Pietre

27/09/2010

Il poliziotto guarda le carte che si allargano sulla scrivania e pensa che è veramente un lavoro del cazzo. Non capisce dove sia il problema. Non c’è nulla di strano. Rapina in gioielleria: chiedono di vedere degli anelli e poi mano alle armi. Tutto videoregistrato. Sacchetto dell’immondizia, due colpi in aria e via. Nessun ferito. Qual è il problema? Solito iter procedurale: domande a chi di solito acquista refurtiva, perquisizioni nei campi rom, ecc.

Riguarda il video: uno dei due rapinatori prende in mano un anello, lo guarda, lo volta, lo infila in tasca. Lo guarda: lo guarda bene.

Il poliziotto esce, cammina verso il bar. La gioielleria è a poche decine di metri. Ci passa davanti. Seduto per terra un mendicante. Gli butta un euro. Lui non lo vede neppure. Vede che allunga una mano dietro di sé. Raccoglie una pietra da terra. Il poliziotto tende i muscoli, pensa che voglia lanciarla contro di lui, ma il clochard, guardandosi intorno, avvicina la mano alle labbra, mette in bocca la pietra e la ingoia.

Il poliziotto corre verso di lui e lo afferra, temendo che muoia soffocato in pochi minuti, ma si accorge con sorpresa che il tipo sta bene, ha ingoiato la pietra molto naturalmente.

Gli parla:

Stai bene?
Certo. Perché?
Hai appena ingoiato una pietra. Le persone non lo fanno di solito, o se lo fanno rischiano di morire.
Non so, amico, a me le pietre piacciono, mangiarle mi fa sentire meglio. Non chiedermi perché, sono solo un mendicante.
Ma non sei mai andato in ospedale?
Una volta che mi ero tagliato, ma mi hanno mandato via, ché puzzavo troppo.

Il poliziotto concorda su questo aspetto, lentamente si alza per scostarsi. Gli chiede ancora se sta bene e quello conferma. Di nuovo.

Nei giorni seguenti, mentre sbriga la pratica per la rapina dal gioielliere, il poliziotto capita più volte su quella via, e rivede spesso il barbone. Ogni volta si ripete la stessa scena: cammina, oppure è seduto, raccoglie un sasso, a volte più grande, a volte piccolo, e lo ingoia, solo, senza nemmeno un sorso d’acqua.

Il poliziotto pensa che il tipo è partito di testa, e che al più presto lo ritroverà cadavere, uno non può andare avanti così per molto. Pensa che forse dovrebbe chiamare un’ambulanza e farlo ricoverare con un TSO. Decide che chiederà al suo superiore.

Il barbone tasta la pietra. Sente se è calda. A volte di più. Altre sono gelide, e allora le mette nelle mutande. Le pietre a volte sono rotte, e allora le deve lisciare. Per molto tempo le sfrega con le mani l’una contro l’altra, e infine non solo sono lisce ma cambiano anche colore. Luccicano. La luce che c’è imprigionata inizia ad uscire. Quelle sono le migliori, è in quel momento che lui le mangia. Sente la luce dentro di sé, e la luce lo guarisce. Il barbone riconosce tutte le pietre. Le vede, anche da lontano, e sente se hanno la luce. Vede il colore, sente il calore e il peso. Le pietre sono antiche quanto la terra. Le pietre sono oneste: non sanno che esisti, per loro stessa natura illuminano e guariscono.

Il poliziotto esce dal bar. È notte fonda. È ubriaco. Il barbone è lì, seduto. C’è qualcosa che non va. Due uomini sono in piedi davanti a lui, uno lo prende a calci.

Il poliziotto si gira e si incammina nella direzione opposta. Di fronte a lui un’auto dei Carabinieri. Vaffanculo, non può andarsene. Se quelli se ne accorgono ha finito di vivere tranquillo. Allora ritorna sui suoi passi, e vede che quelli continuano a menare il barbone. Gli girano i coglioni. Si avvicina.

Allora, avete finito di rompere?

Quelli si girano, hanno davvero due facce di merda, entrambi hanno le lame. Stavano torturando il barbone. Ma di che cazzo si fa la gente? Lo guardano storto e gli dicono:

Sparisci. Tu non hai visto niente e non hai problemi.

Il poliziotto risponde calmo che non vuole storie, che i Carabinieri si stanno avvicinando, che devono solo togliersi dalle palle e mollare il barbone, così nessuno si fa male. Quello sembra che non lo senta nemmeno, estrae un pistolone da film. Insieme al suo compare inizia a sparare verso il poliziotto e i due Carabinieri che sono ormai pochi metri alle sue spalle.

I due volano secchi, come rami spezzati. Il poliziotto si piscia addosso e urla come una scimmia. Spara tutti i colpi della sua pistola d’ordinanza. La vita genera casi, coincidenze fortunate: insomma, li secca. Entrambi.

Con i pantaloni sporchi di merda il poliziotto si avvicina. La gente si affaccia alle finestre. La sbronza gli è passata. Controlla che i morti siano tutti morti, compresi i Carabinieri. Chiama il commissariato e le ambulanze. Chiama anche sua moglie.

Poi cammina verso il barbone. Lo sente rantolare. Si abbassa verso di lui, vede sangue ovunque. Guarda meglio, e poi capisce. Lo hanno sventrato, ha lo stomaco aperto. È ancora vivo, recita strani versi e litanie. Cristo, povero vecchio. Il poliziotto guarda se può fare qualcosa, ma ne dubita. Poi vede che dentro la sacca dello stomaco ci sono le pietre. Le pietre che il vecchio continuava ad ingoiare erano lì, almeno in parte, dentro al suo stomaco. E lì, brillante come l’onestà, luminoso come la purezza, uno splendido diamante è in bella vista, tra le pietre di strada e i ciottoli. Il poliziotto guarda il barbone. Quello accenna un sorriso doloroso, quasi di scusa, e cerca di sussurrargli qualcosa che parla di cura e di onestà.

Il poliziotto non capisce, ma non importa. Il barbone muore davanti a lui. Pochi minuti prima delle ambulanze.

L’assicurazione del gioielliere ammise che in fondo era contenta.

Pubblicato su Scrittori Precari

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Biancaneve“, (Todaro Editore, 2010) di Marina Visentin, è un romanzo da cui emergono, dopo la sedimentazione necessaria, degli aspetti che a una prima lettura rimangono nascosti. Il primo livello narrativo non è certo elementare, intendendo il termine come ‘non composto’, ma lo è invece dal punto di vista del lettore, e di ciò che coglie, ovvero la linearità interpretativa.

In questo livello ci viene mostrata una ragazza privata di un rapporto organico con se stessa, con il proprio corpo e limitata – circa gli altri, in quanto mondo – ad un piano relazionale estremamente scarno, sottoposto ad un’anoressia psicologica che la porta a un’articolazione emotiva monosillabica. La protagonista, giustificando se stessa di fronte a ogni senso morale e sociale, si lascia coinvolgere in delitti e reati al solo fine di migliorare o mantenere il mondo in cui vive.

Una lettura psicologica classica ci porta quindi inevitabilmente a rilevare un rapporto psicotico tra pena e colpa, che si rivela nella rimozione del delitto a livello coscienziale, e infine a un’isteria freudiana standard, che porta la protagonista – probabilmente sofferente di frigidità – a compiere lei stessa un delitto che – finalmente – è liberatorio, catartico, per quanto devastante al fine del mondo finora costruito.

Certamente questo livello è presente nell’opera, e ne rappresenta la corteccia, l’ossatura, ma vi sono altri aspetti che abbisognano di un approfondimento maggiore. La protagonista, mostra, quasi seguendo Roland Barthes, dei frammenti di un discorso amoroso, cerca di muovere dei passi sul cammino di una relazione, o almeno cerca di capire che cosa questa implichi, in termini di do ut des, di una dinamica del possesso e di una gratificazione che – lei auspica – dovrebbe giungere a completamento della relazione stessa. Eppure anche le poche persone che riescono ad avvicinarla, come Rossana, l’amica e coinquilina, che apparentemente vive una dimensione di realizzazione e coinvolgimento, rimane ugualmente vittima della sua decostruzione emotiva, che – in fondo – nell’amica è solo mascherata più attentamente, e che la porterà a impattare – fisicamente e letteralmente – la sua dialettica della seduzione con la violenza maschile distruttiva.

La protagonista, lavora foucaultianamente sull’ordine del discorso, e la parola – sia quella detta che quella taciuta – è perciò il primo elemento costitutivo di una microfisica del discorso amoroso, dove questo si trasforma tragicamente in un paradigma giudiziario. Il reato, sia l’omicidio in se quanto la complicità, sono il tema – per definizione – dove la relazione amorosa trova il suo luogo espressivo, non esistendo in tutto il romanzo una persona eticamente degna in grado di farsi carico dell’amore come onere, personale e sociale.

La protagonista esercita la dimensione amorosa/affettiva così come realizza lautonomia e l’indipendenza del sociale: da una posizione di forza. Ogni discorso, ogni ordine del discorso, si realizza in quanto oggettuale, quando si astrae – perdendo di vista il suo oggetto – si trasforma in schema di dominio, in microfisica di un potere, di controllo.

L’amore di Biancaneve rimane inficiato nel dominio/controllo perché manca di oggetto, e di una persona reale su cui esercitarlo, fino alla catarsi barocca nel finale, dove la simulazione e la trasformazione in simulacro dell’oggetto del desiderio, producono l’oscenità e la macelleria.

Marina Visentin, conscia della pericolosità dinamica della relazione amorosa, e di quanto facilmente questa si presti a derive criminali (la storia della letteratura di genere è storia di tradimenti e di amori perduti), travalica gli aspetti sociali e psicologici di questa mediazione per reinterpretarla sul piano linguistico genealogico. Il suo è il tentativo di spezzare la macchina desiderante dell’isteria, e ne ricerca un principio di realtà nel paradigma giudiziario: ma l’ordine del discorso è troppo radicato, il discorso amoroso non riesce a emanciparsi, a diventare adulto, e si ritrova tragedia.

Il discorso amoroso è diretto quindi ineluttabilmente al controllo e al dominio, e solo la personalizzazione e l’oggettualità fenomenologica ne permetterebbero la riproposizione in un’etica e in un mondo relazionale non fatale.

Esempio trasparente di questa dinamica iperreale lo fornisce la protagonista stessa, raccontando della sua passione per la divinazione. I ching, oracolo cinese di cui Biancaneve fa uso, consumo ed abuso, sono lo specchio barocco della relazione amorosa che lei vive. L’oracolo, la divinazione, è una forma di discorso diretta al controllo e al dominio esattamente come il discorso amoroso, solamente che nella divinazione il processo di spersonalizzazione è completo. La protagonista, grazie agli esagrammi che il libro le propone, costruisce una rete, un modello interpretativo, sostitutivo del reale con cui è incapace di confrontarsi, e questo si rivela un modello talmente vincente, che lei stessa si scopre sorpresa, alla fine, del suo inevitabile fallimento oracolare. Il discorso amoroso e la narrativa divinatoria si dimostrano per Biancaneve sostanzialmente lo stesso discorso: un allucinatorio tentativo di costruire un modello per decifrare un reale che per lei non ha senso alcuno. Questo tentativo interpretativo porta in se il suo stesso destino, e si infrange come in ogni hybris degna della sua tragedia sulla sua ineluttabilità. Citando il poeta, a volte, neanche gli dei possono nulla.

Pubblicato su Il recensore

I Proci

23/08/2010

Telemaco comandògli recarla, e Ulisse l’ebbe.
Ei, prese in man l’arco famoso, il tese
Così e il tirò, che ambo le corna estreme
Si vennero ad unir: poi la saetta
Per fra tutti gli anei sospinse a volo.
Ciò fatto, stette in su la soglia, e i ratti
Strali versossi ai piedi, orrendamente
Guardando intorno. Antìnoo colse il primo,
E dopo lui, sempre di contra or l’uno
Tolto e or l’altro di mira, i sospirosi
Dardi scoccava, e cadea l’un su l’altro.
Certo un nume l’aitava. I suoi compagni,
Seguendo qua e là l’impeto suo,
A gara trucidavanci: lugùbri
Sorgean lamenti, rimbombar s’udìa
Delle teste percosse ogni parete;
E correa sangue il pavimento tutto.

Odissea, XXIV, 225-241

La porta cigola. Continuamente. Una leggera corrente d’aria la sposta, in modo impercettibile, provocando un lento, disturbante, stridio.
Il tremore delle mani non si attenua. Cerco qualcosa, nell’infisso rotto della finestra.
Attorno sacchetti di plastica: pieni, rotti, vuoti, appesi.
Vestiti sporchi, puliti, da stirare, da stendere. Scarpe.
Mi alzo dalla sedia.
Guardo allo specchio le iridi arrossate, per il poco tempo passato a dormire. 30 cc di Delorazepam, insieme al caffè provano a migliorare lo stato.
Ho una casa, un lavoro sicuro e sono sano. Ho anche un figlio. Posseggo ciò che la maggior parte delle persone desiderano. Ho amato e sono stato ricambiato.
In effetti non vi è nulla di sbagliato. La desolazione, la solitudine, la depressione e perfino la
disperazione non hanno nulla a che vedere con lo stato sociale di un qualunque borghese.
Ho fatto delle scelte, o almeno, mi è sembrato di farle. Alcune facili, altre dolorose.
Oggi ho finito le scelte.
Lo specchio mi restituisce un volto, come se dicesse: affari tuoi, non voglio saperne nulla.
Non vi è nulla di leggero: nulla che lasci vie di scampo.
Una doccia e mi preparo. Mi vesto: prima l’intimo, una camicia, pantaloni, ma leggeri, che fa caldo. Scarpe comode.
Dopo pochi minuti di guida entro in ufficio, dove non mi aspetta nulla da fare, se non una lunga giornata da far trascorrere. Non penso, non leggo il giornale, non telefono a nessuno: sono gesti che non compio più da tempo.
Il mio superiore ritmicamente mi consegna dei fogli, lavoro totalmente inutile, ma necessario all’andamento del regime.
Poi il momento del caffè. Non vorrei prenderlo: ma è un motivo per uscire.
Ancora il nulla fino alla pausa del pranzo: dove il nulla si trasferisce davanti a un qualsiasi piatto, che rimane quasi sempre pieno.
Il pomeriggio è breve, e già all’ora del tramonto sono di nuovo davanti all’infisso rotto.
Ho spostato alcuni sacchetti di plastica: certi vestiti dovevano essere lavati, e certi altri stirati.
Ho messo nell’immondizia un vecchio paio di scarpe rotte.
Da tempo non mi chiedo nulla.
Da tempo non cerco di cambiare nulla.
Non c’è nulla da cambiare.
Ho ciò che tutti cercano: la certezza del ritorno, la garanzia di uno stipendio.
E’ proprio per questo che oggi, prima di uscire dall’ufficio, mentre i miei colleghi concludevano gli straordinari quotidiani, ho aperto il mio armadio, ho cercato l’accendino che tengo sempre a disposizione, se qualche cliente vuole fumare in ufficio, anche se sarebbe proibito, e, dopo aver cosparso di benzina l’archivio delle pratiche di mutuo, ho acceso la fiamma.
Le vampe hanno avvolto in pochi minuti l’intero edificio, e probabilmente nessuno è riuscito a salvarsi. Io sono sceso dalle scale di sicurezza. Dopo aver bloccato dall’esterno l’uscita.
Ora sono intento alla raccolta differenziata.
L’ambiente è importante, e bisogna pensare al futuro.
Devo sbrigarmi, che anche qui in casa le fiamme crescono rapidamente: è tutto in parquet.
Suonano le sirene.

Pubblicato su Scrittori precari.

La Piazza

08/06/2010


Djemm-el-Fnaa è come un vulcano, sgorga, come un rutto ctonio, direttamente dal sottosuolo, con una potenza orgonica. La terra stessa, al ritmo incessante dei tamburi, si incarna nella piazza, nei ballerini, negli incantatori di serpenti, negli speziai, nei giocolieri. La piazza è viva, la sua materia vibra, e si tende, come un muscolo, pulsa, come un organo. Gli umani che la percorrono sono come dei simbionti, ci vivono per la luce riflessa. La piazza è un animale notturno. Durante il giorno permane vicino allo stato di semi veglia, come i leoni nella savana, quando il caldo è troppo afoso, e attendono la sera in silenzio. E’ dopo il tramonto che si esprime in tutta la sua potenza e ti getta in un arcaico ritmo, travolge ogni resistenza, ogni pudore. In preda ad una frenesia irrefrenabile la attraversi di continuo, entrando ed uscendo dal suq, insieme ad altre migliaia di persone.

Eppure, per me, la forza espressa da questa piazza rimane qualcosa di estraneo, lontano. E’ molto più simile ad un evento naturale, piuttosto che della storia umana. E’ una grande bocca nera, una voragine africana da cui entrano ed escono nugoli di persone, come da una grotta oscura. Di tutto il Marocco è senza ombra di dubbio il luogo più arcaico, ancora oggi. Terminale delle carovaniere del deserto, che per secoli e secoli hanno traghettato nugoli di schiavi, dalle grandi savane alle coste del mediterraneo. Il continuo suono dei tamburi mi accompagna mentre annoto queste riflessioni sulla terrazza di una casa, da cui si vede parte della piazza. Ho dormito qui, ed il tubare dei piccioni mi ha svegliato presto, alle prime luci dell’alba. La città dorme ancora.

settembre, Marrakesh

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Non è passato molto tempo, forse nemmeno due anni, da quando ho avuto il piacere di conoscere e presentare per la prima volta Sergio Paoli ed il suo “Ladro di Sogni“. Questa fotografia ritrae quel piacevole incontro. In seguito Sergio ha accettato di presentare nella stessa libreria, “La Talpa” di Novara, anche il suo secondo romanzo Monza delle delizie. E’ stata una serata interessante, a cui si è aggiunta la presenza della giornalista Valentina Sarmenghi che ha poi pubblicato sul Corriere di Novara una sua intervista a Sergio, ma che purtroppo è stato impossibile recuperare on line. Se prima o poi il testo dovesse essere disponibile certamente aggiornerò questo stesso post. Qui sotto si legge, con un imperdonabile ritardo, la recensione che allora ne scrissi e che fu – al tempo – pubblicata su Il recensore.com

Monza delle delizie. Storia di poteri e malaffari (Frilli 2010) è il nuovo romanzo di Sergio Paoli, già autore lo scorso anno del fortunato Ladro di Sogni, edito sempre da Fratelli Frilli e interpretato dal medesimo protagonista: il simpatico, accattivante, timido, e dotato di molte altre qualità ben evidenziate nel testo, commissario Federico Marini.

E’ importante sottolineare questi aggettivi, ed è evidente che Paoli li individua in modo particolare, perché ci tiene a distinguerlo in modo esclusivo, a renderlo ’speciale’. Il suo non è un poliziotto come gli altri, è diverso, e in modo preciso, forte, fin dall’inizio e dalle sue dichiarazioni sulla ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz di Genova che gli hanno interrotto per sempre la carriera, oltre ad inimicarsi tutti i superiori in grado.

Monza delle delizie si occupa di un tema quanto mai attuale e d’impatto: i rapporti tra impresa e criminalità organizzata. Sembrerebbe un saggio ed anche imponente: invece è un giallo poliziesco. Monza delle delizie è una forte presa di posizione critica nei confronti di quelle multinazionali oggi note come corporation, dei veri e propri stati indipendenti, spesso con un fatturato superiore al PIL di molte piccole nazioni. Il tema è quindi è estremamente attuale, soprattutto in un Italia che, negli ultimi anni a partire da Cirio e Parmalat, fino alla crisi delle grandi banche, ha visto e vede giornalmente quanto la velina posta tra industria, criminalità e politica è sottile.

Monza delle delizie, in realtà non è precisamente un nuovo romanzo, poiché l’autore ha sempre dichiarato che era stato iniziato prima di Ladro di Sogni, di cui oltre tutto – tecnicamente – è un prequel. Iniziato prima, poi sospeso e infine concluso a posteriori, Monza delle delizie è stato in sostanza scritto durante l’infinita tournee che ha portato Sergio Paoli a presentare il suo libro in centinaia e centinaia di piccole piazze, librerie, rassegne, a volte davanti a dieci persone e altre con molte centinaia.

Sergio Paoli in questi due anni sul web è diventato per molti il simbolo di come deve essere strutturata un’autopromozione seria ed efficace. Anobii, Facebook, il passaparola, le mailing list, i blog, un’intelligente e ragionata serie di rapporti interpersonali generati e coltivati: tutto ciò a portato ad un’ampia diffusione del suo romanzo, che – indipendentemente dalle vendite – è senz’altro uno dei noir di cui si è parlato – e quasi sempre bene – lo scorso anno. Monza delle delizie presumo che seguirà lo stesso tragitto del suo predecessore, anche alla luce di un probabile futuro terzo atto con lo stesso protagonista.

La scrittura di Paoli ha compiuto una precisa evoluzione rispetto all’opera precedente. Vi sono difatti delle differenze non indifferenti tra le due opere. In Monza delle delizie, soprattutto nella prima parte, vi è una padronanza della narrazione assolutamente di prim’ordine. Le critiche di eccessiva partigianeria rivolte a Paoli da molti lettori che non condividono le sue idee politiche perdono completamente valore di fronte alla scrittura di Monza delle delizie. Ovvero, se di Ladro di Sogni si poteva dire (poi si potrebbe discutere, ma la cosa era sensata) che la narrazione risentiva del desiderio dell’autore di far transitare un ben preciso messaggio politico, certamente questo non si può dire di questo nuovo scritto. La narrazione è sciolta ed assolutamente slegata dal contenuto, pur restando netto e preciso ciò che Paoli vuol dirci circa il mondo in cui viviamo. Chiaro che tutto ciò deriva dall’esperienza, e quindi non possiamo che essere lieti di questo passaggio nel vissuto di Sergio Paoli. In sintesi quell’essere monocorde, quel basso continuo, che accompagnava la storia di Ladro di Sogni, è scomparso, e la musica è decisamente più orchestrale. Nel proseguo della storia, quando sempre più l’aspetto dell’indagine poliziesca in senso stretto prende il sopravvento la scrittura si tende, perdendo quella musicalità che è propria della prima parte per diventare invece più thriller, forse più vicino agli standard americani, più simile – in un certo senso – ad un giallo poliziesco puro: qui servono le prove, gli indizi, gli appostamenti, i testimoni. Senza assumere i connotati del legal thriller la narrazione quindi cambia, e così il ritmo sottostante.

Per concludere, Monza delle delizie è un romanzo che segna una netta crescita tecnica e professionale di Sergio Paoli, pur restando un’opera evidentemente ancora di transizione. Aspettiamo Sergio Paoli alla prossima prova, curiosi di quali nemici affronterà questa volta il commissario Marini.

Pubblicata su Il recensore.com

Ed eccoci qui durante questa seconda presentazione !

Altai è, come è noto, l’ultima fatica dell’autore collettivo noto come Wu Ming. Dell’opera si è già lungamente parlato e lo stesso blog che gli autori gli dedicano è ampiamente esaustivo di tanti aspetti non direttamente affrontati nel testo. Questa mia nota vuole affrontare l’opera sotto la cifra interpretativa del sogno. Questo è da intendere sia nel suo significato puramente onirico, che in quello di desiderio, utopia. Vorrei mostrare che – sulla scia della lettura di Ernst Bloch, delle sue interpretazioni del fenomeno degli anabattisti e di Thomas Muntzer (l’ambiente di Q) e della sua speciale concezione dell’utopia – Wu Ming traccia un filo rosso tra il percorso di El Israel, il popolo eletto, ed il sogno come desiderio umano, che filtra da un inconscio, solo parzialmente nascosto da un velo trasparente di coscienza.

La cifra originaria, il motore di questo percorso carsico che percorre la storia delle dodici tribù di Beniamino attraverso la Storia maiuscola, è il sogno di Giuseppe.
La storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e dei suoi fratelli, è narrata in Genesi 37 – 50, ed è una delle più feconde espressioni della potenza narrativa del testo biblico. E’ assolutamente nota, in tutte le sue parti, nonostante la lettura del testo riveli ai più dettagli che nella vulgata normalmente diffusa spesso sono rimasti in secondo piano.
Comunque non è l’esegesi biblica che interessa a Wu Ming, bensì il potenziale evocativo posseduto da questa narrazione nella storia del popolo d’Israele.
Ciò che conta è che Giuseppe, grazie a dei sogni, e alla loro interpretazione, che lui è in grado di esercitare, ribalta i rapporti di forza, e non solo sul piano – lineare, militare – dei rapporti tra Ebrei ed Egiziani, ma anche quelli strettamente familiari, tra lui e i fratelli, il ruolo di Beniamino, il rapporto con il padre, la formazione delle dodici tribù. Tutto: la genesi stessa del popolo, dalla sua radice più profonda, i rapporti di fratellanza (quante volte infranti e ricomposti solo in queste prime pagine della Genesi, Caino e Abele, Giacobbe e Esaù) e di paternità (l’infanticidio di Isacco), fino alle questioni di politica internazionale. Tutto transita attraverso il sogno, la capacità profetica e la sua interpretazione. Lo sguardo sul futuro, transitando attraverso il nostro spazio interiore – l’inconscio prima individuale, poi collettivo – lancia la prospettiva di una nuova storia.
Siamo ancora nella prima parte del testo quando viene citato per la prima volta il sogno:

– Fu a causa dei suoi sogni che i fratelli vendettero Giuseppe agli ismaeliti, – commentò Dana. La frase mi colpì. Le somiglianze tra Giuseppe e Giuseppe Nasi mi apparvero evidenti. Entrambi si erano accattivati i favori di un sovrano straniero. Avevano ottenuto incarichi di governo, titoli nobiliari, enormi ricchezze. Ma non la fiducia dei familiari. Non subito, almeno, e non senza fatica. [pg. 96]

Concetto che viene ripetuto poche pagine dopo

Era stata Dana a ricordarmi la storia di Giuseppe invidiato dai fratelli a causa dei suoi sogni, e da essi venduto ai mercanti . [pg. 131]

Fin dall’inizio quindi Giuseppe Nasi (Yossif Nasi, ebreo Sefardita sfuggito alla persecuzione del 1492 e rifugiato in Portogallo) viene paragonato al Giuseppe biblico, ed è chiaro il riferimento non solo ad un fondatore, ma a qualcuno che è in grado di sognare la storia, di interpretarle e di proiettarla nel futuro, attraverso un Utopia. Il soggetto invece – la prima persona, l’io narrante – è Manoel Cardoso, ebreo sefardita, pirata sulle coste dalmate, veneziano, traditore, e paradigma dell’umanità intera. Tutti noi siamo Manoel Cardoso, Ich bin Manoel Cardoso, e tutti noi siamo Emanuele De Zante, ovvero l’uomo che vive la ragion pratica. Cardoso comprende il sogno di Nasi, e lo condivide, anche se con difficoltà e preoccupazione. Il suo problema è come realizzarlo, come identificare gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione, e come definire le strategie per superarle, a costo di dimenticare il sogno stesso, nella dinamica materiale e – in fondo – ideologica, della conquista. Wu Ming non si lascia ingannare dalla natura estremamente umana di Cardoso, e ne evidenzia in modo impietoso il suo limite: Cardoso non è mai nel sogno, non è mai Yossif Nasi, rimane – potremmo dire – nella politica, contro la capacità proiettiva ed evocativa del suo alter ego.
Dana lo capisce perfettamente, e così Ismail: entrambi capiscono e si affezionano alle qualità umane di Cardoso, ma percepiscono il suo essere – sostanzialmente – fuori dal sogno, mentre loro ricominciano da capo.

Ismail, rappresenta invece un altro dei momenti nodali del percorso tracciato da Wu Ming. Ismail ha partecipato alla rivolta degli Anabattisti, in Germania. Questo è un dialogo tra Ismail e Manoel Cardoso:

– Avete mai sentito parlare della città di Münster, in Westfalia? Io ero là, nell’anno del Signore 1534. E prima ancora ero con i contadini tedeschi insorti, alla battaglia di Frankenhausen. Münster. A quel nome si associavano storie di ogni tipo. Münster era una specie di bestemmia, il nome compendiava la follia del mondo. Si diceva che gli eretici anabattisti vi avessero abolito ogni sacramento, ogni traccia della religione, dell’ordine umano e divino. Si diceva che a guidarli fosse il diavolo stesso, nelle mentite spoglie di un Nuovo Davide. Sembrava impossibile trovarsi davanti a un testimone di eventi così lontani. Quell’uomo proveniva da un altro mondo, di cui a Venezia avevo sentito evocare gli orrori. Mi riscossi e provai a riprendere il filo delle domande.

– Volevate fondare il regno di Dio sulla terra, non è così?

Tornò a guardare lontano, attratto dal buio, mentre le dita scivolavano al petto e frugavano sotto la camicia.
– Volevamo giustizia. E una ragione per vivere e morire. Io ebbi la fortuna di uscirne vivo e di incontrare persone che mi spiegarono qualcosa del mondo. Qualcosa che non si trova scritto nella Bibbia o nel Corano, ma nei libri contabili. [pg. 225 – 226]

Qui il richiamo al filosofo Ernst Bloch diventa diretto, visto che suo è quel “Thomas Muntzer teologo della rivoluzione” che nel 1921 rappresentò il primo ed illuminante momento di rilettura del movimento tedesco. La figura di Muntzer, il movimento degli Anabattisti e la battaglia di Frankenhausen sono parte della narrazione di Q, e si svolgono circa cinquant’anni prima di Altai (infatti si dice che Altai si svolge quindici anni dopo l’epilogo di Q, ma la battaglia di Frankenhausen è del 1525 e la battaglia di Lepanto – conclusiva di Altai – è del 1571). Il testo blochiano narra un’epifania di quello che lui definisce Geist der Utopie, Spirito dell’Utopia, e che molti anni dopo chiamerà Das Prinzip-Hoffnung , il Principio – Speranza. Nel mezzo esiste un terzo testo blochiano rilevante ai nostri fini, Tracce. Il filosofo tedesco, vede la storia non certo come una radura piana e lineare, bensì come un terreno difficile, con salite e discese, dove è importante capire gli oscuri destini che accompagnano gli uomini, i fili nascosti, le tracce – appunto – che uniscono elementi a volte apparentemente inconciliabili. Secondo Bloch l’Utopia, intesa come il pensiero che rivoluziona la vita, quel modo dell’essere che prende comunque le parti degli oppressi e dei deboli, ha nella storia un percorso carsico, ovvero il suo è un apparire e scomparire, pur mantenendo però delle caratteristiche costanti. Quindi la lotta di Spartaco a Roma, quella di Muntzer, i moti del 1948, la comune parigina, sono tutti momenti in cui – come da una risorgiva – lo Spirito dell’Utopia – ricompare e si manifesta. La storia del popolo di Israele è impregnata di questa interpretazione della filosofia della storia, che infatti troverà in Rosenzwaig e – in parte – in Benjamin dei discepoli del pensiero blochiano. Wu Ming si allinea totalmente a questo pensiero, ed il legame che lui costruisce, grazie ad Ismael, tra Frankenhausen, la presa di Famagosta e la battaglia di Lepanto, è perfettamente inseribile nella concezione blochiana. Difatti è evidente il desiderio di collegare in funzione critica Ismail con il movimento anabattista, al fine di voler proporre lo spirito di Yossif Nasi come alternativo rispetto agli Anabattisti.

– Tu e io abbiamo sempre rischiato, – ribatté Nasi. – Ascoltami: chi meglio dei giudei, da sempre perseguitati, potrà accogliere i perseguitati di tutta Europa? Il regno di Cipro potrà dare asilo ai fuggiaschi, agli spiriti liberi, alle vittime dell’Inquisizione. Non importa quale sarà il loro credo, purché siano disposti a costruire la casa comune. Tolleranza e concordia saranno le fondamenta della Nuova Sion.
– Io nella Nuova Sion ci sono stato, – replicò Ismail. – Ho visto all’opera i profeti del Regno.
– Mi stai paragonando a loro? Ai pazzi di Münster?
Nasi scacciò quell’idea con un gesto brusco. Un gabbiano si spaventò e spiccò il volo andandosi a posare poco più in là.
– Non a loro, – rispose Ismail. – Al me stesso di quei giorni.
– Oggi viviamo un altro tempo, – disse Nasi, – e io non cerco l’apocalisse.
[pg 313-314]

Nasi vuole distinguersi: il suo sogno non è la giustizia sociale. Nasi vuole un regno. Il Regno: ovvero la Terra Promessa, la realizzazione dei sogni. Nasi costruisce un progetto grandioso, che coinvolge l’intera diplomazia europea, muove eserciti e popoli. E’ un grande condottiero, un momento cardine, intorno a cui ruotano trame, ideali e percorsi.

Due sogni quindi, il Sogno di Giuseppe, l’alpha di El Israel, ed il sogno di Yossif Nasi, che vuole essere l’omega, la consacrazione del Regno in terra.

Tra questi due momenti si pone un uomo, che fin dall’inizio è un imputato, oltre che un uomo. Manoel Cardoso compie un percorso attraverso l’opera, che non è un cammino di redenzione: era e resta un traditore. Però è un percorso di riappropriazione: Cardoso ha rinnegato le sue origini (il suo sogno era non essere più un giudeo), è fuggitivo dalla sua patria d’adozione, ha abbandonato colui che gli ha fatto da padre, per avere in cambio un ruolo di controllo. Ora tutto ciò deve convergere per Manoel Cardoso, ed il suo cammino è ben mostrato dalla parabola della lepre.

[parla Ismail] Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o col falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani.
Mi parve di capire dove voleva arrivare, e cercai di seppellirlo sotto l’autorità di un testo famoso. Il Consigliere ne pretendeva la conoscenza a menadito da parte di ogni sottoposto.
– Machiavelli ha scritto che bisogna guardare il fine, non i mezzi.
– Sì, anche Yossef me lo ha ripetuto spesso –. Chiuse gli occhi e si sistemò sul fianco. – Con gli anni, ho invece imparato che i mezzi cambiano il fine.
Mi augurò un buon riposo.
[pg. 228]

In queste poche righe la vita intera di Manoel Cardoso, l’uomo della vita pratica, viene smontata. Avrai anche ottenuto poteri ed onori, libertà e diritti, ma lo hai fatto con mezzi non idonei, gli dice Ismail, ottenendo così “una libertà da cani”. Cardoso non comprende. Impiegherà il resto della sua vita a meditare su questa frase. Difatti, sarà solo chiuso in una fetida cella, ormai prossimo alla fine, che riuscirà, incontrando la sua nemesi, il suo mentore, a dirgli:

– Ci sono uomini che farebbero qualunque cosa per catturare una lepre. […]
– Uomini come voi, – continuo. – Come me un tempo.
Ora credete di avere avuto successo, e non vi accorgete di stringere in mano una carcassa spolpata dagli stessi cani che avete sguinzagliato –.
Lo guardo negli occhi per l’ultima volta.
– Tenetevi stretto questo cencio. Perché è tutto ciò che vi resta.
[pg. 402]

Cardoso l’uomo, Cardoso la lepre in eterna fuga, Cardoso il giudeo, anch’esso in eterna fuga, Cardoso pedina di un gioco molto più vasto di lui, ma che infine comprende.
Non ho potuto non pensare alla stella di David che sventolava sulle case del ghetto di Varsavia, durante la rivolta del ’44, mentre la Wermacht bombardava indiscriminatamente uomini donne e bambini. In quelle bandiere si poteva scrivere il sogno di Giuseppe, il sogno di un popolo che – fin dalla notte dei tempi – sa di avere Dio dalla sua parte, comunque.

Wu Ming riprende ed affronta il tema della visione profetica nella sezione più densa del testo, l’Interludio [pg. 289- 298]. Non lo trascrivo integralmente e ne rimando alla lettura, è però determinante affrontare alcuni elementi.

All’inizio del brano Ismail cade in delirio. Non è la prima volta: gli era già capitato. La febbre – ovvero la capacità divinatoria, il dono / condanna, era stato la causa del suo ritardo a Tiberiade, dove Beatrice / Gracia lo attendeva inutilmente. Beatrice muore, senza poterlo rivedere, ed Ismail cerca di inseguire la visione della sua amata scomparsa. Ancora una volta, come uno sciamano, viene colpito dalla febbre, che è comunque elemento classico di molti ambiti divinatori. Il febbricitante, colui che è colto dal delirio, è in grado di vedere il futuro, gode del dono della visione. E Ismail ha una sequenza di visioni, inserite in un ordine ben preciso, con un canone rigoroso.
La prima visione riguarda un luogo, Elim, che è doppiamente importante, prima di tutto perché è il posto dove Ismail era già stato colto da questa febbre, e che gli impedisce di arrivare a Tiberiade, inoltre è il luogo dove gli Israeliti, stremati dalla traversata del Sinai, vengono donati da Dio della manna dal cielo. La discesa della manna è chiaramente un segno della solidità e della permanenza del patto tra El Israel e il suo Dio, così come la febbre divinatoria di Ismail segna l’inizio di un dramma,
quello di Yossif Nasi, affidatole da Gracia, che oggi, ancora in un ambito divinatorio, si va a concludere. Tutto inizia e finisce nel sogno, tutto è visione. Tutto cresce solo sotto il volere di Dio, che ci dona la manna, e ci permette di continuare a sognare, e vivere.
Ismail ripercorre in un percorso quasi cinematografico come dei flashback della sua esistenza, immortalando elementi altamente simbolici:

*** la decapitazione di un eretico;

*** la morte stessa di Beatrice (rappresentazione di un intensa drammaticità: vanitas vanitas, come nell’Ecclesiaste Wu Ming mostra l’impermanere dei sentimenti, anche dei più profondi: l’amata di Ismail ritorna cenere e terra, in un samsara ineluttabile);

*** la stamperia, ed anche qui è necessario sottolineare un rimando: la grande biblioteca di Yossif Nasi, che da ai libri un valore immenso, stretto però tra religioni che in più di un occasione hanno distrutto biblioteche intere, ritenendo necessario un libro solo (Corano, Bibbia, o Vangelo che sia). I libri sono la parola del mondo – ci dice la visione di Ismail – non la parola di Dio, che invece ci perviene attraverso altri canali, come la manna;

*** la battaglia di Frankehausen, dove l’esercito di ultimi raccolto da Muntzer e dagli anabattisti viene annientato in un bagno di sangue, in una gloriosa allegoria di morte.

Eppure, nonostante una tale drammatica sequenza di visioni (o di ricordi, se si vuole, ma trasformati in allegoria), Ismail alla fine della battaglia sogna un arcobaleno, che come la manna, ancora una volta, dopo il diluvio, è la riconferma del patto. Il patto tra il popolo e Dio, il patto tra Ismail ed il mondo, il patto tra noi e la vita, il patto tra un uomo ed una donna.
Io vivo: ho sete.
La manna ci disseta, ed un arcobaleno ci unisce.

Dopo questo paragrafo totalmente divinatorio e profetico, Wu Ming conclude la narrazione nella terza ed ultima parte del romanzo. I giochi si compiono, i fili si tendono e alcuni si rompono. Il sogno si sgretola: Cipro non sarà mai il Regno in terra, la Terra Promessa realizzata, ed ognuno dei personaggi di questa epopea chiude in modo più o meno definitivo un ciclo nella sua vita.
Solo Ismail rimane a guardia del sogno, pur non dimenticando mai le sue pistole, continua la visione, che si traslittera totalmente nella realtà, quasi in un miraggio.

Cinque sagome procedono allineate in groppa ai dromedari. In testa alla piccola carovana c’è una giovane donna, che la conduce verso le prime case. La seguono un arabo con una lunga scimitarra e un ragazzo dal volto glabro, quasi infantile. Aggrappato alla sua schiena c’è un bambino, gli occhi grandi e curiosi. Il vecchio chiude la fila. C’è un movimento in mezzo all’abitato, una torma di bambini esce da chissà dove e attornia i viandanti con schiamazzi e risate. Escono le donne e gli uomini, persino i più anziani. Quando il vecchio scende dalla cavalcatura, tutti si stringono intorno a lui, ringraziando Dio, Colui che riunisce, di averlo ricondotto a casa. [pg. 410]

Questa visione è l’immagine ultima che ci manda Yossif Nasi. Una visione che appare di riunificazione. Dopo la grande divisione, la guerra, dopo la morte, la febbre e la caduta, grazie alla manna ed all’arcobaleno, ovvero grazie alla ricostituzione del patto, tutto si ricongiunge, e gli uomini tornano a casa. Tutto ciò è sicuramente presente, e Wu Ming lo rivendica. Ma in realtà va molto oltre. Ulisse torna a casa, non Achille: esiste un valore dell’abitare, del vivere insieme che è costante non solo in Altai ma nell’intera opera di Wu Ming. E’ un qualcosa che è molto legato al senso dell’amicizia, e che certamente si lega anche al processo di dissoluzione dell’identità. Noi esistiamo solo insieme agli altri: da soli siamo morti. Manoel Cardoso ne è la controprova più trasparente, non essendo stato capace di vivere l’amore di Dana. Il piccolo greco di Famagosta è vivo solo perché qualcuno lo ha amato, e questo amore si rispecchia e si riconosce nella libertà del falco, l’ Altai, mosaico di un tassello naturale, dove ognuno si dissolve e tutti si riconoscono. Ringraziando Dio.

Pubblicata sul Blog di Altai

 

Madre Ganga scorreva ai miei piedi, davanti ai gath di Benares. Sono arrivato qui solo da pochi giorni. Mi chiamo Mowgli, e vivo in un piccolo villaggio del Bengala, molto lontano da qui. Ho impiegato più di due mesi, a piedi, per arrivare qui, a Benares. Ormai sono vecchio, e camminare è faticoso.
Ho lasciato il mio villaggio, mia moglie ed i miei figli per raggiungere questa città. Ho seguito l’istinto, come un faro nella nebbia.
Sorrido all’idea di un viaggio iniziatico, sono un uomo semplice, forse si tratta solo di dare tempo al tempo, e di aspettare che tutto maturi.
Benares è intatta, un grande mercato dove gli uomini si incontrano e si mostrano.
Un posto fuori dal tempo, dove Madre Ganga veglia sui suoi abitanti.
Guardo l’acqua che scorre ai miei piedi, e sento nel cuore la stretta di una lontana nostalgia. Rivivo i momenti della mia seconda nascita, quella come cucciolo d’uomo, quando ho abbandonato la foresta per raggiungere il villaggio degli uomini, e una nuova vita.
Fin dall’inizio – ricordo, nei primi giorni, spaesato e ignaro – colsi il lato più importante dela loro vita: lo scorrere del tempo. Nella foresta – come qui a Benares – non esiste. Tutto è fermo.
Bagheera, Baloo, Kaa, Raksha, mia madre di tana, la stessa Shere Khan, non conoscono quest’oggetto degli uomini, e nella loro vita di tutti i giorni non hanno ambizioni, desideri, progetti. Loro sanno qual’è il loro posto, ed il posto giusto di ogni cosa, perchè questo è l’ordine di Madre Ganga. Così, qui a Benares, ogni cosa è – a suo modo – eterna.
Penso a mio padre, il lupo, a come ha dedicato ogni stilla delle sue energie a proteggermi. Eppure, anche se sopraffatto dal dolore, quando il clan ha deciso che dovevo raggiungere il villaggio degli uomini ha accettato senza esitazioni.
Anche Bagheera non si è mai voltato indietro.
Solo Baloo, l’umano della foresta, l’orso che ogni cucciolo d’uomo tiene con se la notte, anima affine, solo lui non voleva lasciarmi, sentiva la mia mancanza, non accettava la rinuncia, la separazione.
Ancor’oggi nella foresta ci incontriamo, ci abbracciamo ed andiamo insieme a caccia di scimmie, come quella volta.
Cammino lungo i gath, ed anche qui, nell’immobilità di Benares, il tempo semina i segni della sua presenza, tra bambini che corrono e vecchi che compiono le sacre abluzioni nel fiume.
Nel villaggio quindi ho scoperto il tempo, e prima di tutto ho imparato che chi semina raccoglie, e poi ho imparato anche che se semini nel posto sbagliato e nella stagione sbagliata non raccogli nulla. Ho capito perciò che devi imparare, e ascoltare, e soprattutto cambiare: sempre, tutti i giorni.
Ho scoperto che tutte le persone sono diverse.
Non solo: ho scoperto che ogni persona è ogni giorno diversa, in modi imprevedibili e non sempre piacevoli.
Ho scoperto anche che gli uomini costruiscono, ed i grandi templi che si specchiano qui, nelle acque di Madre Ganga, me lo ricordano. Gli uomini costruiscono per il domani: ovvero inventano il futuro. Ed è per questo che sono sempre diversi.
Ricordo i miei figli bambini. Ricordo come erano sensibili ad ogni piccola attenzione, o alla sua mancanza. In quei momenti ho visto le cose davvero importanti: quelle per cui è valsa la pena lasciare la foresta.
Altrimenti, perchè stare nel tempo?
Lo senti, che cè qualcuno per cui ciò che fai, ciò che dici e ciò che sei sono qualcosa di veramente importante, senza esitazione alcuna, senza riflettere.
Gli uomini infatti non inventano solo oggetti, non progettano solo il lavoro, soprattutto inventano le vita, e si aiutano, l’uno con l’altro, e costruiscono, con quel mattone che si chiama amore, e quella calce che si chiama attenzione.
Nessuno sa quanto queste costruzioni posono essere solide: a volte resistono al più forte dei monsoni, altre scompaiono con il primo venticello primaverile.
Madre Ganga sorride bonaria, un po sorniona, su questi miei pensieri, come se mi prendesse un pò in giro.
Nel mentre, il mio piede scosta la cenere ancora calda di una pira funeraria. Ormai sto invecchiando anch’io, e forse in realtà sono venuto qui perchè Madre Ganga mi vuole con se. Qui, nel posto più simile a quella foresta dove sono nato, che Benares è la foresta degli uomini.
Il fumo delle pire mi avvolge, mentre mi allontano dai gath, e penso che – sperando che Madre Ganga sia d’accordo – ho intenzione di restare ancora a lungo in questa terra faticosa ma fertile.
I miei figli ormai sono grandi, ma sento in me una grande energia, e l’immagine di mia moglie poco più che bambina, mentre raccoglie l’acqua al fiume, riscalda ancora in me il desiderio.
Ecco, questa è la vita: la foresta, il fiume ed il villaggio. Non serve nulla di più.
Ma ecco che al’improvviso, di fronte a me, un sadhu si innalza in piedi, preso dal sacro vervore di una discussione su – non ricordo nemmeno più – qualche disputa teologica con un gruppo di brahamini, altrettanto agguerriti.
Li guardo, mentre si infervorano nel dibattito, ciechi e sordi, ed altrettanto d’improvviso mi viene solo da ridere, di cuore, vedendoli nel mio animo come una ciurma di scimmie urlatrici della foresta !
Madre Ganga ride con me, e così continuiamo il nostro dialogo sugli uomini ed il mondo, mentre, lentamente, camminiamo affiancati, in questo tramonto da favola sui gath di Benares.


Al di là di quello che potrebbe sembrare ad una prima lettura, l’ultimo libro di Cristina Zagaria, “Perché no” (Perdisa edizioni, 2009), ha come oggetto non tanto Napoli o la malavita, che pure ne sono l’ambientazione e lo sfondo, bensì l’adolescenza, quell’aria particolare che si respira quando hai appena finito di imparare a camminare ed ancora non hai raddrizzato la spina dorsale, per camminare eretto nell’età adulta.
E’ un’aria frizzante, che inebria, e che può facilmente confondere le prospettive, per cui non è più chiaro ed evidente cosa c’è in primo piano e cosa sullo sfondo: il fuoco dello sguardo si sposta, molto – troppo – velocemente.

Francesco e Daniele sono due ragazzini, appena adolescenti, farebbero le medie se fossero assidui studenti, e sono i protagonisti di questa storia. Intorno a loro il mondo della Napoli cosiddetta popolare, dei mercati, dell’ufficio postale, della disoccupazione, della malavita e della polizia.
Ma tutto ciò è la scenografia, i costumi, la fotografia. La sceneggiatura di questo cortometraggio – la scrittura è molto filmica, sarebbe facile una trasposizione – è centrata sui due giovani, e sul loro approccio ai primi ‘giochi proibiti’, che però sono di tipo decisamente più pericoloso del sesso.
Cocaina, pistole e rapine si intrecciano nelle relazioni con i malavitosi più o meno cresciuti, che controllano l’isolato, il marciapiede, la strada, il rione. Pennellate di vita spicciola si innestano sul terrore quotidiano, nel sentore di vivere costantemente sull’orlo della catastrofe, e questo, per la delicatezza di un animo che si sta affacciando alla vita pubblica, è totalmente distruttivo.

E proprio la distruzione – la violenza pura – diventa quindi il leit motiv, del racconto: tutto degrada, tutto degenera, in una spirale che giorno dopo giorno, ora dopo ora, trascina inesorabilmente due giovani anime verso lo scuro. L’assenza di una struttura familiare consolidata, nonostante l’impegno che spesso i singoli non risparmiano, si rivela il vero cuneo che spacca il fragile corpus di valori di un adolescente sottoposto alle pressioni di un ambiente ostile e violento.

Se alle spalle di un dodicenne emotivamente frastornato dalla sequenza di lampi e di luci del luna park mediatico in cui si vive tutti, esposto come una falena che brucia su un lampione, vittima della macchina desiderante che ci obbliga a cambiare cellulare ogni mese, se alle sue spalle dunque trovassimo il solido muro di una famiglia non smantellata dalla carenza di lavoro e di strutture sociali, la resistenza di una scuola dove gli insegnanti vengono riconosciuti per il baluardo che sono, non posso certo dire che il serbatoio di manovalanza a buon mercato della criminalità organizzata sarebbe smantellato, ma certamente la sopportazione di una vita che si prospetta di duro lavoro e di scarse gratificazioni sarebbe più facilmente possibile.

Cristina Zagaria ci racconta questa disillusione, e la rende ancor più terribile incarnandola in coloro che dovrebbero darci speranze nel futuro. Bambini soldato, come in Africa o in Asia, Francesco e Daniele mettono a nudo la coscienza di una nazione che – purtroppo non da oggi – è incapace di proteggere i propri figli.
E’ questo è il peggio che si può scoprire di se stessi.

pubblicata su Il recensore.

Sabato 14 novembre, presso lo spazio Milano Nera alla Libreria Mursia di Milano, si è svolta la presentazione di “Il mio vizio è una stanza chiusa” antologia di racconti pubblicata in una delle collane del “Giallo Mondadori“. Presente il gotha della narrativa giallo/noir/thriller/horror (ormai siamo in balia di generi e sottogeneri), la presentazione ha visto una folta presenza di pubblico e di addetti ai lavori del settore. Tra gli autori, erano presenti, oltre al curatore Stefano di Marino, Barbara Baraldi, per l’occasione da Bologna, Andrea Carlo Cappi, Andrea G. Colombo, Claudia Salvatori e Daniela Basilico. Inoltre nel pubblico si sono visti Cristiana Astori, Paolo Grugni, Adriano Barone, e molti altri nomi emergenti di cui si riparlerà in futuro. Figura portante di questa e di molte altre iniziative analoghe degli ultimi anni, il responsabile del settore edicola della Mondadori: Sergio Altieri.

Scrittore di successo lui stesso, Altieri ultimamente ha dato un’impronta netta e personale alla conduzione di alcune storiche collane da edicola: Giallo Mondadori, Segretissimo, Urania e le molte altre collegate. Sotto la sua gestione la presenza di autori italiani è aumentata in modo esponenziale e – contestualmente – si sono rivelati una serie di fenomeni letterari di qualità più che dignitosa. Il segreto – se così lo si vuole chiamare – di questo successo, è senza dubbio nel lavoro di squadra. Altieri si è guadagnato la fiducia di un nutrito gruppo di validi scrittori, spesso finora costretti nel rigido schematismo del prodotto da edicola, e che oggi, nelle condizioni di poter esprimere le loro capacità, sono in grado di produrre una serie di opere che non hanno assolutamente nulla da invidiare alle migliori scuole straniere.

E la miglior risposta la sta dando il pubblico dei lettori, che accorre numeroso alle presentazioni, come è successo oggi, e come si era già visto all’incontro relativo a “Bad Prisma“, antologia horror a cura di Danilo Arona (che tra l’altro compare anche qui ne ‘Il mio vizio’). La qualità della scrittura di genere è cresciuta in parallelo con la richiesta del lettore: ulteriore dimostrazione – se mai ve ne fosse stato bisogno – che un pubblico di qualità nasce e cresce se c’è un offerta editoriale altrettanto di qualità.

Entrando nello specifico dell’antologia, il fulcro narrativo è dato dal cinema ‘thrilling’ italiano, contestualizzabile nella produzione degli anni settanta. Il riferimento è quindi a tutta quella cinematografia cosiddetta di serie b che per molto tempo, nonostante l’assoluta mancanza di riconoscimento dal mondo della cultura ‘alta’, ha invece proposto al pubblico storie comprendenti una serie di tematiche socialmente dirompenti ed aggressive.

Il corposo saggio sul tema che il curatore di Marino inserisce nell’antologia è assolutamente esaustivo, ed un piccolo gioiello per gli amanti del genere. I racconti quindi sono tutti pensati come delle sceneggiature sul genere, e tutti – per precisa richiesta del curatore – ambientati in Italia. Prima di concludere vorrei citare anche Alda Teodorani e Patrick Fogli, gli ultimi due autori presenti e che finora non avevo nominato, ma che certo non hanno bisogno di ulteriori presentazioni, vista la loro notorietà.

Vorremmo quindi – in futuro – continuare a leggere opere come queste, scritte da narratori italiani che, evitando polemiche da pollaio sull’etichetta da mettersi in fronte la mattina, compiono un lavoro serio, di ricerca, documentato, dove spesso si giunge a comprendere le motivazioni di comportanti sociali altrimenti inaccessibili con altri strumenti, e – cosa che non stona – spesso anche vincenti dal punto di vista delle vendite.

Pubblicato su Il recensore.

Inoltre qui trovate una gustosa intervista a Stefano proprio a proposito dell’antologia.

e infine qui il booktrailer.

L’ultimo volume pubblicato da Dario Tonani si intitola “L’algoritmo bianco” (Urania, 2009). Di lui non si può certo dire che sia un autore prolifico. In trent’anni di onorata militanza nel mondo della SF ha pubblicato un romanzo, alcuni romanzi brevi (o racconti lunghi) e più di cinquanta racconti. Come dire? Sicuramente è uno scrittore con una cura maniacale del dettaglio. Le sue narrazioni sono precise, documentate fino allo spasmo, e dotate di una precisione terminologica ineccepibile. Ora aspettiamo con trepidazione il seguito del suo unico romanzo. Due parole. Il romanzo si intitola “Infect@” ed è uscito nel 2007, anche se era già scritto nel 2005. Altri due romanzi brevi sono stati riuniti in questo unico numero di Urania intitolato “L’algoritmo bianco”. Questi si svolgono nel 2045, e l’ambientazione è di venti anni posteriore rispetto al romanzo precedente. Il primo racconto porta lo stesso titolo del volume, mentre il secondo si chiama “Picta muore”. Vi sono alcune differenze cruciali tra i due mondi, pur tanto vicini temporalmente: la prima si chiama cartoons e la seconda agoverso. Ambedue questi concetti sono cruciali per comprendere il complesso universo simbolico di Tonani. I cartoons sono il fulcro del primo romanzo. Nel mondo di cui stiamo parlando hanno – in un certo senso – preso vita, e si sono ampiamente diffusi. La loro è una vita artificiale, prodotta dall’incontro tra uomini, computer e i cartoons originali cartacei. Diventano così una potente droga, assunta attraverso la retina, ovvero tramite lo sguardo, e riuscendo, tramite sistemi oscuri, a provocare allucinazioni negli esseri umani. Queste visioni assumono vita e forme proprie, diventando così indipendenti dal loro ‘creatore’. Assistiamo perciò a personaggi animati che interferiscono con la vita quotidiana, rendendo paradossali situazioni che dovrebbero essere ordinarie. Vediamo ad esempio una gigantesca Betty Boop che – novello King Kong cyberpunk – vaga per la periferia milanese, vagabondiamo per bordelli dove umani e cartoons si vendono (e comprano) vicendevolmente, oppure in macellerie dove gli stessi vengono sanguinosamente massacrati per vendere ciò che si può commercializzare.

E’ impressionante la conoscenza che Tonani dimostra delle tecniche di disegno e fabbricazione dei Toons. In varie occasioni fa parlare un Dj di una radio privata che – nella fiction – si occupa solo di toons e che serve come escamotage letterario per passare al lettore una lunga serie di informazioni necessarie spesso alla comprensione di alcuni passaggi. In queste spiegazioni Tonani si dimostra estremamente documentato sul’argomento, e non risparmia tecnicismi e dettagli che ci accompagnano sempre più a fondo in questo mondo decisamente surreale. I toons sono una droga quindi, e, producendo allucinazioni permanenti hanno invaso aree intere. Vi sono vari passaggi in cui Tonani si sofferma sul concetto di ‘droga’, e su ciò che va ad intendere. Quando dice che le droghe sono “materiale edilizio” mi pare che apra un nuovo orizzonte: tutta la ricerca sulle ‘artificial life’ e sugli esseri composti, parte umani e parte ‘altro’, trova qui una nuova espressione mirabolante e luminosa. Dopo il ciclo ‘Ware‘ di Rudy Rucker troviamo nuovamente un balzo nelle potenzialità del genere. Esseri artificiali generati dall’utilizzo di droghe e dotati della possibilità di ‘mixed’ con i loro creatori. A partire dalle questioni etiche, quasi immediate, sul rispetto dovuto alla vita di questi esseri generati in laboratorio, anche le domande ontologiche sulla potenza creativa si propongono continuamente. La trama avvincente riproduce continuamente queste domande sul rapporto droghe (ovvero manipolazione della realtà), mitopoiesi (costruzione di mondi) ed etica. Lo stesso principio, anche se ulteriormente trasformato con una logaritmica impennata si ritrova nei virus e nelle ‘blatte’ dei romanzi seguenti, mirabilmente combattuti da antivirus cartacei, resi attivi dalla recitazione, dalla loro trasformazione in mantra, in preghiere. Le Blatte, ne “L’algoritmo bianco”, hanno subito un’evoluzione, sono diventate wireless, ma questo è dovuto all’introduzione in questo mondo di un ballardiano ‘mondo interiore’: l’agoverso. Ogni essere può essere dotato di una specie di ‘antenna’, formata da due aghi, ovvero una specie di una protesi che gli permette di connettere direttamente il cervello con la rete. Questa è evidentemente una rete enormemente sviluppata, perché connette continuamente l’intera popolazione, permettendo a chiunque di accedere in real time a qualsiasi tipo di informazione o dato, ma soprattutto di downloadare bio software di apprendimento o di effettuare un upgrade rispetto alle potenzialità da esercitare. Il protagonista di questi due romanzi brevi, dotati entrambi di notevoli sfumature hard boiled, è Gregorius Moffa, una specie di Sam Spade o Philip Marlowe del 2045, ma non è un investigatore, bensì un killer free lance, come lo definisce lo stesso Tonani. La connessione costante con l’agoverso non è nulla di molto diverso dal cyberspazio di gibsoniana memoria, ma senza la presenza hardware del desk, che nel primo cyberpunk introduceva ‘letteralmente’ in questo spazio altro. Qui, la connessione wireless ha trasformato la presenza dell’altro mondo in un mondo ballardiano, interiore, e perciò meno oggettivo, più personalizzabile. Un non luogo, una connessione tra nodi, l’essenza della rete. Gli aghi possono essere anche espiantati, ed è la peggiore condanna possibile, ovvero l’isolamento, la solitudine.

Questo è il mondo che Dario Tonani ci prospetta, nella sua visionaria immagine del futuro. Droghe ad assunzione retinica, antivirus orali, blatte che viaggiano sulle linee telefoniche, vernici spray attivate da nanotossine, allucinazioni viventi. Tutto ciò sullo sfondo di un immenso suk, dove la popolazione di una Milano difficilmente riconoscibile prolunga ogni giorno un’esistenza che sembra aspetti solo la fine. Forse non è filologicamente corretto relazionare le due ambientazioni, seppur temporalmente ravvicinate, ma ciò che le unisce intimamente è la potenzialità generativa. In ambedue i mondi si avverte di essere sull’orlo di una catastrofe, nel senso di una crisi che permetta un balzo ‘oltre’. Evolutivo, quantico, generazionale, poco importa, in entrambe le realtà la brace che cova sotto la cenere sta’ per dare vita ad un ‘novum’. Tutte le nuove forme di esistenza che appaiono nel palcoscenico che Tonani descrive lottano per sopravvivere, per crearsi uno spazio di realtà dove incunearsi. E’ in fondo quindi – in ambedue i romanzi – lo stesso mondo, crudele e aggrappato a quel poco che gli resta, potenzialmente stermi
nato ma incapace di proiettarsi in un futuro concreto, ed infine comunque vittima delle droghe, di qualsiasi tipo, che “fanno esattamente questo: ti strappano fuori ciò che hai dentro“, lasciandoti nudo, ed esposto al vento gelido dell’inverno di Milano.

Pubblicato su Il recensore. Lo trovate poi anche qui, sul sito di Dario.