluster a grappolo.
Siamo noi che, come i passeggeri del Titanic, vediamo solo la cima dell’iceberg.
I Frammenti, appunto, le rovine.
Che fare, qui?
Cercherò di inserire spunti di meditazione e/o dibattito, attraverso media di ogni tipo, immagini, video, musiche, testi, sperando di costruire una piccola galassia, un mosaico di certezze, che porti a un orizzonte di ricostruzione.
Penso che come primo post sia abbastanza denso.
Fate girare, vediamo che succede