Leggere questo romanzo di Marilù Oliva è un piacere come raramente accade. “Repetita” (Perdisa, 2009) è senza discussioni il lavoro di un professionista. Eppure, sulla carta, si tratta dell’opera di un esordiente. Tecnicamente corrisponde ai fatti, ma solo formalmente, poiché in realtà la Oliva esordisce solo in quanto ’scrittrice di fiction’, mentre ha un background decisamente importante come saggista (scrive di Storia contemporanea), giornalista e critico su riviste come Thrillermagazine, Carmilla e Milanonera.
Un autore molteplice, quindi, capace di indirizzare le proprie capacità dove è opportuno in quel momento.
Scritto in un’incontestabile prima persona, “Repetita” gode di un’eccellente costruzione temporale, di un ritmo scandito come un metronomo, e non esce mai – nemmeno per un istante – dai binari in cui si è incamminato. La trama è lineare, si potrebbe dire (anche se è vero solo in parte) che non vi è nulla da scoprire; il lettore difatti si ritrova a conoscere ogni dettaglio dei fatti dalle parole stesse del protagonista, e – apparentemente – seguiamo il percorso che lui stesso costruisce.
Il romanzo racconta di Lorenzo, che si definisce da se un serial killer, ma – come mi confidava Danilo Arona (noto intrattenitore del mondo oscuro) – nulla ci dice che lo sia davvero. Tutto ruota sul piano della meta narrazione: Lorenzo ci indirizza su percorsi che conosce, e ci impedisce – di fatto – di osservare scientificamente il suo supposto crimine. Oliva elimina quindi tutto quell’aspetto di criminal scientific investigation che ormai da qualche tempo è rigorosamente associato alla procedura d’indagine. E’ proprio per questo che il piano squisitamente letterario e narrativo riprende il sopravvento, per formare un’opera intrigante e splendidamente maliziosa.

Repetita” è – e scusate se è poco – un’indagine sulla banalità del male, sulla sua introiezione, sulle possibilità di una redenzione e sul valore dell’amore. Inoltre è un romanzo complesso che si realizza su diversi strati interpretativi, richiedendo – almeno per me così è stato – diverse letture per formare un’opinione coerente. Questo non toglie nulla alla bellezza di una narrazione non inficiata dalla ricerca di modelli letterari: il romanzo scorre in modo assolutamente piacevole e avvincente, ma Oliva si dimostra più che all’altezza anche ad una lettura critica.

La quotidiana reiterazione del male, il suo ripetersi, il suo eterno ritorno non è certo un tema nuovo. Nella storia della narrativa di genere si potrebbero citare moltissimi esempi: da Patricia Highsmith a Stephen King, da Thomas Harris a James Ellroy. In Oliva trova la sua particolare espressione, la specificità di Lorenzo. Il suo amore per la Storia con la maiuscola, il suo continuo ricercare una giustificazione ed un rispecchiamento nel passato, dove “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi” – rubando le regole alla genetica – spiega come la storia dell’individuo, la storia singola, soggettiva non può fare altro che ripetere (ancora) la storia globale, quella umana, con tutti i suoi drammi e le sue (poche) fortune. La terapia freudiana di Lorenzo con la psicoanalista Marcella Malaspina, infarcita di transfert e sessualità che – forse, alla fine – potrebbe essere liberatoria, si interseca quindi con la junghiana (e sotterranea) analisi collettiva del soggetto storico collettivo.

L’analisi psicoanalitica è quindi uno strumento di liberazione, ma è evidente che Marilù Oliva non lo ritiene assolutamente sufficiente, anzi, nell’economia della narrazione si dimostra pesantemente inficiato da mille dinamiche emotive: eppure la via soterica, il percorso di salvezza passa da li, dalla parola, e dalla sua ripetizione: perché la psicoanalisi altro non è che reiterazione della parola salvifica. Così Marcella Malaspina cerca di salvare Lorenzo da se stesso, ma noi non possiamo dimenticarci che siamo interni alla narrazione stessa di Lorenzo, e quindi che quello che stiamo vedendo è un cerchio chiuso, una tautologia, dove il male racconta se stesso per liberarsi dal suo specchio: ancora una volta il serpente si avvinghia su se stesso nel porgerti la mela.

Siamo insetti che strisciano sulla superficie di quella mela, ed è già tanto se non finiamo schiacciati senza nemmeno che vi sia la volontà, sembra dirci – con un pessimismo che ricorda Schopenauer e Cioran – Marilù Oliva. La narrazione però sfugge a queste estremizzazioni e si rifugia nell’indefinito. Resta nel possibile, forse inconsciamente, la soluzione narrativa del romanzo, anche perché la banalità del male contiene ancora uno sguardo potente e pietrificante, ed è arduo sostenerlo.

Attendiamo quindi fiduciosi Marilù Oliva alla prossima prova, dopo questo prezioso “Repetita“.

Marilù Oliva vive a Bologna dove insegna lettere in un liceo. Nella vita ha fatto mille mestieri: tra l’altro ha guidato autobus e insegnato ballo latino americano. Certamente persona da frequentare

Pubblicata su “Il recensore

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Corpi Estranei” è il primo romanzo pubblicato di Paola Ronco (Perdisa, 2009).
Il fulcro narrativo di questa storia, il perno intorno a cui ruota il romanzo – ma anche il nodo di questo tempo triste, il nostro tempo – è la precarietà, nelle sue molteplici epifanie. L’estraneità dei corpi, che titola il libro, è quindi vissuto, e la metamorfosi degli stessi, che diventano appunto estranei, un infinito reiterarsi di questo vissuto psicotico. Il corpo proprio ci diventa alieno, e come il tenente Ripley, scopriamo solo troppo tardi che lui siamo noi, e noi siamo lui.
“Corpi estranei” è ben strutturato dal punto di vista narrativo, in linea con la scuola che Luigi Bernardi ha costruito a Perdisa in questi anni. Vi si trovano tre personaggi che in prima battuta non hanno apparentemente nulla a che fare l’uno con l’altro, e solo ad un punto ormai alquanto inoltrato della storia ci viene – lentamente – mostrato il legame tra le parti. Un poliziotto reduce da un evento che lo ha reso un invalido, zoppo e incapace di perseguire il suo mestiere. Una Pr assunta – a contratto – come stagista in una società, e dove si ritrova invischiata nella più ovvie forme di relazioni falsificate: dal sesso malvissuto con il superiore responsabile, al mobbing più feroce per finire con l’incapacità di essere solidale e vicina a chi è nel suo stesso stato di subalternità. Sono forme che esprimono l’aggressività più naturale, legata alla sessualità e alla gerarchia all’interno del gruppo, visibili in un branco di lupi così come in un ufficio qualsiasi.
Infine Alessia, studentessa disperata, che si trasporta da un esame tentato alle agenzie di collocamento interinale, cercando – come un rabdomante – di individuare un punto fermo nella sua esistenza, personale e pubblica, se mai vi fosse una differenza.
Tre corpi, quindi, ma tre corpi malati. Cabras – il poliziotto – è storpio, Silvia, la Pr, soffre di nausee continue e di ansie incontrollabili, ed Alessia oltre a soffrire di importanti difficoltà respiratorie, che la inducono e convincersi di avere una malattia polmonare, ha una vera e propria fobia verso le divise (fobia assolutamente motivata, come vedrà il lettore). Tre corpi quindi che mostrano la loro sofferenza rispetto alla loro impossibilità di accedere ad una certezza. Perché l’essere precario nel mondo alieno di Paola Ronco, non è solo una delle forme del lavoro salariato, e quindi una forma avanzata dello sfruttamento capitalistico nel nostro tempo, ma prima di questo è precarietà del proprio essere, del proprio corpo.
Noi oggi siamo ‘fisicamente‘ precari, nelle ossa, nella pelle, nello stomaco, nel cuore. La precarietà ontologica di certo esistenzialismo è passata per osmosi nella carne e nelle ossa. La Science Fiction degli ultimi decenni ha mostrato come il corpo futuro può infine diventare una delle molteplici periferiche del cervello, come una qualsiasi stampante, e come quindi sia possibile cambiarlo, facendone tranquillamente l’upgrade, con un modello tecnologicamente più avanzato.
Ma qui non siamo nella Silicon Valley, qui siamo a Torino, ed i corpi sono modelli di terza mano, svenduti alle bancarelle di un mercatino dell’usato, riciclati dopo una manifestazione in cui hai preso troppe botte, o dopo del sesso che proprio non avresti voluto fare. Non valgono molto i corpi smarriti di Paola Ronco, ed i loro proprietari lo sanno, e lo soffrono.
Anche se alienato, anche se allontanato, quasi che con lo sguardo lo si possa vedere dall’esterno, il mio corpo dovrebbe fenomenologicamente rimanere il mio corpo proprio, la mia appercezione immediata di me stesso. Il distacco, il parto violento della precarizzazione, comporta quindi dolore, oltre che vertigine.
Non sappiamo ancora, perché il tempo trascorso è ancora troppo breve, quali saranno gli effetti a lungo termine della violenza che è stata esercitata su questa generazione. Strappata dalla modernità per essere gettata nel puro indeterminato del reality. Nei prossimi decenni lo strappo esistenziale tra la realtà e la coscienza collettiva di questa generazione si mostrerà in tutto il suo radicalismo. Questa radice, questo legame archetipico, è il cuore stesso del patto sociale, ed è un discorso comune, una lingua che nomina, e determina i rapporti sociali.
La sua frantumazione – ad un livello così profondo, il livello corporeo – richiederà un lungo percorso per essere ricomposta. Paola Ronco sa che molto dolore deve essere ancora sopportato dai suoi personaggi, che annaspano alla ricerca di soluzioni per la propria indeterminatezza. Ognuno – inevitabilmente – troverà delle soluzioni biologiche, poiché queste riguardano i loro corpi, prima ancora che il loro lavoro (ovvero l’espressione della nostra identità), e la corporeità deve essere resa immediata. La trama – nel senso dell’ordito – trova una sua momentanea e probabilmente passeggera soluzione. E’evidente però che nessuna delle pieghe dell’ordito stesso si è (s)piegata alle richieste di una conclusione rassicurante. La questione è appunto epocale e generazionale, e non si può certo rinchiudere in una soluzione narrativa, che Paola Ronco difatti si limita ad abbozzare, inserendo nella narrazione lo spazio del possibile, ovverosia del futuro.

Pubblicata su “Il recensore

Fermate le macchine e toglietevi il cappello. Siamo in presenza dei pezzi da novanta. La produzione di “Habemus Fantomas” (Edizioni BD, 2008) vede scendere in campo alcuni tra i più titolati interpreti del noir e delle nuvole parlanti oggi in Italia. In primis l’autore dei testi, Luigi Bernardi: editore, consulente editoriale, traduttore, una cultura immensa nel campo del fumetto, del noir, della letteratura di genere, ed una capacità di costruire nuovi progetti veramente incredibile.
Inoltre è autore lui stesso: romanzi, fumetti, pieces teatrali, sceneggiature, etc. Se dovessi solo elencare la sua biobibliografia andrei ben oltre le dimensioni di una normale recensione, rimando quindi al suo sito per una trattazione più completa.

Stesso curricola ineccepibile per il disegnatore Onofrio Catacchio. Catacchio si fa le ossa su decine di pubblicazioni: Nathan Never, Frigidaire, Nova Express, Il Manifesto. A partire dalle esperienze di Magnus e Pazienza (imprescindibili punti fermi) Catacchio procede oltre, come dice nella prefazione l’editor in chief di BD, Tito Faraci e reinventa il fumetto d’autore. Anche per lui vale lo stesso discorso di Bernardi: rimando alla rete per un approfondimento degno.

Veniamo al testo che oggi ci propongono questi due giganti: “Habemus Fantomas“. E’ il primo elemento di una trilogia, intitolata “Non temerai altro male” e che è quasi pronto il secondo atto, “Delenda Fantomas“. L’opera rivisita la famosa figura di ladro e ‘genio del male’ che fu il Fantomas personaggio letterario di inizio secolo. Qui erano già presenti tutte le caratteristiche tipiche: imprendibilità, intelligenza diabolica, un organizzazione criminale alle spalle infallibile. Luigi Bernardi nel 2001 aveva tradotto l’unica edizione integrale italiana del primo volume della serie originale francese. Ne esistono altri 32 scritti dalla coppia Marcel Allain e Pierre Souvestre, gli autori originali, più 11 scritti dal solo Allain dopo la scomparsa del coautore. Fantomas è alla base della creazione di molti altri criminali storici, a partire da Diabolik.

Con quest’opera però Bernardi e Catacchio vanno oltre quella che è la genealogia del personaggio, impiantandoci – come degli innesti – rimandi al presente, continue proiezioni nel futuro. Il principio è di non fare della pura rievocazione, ma di sfruttare le potenzialità narrative del personaggio per creare qualcosa che vada – appunto – oltre, un Fantomas odierno, ritrovato nel presente. Di conseguenza anche la concezione etica è adeguata al tempo. Se il Fantomas del 1911 è assimilabile ad Arsenio Lupin, un ladro quindi con un etica molto precisa, se ancora Diabolik aveva comunque un forte senso della giustizia, per quanto personalizzato, la morale nel Fantomas di Bernardi e Catacchio scompare di fronte al puro senso dell’utile.

Gli uomini dell’organizzazione, Fantomas stesso, chiunque è sacrificabile di fronte al bene comune, all’utile che se ne può ricavare. Ciò non va letto solo in termini economici, per quanto questi siano importanti nella logica di Fantomas, ma soprattutto in vista di un aumento del livello di controllo e di gestione del potere nel mondo. Quella di Fantomas è assolutamente una logica di potere, in un certo senso si potrebbe dire che agisce come una multinazionale, una corporation.

Fantomas è quindi l’incarnazione del male, una specie di Anticristo, e il suo mostrare la realtà per ciò che è nella sua totale crudità, evirando qualsiasi tipo di speranza è l’obiettivo tutt’altro che velato degli autori. Bernardi dice, a proposito dell’idea del male: “Il male è il sentirsi diversi rispetto al senso comune, l’idea della ribellione. L’ipocrisia ci spinge a cercare il bene, non lo troviamo perché il bene si condisce via via di armamentario etico che lo allontana sempre più dalla nostra quotidianità. Il male supera le istanze etiche, ci mostra il mondo così com’è, come qualcosa con il quale fare i conti. I surrealisti, e il marchese De Sade prima di loro, sostenevano che il male della società si poteva combattere solo attraverso un male superiore: una catena di mali in crescendo, uno peggio dell’altro. Il male che racconto, il male di Fantomas è lo schiaffone definitivo, che risveglia ciò che è rimasto di risvegliabile. Niente è più affascinante dello schiaffone definitivo, del ribaltamento delle prospettive, del chiedere al male quella felicità che il bene non è stato capace di offrire, se non come ipotesi ultraterrena“.

recensione pubblicata su “Il recensore

Joe R. Lansdale è l’autore dei testi di questa breve graphic novel, “Le ali dell’inferno” (BD edizioni, 2009). Lansadale è un texano di mezza età che negli ultimi venticinque anni si è imposto all’attenzione mondiale per la sua smisurata opera letteraria. Nella lunga lista di ciò che è stato pubblicato in Italia, principalmente da Einaudi e Fanucci, ricordiamo “La sottile linea scura“, la trilogia della “Notte del drive-in” e “In fondo alla palude“, ma sono solo dei brevi consigli.

Joe R. Lansdale, guru del romanzo americano contemporaneo di genere, ha riproposto, sotto forma di graphic novel questo racconto, originariamente scritto da Robert E. Howard, il creatore di Conan.

Alla sceneggiatura di Lansdale si associano i disegni di Nathan Fox. L’edizione originale è della Dark Horse, ed in Italia viene riportata dai mai abbastanza lodati tipi di BD Edizioni.

Il racconto è un horror puro, quanto di più classico si possa immaginare. La storia di una famiglia assolutamente “normale” che si ritrova a gestire la nuova casa ereditata da un lontano parente. Come spesso succede si illude di poter sistemare la rovina e rimetterla in grado di ospitare persone. Purtroppo la magione è in rovina e vi incombe una maledizione. Non entro ovviamente nella trama per evitare qualsiasi spoiler, ma l’opera è assolutamente eccellente. I fondamentali del genere vengono ripresi nel rispetto dell’originale howardiano, ma l’autore non può esimersi dall’inserire elementi affini al suo stile, dando una precisa connotazione all’opera.

Lansdale non si stanca di rendere omaggio al “grande e meraviglioso Robert E. Howard” ed evidenziare il suo debito nei confronti del maestro, anche se in effetti il suo cipiglio si avverte nettamente in alcuni aspetti. La storia si svolge in Louisiana ed è un racconto a sfondo voodoo, “dove i morti si rifiutano di restare tali“, ma Lansdale è texano, e probabilmente c’è molto delle sue origini nel cowboy che le ragazze protagoniste incontrano nella fuga.

La principale caratteristica resta comunque la potenza del linguaggio di Lansdale: preciso, sintetico e tagliente. Mai si perde in eccessi o in descrizioni superflue. La potenza descrittiva di ogni singola parola è veramente unica. Questo è un breve esempio della sua arte, ma è un ottima introduzione per chi ha intenzione di avvicinarsi alla sua opera.

Joe Richard Harold Lansdale (nato nel 1951) scrive letteralmente di tutto: romanzi, racconti, sceneggiature, televisione, fumentii, thriller, horror, SF, western. Molto influenzato dalle sue origini texane, si può dire che abbia dato forma ad un vero e proprio stile. E’ considerato un genio.

Pubblicato su Il recensore