Il 19 aprile di quest’anno un cancro ci ha portato via James Graham Ballard, uno dei più lucidi autori del nostro tempo. Considerato nella prima parte della sua carriera un autore di genere, fu definitivamente ammesso nell’olimpo della letteratura alta dopo il successo della trasposizione cinematografica compiuta da Steven Spielberg del suo L’impero del sole, romanzo autobiografico incentrato sull’infanzia dell’autore, vissuta a Shangai, ed in particolare sui campi di concentramento giapponesi durante l’occupazione della Cina nella seconda guerra mondiale. I Miracoli della vita, ultimo libro pubblicato da Ballard e che si conclude con l’annuncio della sua malattia, non è un romanzo, bensì un’autobiografia, stavolta non romanzata. La prima parte del testo, difatti riprende temi che già sono conosciuti dal lettore proprio nel romanzo sopracitato. L’opera si divide infatti in due parti uguali, anche come dimensione. Nella prima riprende completamente gli anni vissuti in Cina, dal 1930 al 1945, mentre la seconda racconta la vita passata in Inghilterra, fino alla scoperta della malattia. In questa parte avviene la prematura morte della moglie, e Ballard ci racconta degli sforzi compiuti per crescere i figli da solo, continuare la sua opera, e – cosa non secondaria – liberarsi dalla dipendenza dell’alcool. E’ importante tracciare alcune linee sull’opera narrativa dell’autore, per comprendere meglio la relazione con l’autobiografia. La scrittura di J. G. Ballard, possiede una particolare attitudine a rendere palpabili le trasformazioni che le tecnologie inducono sull’uomo. Possiamo dire che ha dedicato la sua opera a raccontare dettagliatamente come questo mutamento si trascrive nel sistema nervoso e nei nostri geni. Ciò che Ballard chiama the inner world, lo spazio interiore [J. G. Ballard, Qual è la strada per lo spazio interiore? in AA. VV., Re-Search – J. G. Ballard, ShaKe, Milano 1994, p. 48 e sgg.], è il nostro sistema neurale, dove agiscono i personaggi del media landscape [AA.VV., Re-Search – J. G. Ballard, op. cit., p. 164 e sgg.], del paesaggio delle comunicazioni, il nuovo ambiente umano per eccellenza. Ad una domanda sul merito, in un intervista, risponde che con l’espressione «paesaggio mediatico», “Intendo il mondo della televisione, delle comunicazioni moderne, della radio, delle riviste popolari, dei giornali, della pubblicità, dei beni di consumo connotati. Il paesaggio urbano oggi è in gran parte un terreno concepito con degli scopi immaginari. Con quel termine intendo l’intero armamentario di questo ambiente in gran parte sintetico che avviluppa il pianeta”[ibidem, pg. 177]. Il sistema nervoso dei suoi personaggi è stato quindi esteriorizzato, è diventato tecnologicamente manipolabile attraverso i media. Ballard ha cercato di analizzare cosa succede nel punto d’incontro tra il sistema dei media e il nostro sistema nervoso. L’evento mediatico, si chiede Ballard, cosa ci provoca a livello neurale, nei piani profondi del cervello? «Icone neuroniche sulle autostrade spinali», risponde scultoreo, e aggiunge , “qui […] il sistema nervoso dei personaggi è stato esteriorizzato, come caso particolare di un più generale rovesciamento tra mondi interni ed esterni. Autostrade, uffici, volti, segnali stradali, sono percepito come se fossero elementi difettosi di un sistema nervoso centrale” [J. G. Ballard, La mostra delle atrocità, Feltrinelli, Milano 2001, p. 68]. Questa immagine lacerante, del sistema nervoso decorporeizzato, eroso, estratto dalla carne che lo giustifica, è il filo conduttore principale dell’opera ballardiana. L’interesse di Ballard “si era appuntato fin dall’inizio sull’esplorazione dei rapporti tra ipertrofia tecnologica e modificazione delle strutture profonde della psiche. […] La trascrizione diretta dell’immaginario sulle nostre reti nervose è ormai più che una metafora, lo stile è insieme l’uomo e la cosa […], perché i confini tra soggetto e oggetto svaniscono sempre più […] Ballard coglie un punto di crisi, uno snodo dell’immaginario, nella figura dell’interno del corpo (e in particolare del sistema nervoso) che si cambia e si confonde con l’esterno, con la realtà percepita dai nostri sensi” [Antonio Caronia, La morbida geometria di James G. Ballard, postfazione a J. G. Ballard, La mostra delle atrocità, Feltrinelli, Milano 2001.]. Il corpo, e la necessità di adattarsi ad un nuovo immaginario, prima ancora che alle nuove tecnologie, non è quindi da intendere come un tema omogeneo ad altri nell’opera di Ballard, ma come il tema per eccellenza, il cardine interpretativo intorno a cui ruota tutta la sua opera, fin dagli anni sessanta. Bruce Sterling dice, a questo proposito, che “Ballard è stato il primo scrittore di fantascienza a comprendere che c’era qualcosa di sostanzialmente idiota nei viaggi spaziali. Non ha mai predetto eventi o invenzioni di dispositivi; piuttosto ha descritto sensibilità future – cosa si proverebbe allora, cosa significherebbe. Un evento bizzarro contemporaneo come la morte della principessa Diana in un incidente automobilistico, sotto il tiro delle macchine fotografiche dei paparazzi, è perfettamente ballardiano. Nessun diagramma di flusso, nessuna equazione, nessuna proiezione di entrate, avrebbero mai potuto predire una cosa del genere, ma, se avete letto Ballard, ne riconoscerete all’istante il profumo. Suppongo sia quanto di meglio la fantascienza abbia mai generato – e non le si dovrebbe chiedere di più.” [Bruce Sterling, Un secolo di fantascienza, in William Gibson, Bruce Sterling, Parco giochi con pena di morte, Mondadori, Milano, 2001, p. 391.] Le questioni cruciali ballardiane sono perciò relative al rapporto sempre più articolato tra la biochimica e la genetica, da un lato, e la filosofia, la sociologia e la psicoanalisi, dall’altro. Come reagiscono tra loro un corpo fisico – quindi legato a una memoria genetica – e una ragione moderna e illuministica, nel momento in cui le necessità dettate da un ambiente ostile sono radicalizzate? Nelle opere di Ballard – sia nella cosiddetta «serie della catastrofi» che nelle opere più dirette al mondo degli uomini – questo è un tema trattato sotto svariate lenti, da High – Rise [James G. Ballard, Condominium, «Urania», Mondadori, Milano 1974.], dove la dialettica quotidiana con i «normali» vicini di casa diventa una guerra aperta, a The drowned world [James G. Ballard, Il mondo sommerso, Baldini & Castoldi, Milano, 1998.], esempio di uno dei molti mondi da lui descritti vittime di una catastrofe ambientale. Questo in particolare è degno di nota per la descrizione estremamente riuscita del recupero della memoria genetica del personaggio. L’umanità, rifuggendo la realtà ostile, scopre una nuova via evolutiva, verso un altro mondo, lo spazio interno, the inner world . Se il processo descritto è per Ballard inevitabile, nel senso che è genetico, mai come qui è diventato destino. La natura ha seguito il suo cammino, e i suoi personaggi hanno scoperto dei richiami irresistibili. La coscienza, trasformata in percezione, giunge ad assimilarsi al destino, come una necessità inscritta nella carne. Nei romanzi più tardi, di cui Crash [James G. Ballard, Crash, Rizzoli, Milano 1990.] ne è l’esempio più riuscito, il medesimo rapporto tra corpo e ragione trascende in un rapporto estetico, dove il corpo – esattamente come nel Cyberpunk – diventa solo simulacro di natura. La materialità, il nostro appartenere al mondo fisico viene percepito come un rimando lontano, un simbolo. Siamo quindi oltre le categorie classiche del pensiero, non vi è più ontologia ne gnoseologia, e nemmeno un etica, questo mondo è definitivamente livellato sull’incubo. Non vi è più, di fatto, alcuna realtà a cui appoggiarsi, in cui trovare sostegno all’interpretazione, ma solo fantasmi, simulacri il cui macello non comporta né peccato né pena. Questo lungo cappello era indispensabile perché Miracle of life, conclusiva autobiografia di Ballard, pur occupandosi apparentemente di questioni più personali ed aneddotiche, in realtà continua la sua opera di decostruzione simbolica del reale, attraverso la grande metafora della malattia. “Nel giugno del 2006, dopo un anno di dolori e di disagio che attribuii all’artrite, uno specialista mi confermò che soffrivo di un cancro alla prostata a uno stadio avanzato, e che il tumore si era esteso alla spina dorsale e alle costole. Curiosamente, l’unica parte della mia anatomia che non sembrava toccata era proprio la prostata, un fenomeno comune in questa malattia. Ma una risonanza magnetica nucleare, una faccenda antipatica che implica lo stare disteso in una bara con dei microfoni attaccati, non lasciò dubbi. Originatosi nella prostata, il cancro mi aveva ormai invaso le ossa.” Così J.G. Ballard descrive nell’ultimo capitolo, la scoperta della malattia che lo ha portato alla morte. L’opera diventa quindi la lente attraverso cui reinterpretare il percorso di una vita. Un cammino nel proprio spazio interiore, dove scopre che la sua stessa carne si è ribellata, impazzita. Ballard si sofferma a lungo sulla sua giovinezza ed il periodo vissuto in Cina, per tutta la prima metà del testo, ma i richiami sono costanti anche nel seguito. Eppure in nessun punto raggiunge la profondità trovata nell’opera narrativa. Sembra che la distanza abbia reso difficile la discesa, o forse in realtà adesso ciò che conta è la superficie, quell’orizzonte mediatico che ha invaso il nostro sistema neuro-comunicativo. Verso la conclusione del libro Ballard torna a Shangai, per liberarsi anche del fantasma della sua detenzione di bambino, e – a quanto racconta – ci riesce, torna in Inghilterra ‘più leggero’, con un fantasma in meno. Parla di se come di un nonno e un padre felice, circondato da amici sinceri. Forse davvero la superficie racchiude in se il senso della profondità, ed il cerchio tra il media landscape the inner world si chiude nella biografia, cifra dell’individuo e della sua storia.