Tramontare

31/05/2011

E’ il momento del declino
Tramontare significa spegnersi
ascoltando il mio fuoco interiore, sento la fine che si avvicina.
Sono vecchio, ho vissuto degnamente.
Respiro il sacro Om, lascio che il mondo in me ascolti ciò che dico.
Cerco – senza riuscirci – di ascoltare ciò che il mondo ha da dirmi.
Cerco la luce – che dovrebbe esserci – ma che non riesco a vedere.
Guardo l’oscuro, e ascolto l’invito.
Scivolo verso la debolezza, che nulla mi sorregge.
Ascolto il sacro Om, cercando conforto, ma senza successo.
Tagliatemi le mani, tagliatemi la testa, e guardateci dentro.
Un disprezzo antico, un rifiuto nascosto e sterile
e una pena infinita, per un mondo perduto.
.

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Il termine sanscrito “sunyata” viene solitamente tradotto con “nulla” o“vacuità”.

L’uomo digiuno di competenze semantiche extra-occidentali è portato ad effettuare una elementare equivalenza tra il concetto di “sunyata” e quello di nulla come assenza di qualcosa, mancanza e privazione, tutto ciò in senso negativo .

Se assumiamo, come vogliono tanti pensatori fautori della universalità della semantica, l’equivalenza summenzionata, dobbiamo concludere che il pensiero indo-cinese nell’elevare la propria “torre di senso” proprio sulla nozione di “sunyata” abbia costruito una “cattedrale” del nichilismo. Una esaltazione del nulla come “mancanza di”.

Oggi, che sembriamo dimorare nell’epoca delle passioni “vuote”, sembra che il “nulla” abbia dispiegato il suo non senso mortifero.

Il testo integrale dal blog “Sentieri Erranti

Chakra

27/09/2010

Aum namah Shivaia

02/09/2010

“Trenta raggi s’incontrano nel mozzo della ruota e in quel che è il suo vuoto sta l’uso del carro. Si tratta l’argilla e se ne foggia un vaso e in quel che è il suo vuoto sta l’uso del vaso. Si forano porte e finestre per fare una casa e in quel che è il suo vuoto sta l’uso della casa. Perciò dal pieno viene il possesso, dal vuoto viene l’utilità.”

Dao-de-jing, cap. XI

Sentieri Erranti

Reiki

15/04/2010

Altai è, come è noto, l’ultima fatica dell’autore collettivo noto come Wu Ming. Dell’opera si è già lungamente parlato e lo stesso blog che gli autori gli dedicano è ampiamente esaustivo di tanti aspetti non direttamente affrontati nel testo. Questa mia nota vuole affrontare l’opera sotto la cifra interpretativa del sogno. Questo è da intendere sia nel suo significato puramente onirico, che in quello di desiderio, utopia. Vorrei mostrare che – sulla scia della lettura di Ernst Bloch, delle sue interpretazioni del fenomeno degli anabattisti e di Thomas Muntzer (l’ambiente di Q) e della sua speciale concezione dell’utopia – Wu Ming traccia un filo rosso tra il percorso di El Israel, il popolo eletto, ed il sogno come desiderio umano, che filtra da un inconscio, solo parzialmente nascosto da un velo trasparente di coscienza.

La cifra originaria, il motore di questo percorso carsico che percorre la storia delle dodici tribù di Beniamino attraverso la Storia maiuscola, è il sogno di Giuseppe.
La storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e dei suoi fratelli, è narrata in Genesi 37 – 50, ed è una delle più feconde espressioni della potenza narrativa del testo biblico. E’ assolutamente nota, in tutte le sue parti, nonostante la lettura del testo riveli ai più dettagli che nella vulgata normalmente diffusa spesso sono rimasti in secondo piano.
Comunque non è l’esegesi biblica che interessa a Wu Ming, bensì il potenziale evocativo posseduto da questa narrazione nella storia del popolo d’Israele.
Ciò che conta è che Giuseppe, grazie a dei sogni, e alla loro interpretazione, che lui è in grado di esercitare, ribalta i rapporti di forza, e non solo sul piano – lineare, militare – dei rapporti tra Ebrei ed Egiziani, ma anche quelli strettamente familiari, tra lui e i fratelli, il ruolo di Beniamino, il rapporto con il padre, la formazione delle dodici tribù. Tutto: la genesi stessa del popolo, dalla sua radice più profonda, i rapporti di fratellanza (quante volte infranti e ricomposti solo in queste prime pagine della Genesi, Caino e Abele, Giacobbe e Esaù) e di paternità (l’infanticidio di Isacco), fino alle questioni di politica internazionale. Tutto transita attraverso il sogno, la capacità profetica e la sua interpretazione. Lo sguardo sul futuro, transitando attraverso il nostro spazio interiore – l’inconscio prima individuale, poi collettivo – lancia la prospettiva di una nuova storia.
Siamo ancora nella prima parte del testo quando viene citato per la prima volta il sogno:

– Fu a causa dei suoi sogni che i fratelli vendettero Giuseppe agli ismaeliti, – commentò Dana. La frase mi colpì. Le somiglianze tra Giuseppe e Giuseppe Nasi mi apparvero evidenti. Entrambi si erano accattivati i favori di un sovrano straniero. Avevano ottenuto incarichi di governo, titoli nobiliari, enormi ricchezze. Ma non la fiducia dei familiari. Non subito, almeno, e non senza fatica. [pg. 96]

Concetto che viene ripetuto poche pagine dopo

Era stata Dana a ricordarmi la storia di Giuseppe invidiato dai fratelli a causa dei suoi sogni, e da essi venduto ai mercanti . [pg. 131]

Fin dall’inizio quindi Giuseppe Nasi (Yossif Nasi, ebreo Sefardita sfuggito alla persecuzione del 1492 e rifugiato in Portogallo) viene paragonato al Giuseppe biblico, ed è chiaro il riferimento non solo ad un fondatore, ma a qualcuno che è in grado di sognare la storia, di interpretarle e di proiettarla nel futuro, attraverso un Utopia. Il soggetto invece – la prima persona, l’io narrante – è Manoel Cardoso, ebreo sefardita, pirata sulle coste dalmate, veneziano, traditore, e paradigma dell’umanità intera. Tutti noi siamo Manoel Cardoso, Ich bin Manoel Cardoso, e tutti noi siamo Emanuele De Zante, ovvero l’uomo che vive la ragion pratica. Cardoso comprende il sogno di Nasi, e lo condivide, anche se con difficoltà e preoccupazione. Il suo problema è come realizzarlo, come identificare gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione, e come definire le strategie per superarle, a costo di dimenticare il sogno stesso, nella dinamica materiale e – in fondo – ideologica, della conquista. Wu Ming non si lascia ingannare dalla natura estremamente umana di Cardoso, e ne evidenzia in modo impietoso il suo limite: Cardoso non è mai nel sogno, non è mai Yossif Nasi, rimane – potremmo dire – nella politica, contro la capacità proiettiva ed evocativa del suo alter ego.
Dana lo capisce perfettamente, e così Ismail: entrambi capiscono e si affezionano alle qualità umane di Cardoso, ma percepiscono il suo essere – sostanzialmente – fuori dal sogno, mentre loro ricominciano da capo.

Ismail, rappresenta invece un altro dei momenti nodali del percorso tracciato da Wu Ming. Ismail ha partecipato alla rivolta degli Anabattisti, in Germania. Questo è un dialogo tra Ismail e Manoel Cardoso:

– Avete mai sentito parlare della città di Münster, in Westfalia? Io ero là, nell’anno del Signore 1534. E prima ancora ero con i contadini tedeschi insorti, alla battaglia di Frankenhausen. Münster. A quel nome si associavano storie di ogni tipo. Münster era una specie di bestemmia, il nome compendiava la follia del mondo. Si diceva che gli eretici anabattisti vi avessero abolito ogni sacramento, ogni traccia della religione, dell’ordine umano e divino. Si diceva che a guidarli fosse il diavolo stesso, nelle mentite spoglie di un Nuovo Davide. Sembrava impossibile trovarsi davanti a un testimone di eventi così lontani. Quell’uomo proveniva da un altro mondo, di cui a Venezia avevo sentito evocare gli orrori. Mi riscossi e provai a riprendere il filo delle domande.

– Volevate fondare il regno di Dio sulla terra, non è così?

Tornò a guardare lontano, attratto dal buio, mentre le dita scivolavano al petto e frugavano sotto la camicia.
– Volevamo giustizia. E una ragione per vivere e morire. Io ebbi la fortuna di uscirne vivo e di incontrare persone che mi spiegarono qualcosa del mondo. Qualcosa che non si trova scritto nella Bibbia o nel Corano, ma nei libri contabili. [pg. 225 – 226]

Qui il richiamo al filosofo Ernst Bloch diventa diretto, visto che suo è quel “Thomas Muntzer teologo della rivoluzione” che nel 1921 rappresentò il primo ed illuminante momento di rilettura del movimento tedesco. La figura di Muntzer, il movimento degli Anabattisti e la battaglia di Frankenhausen sono parte della narrazione di Q, e si svolgono circa cinquant’anni prima di Altai (infatti si dice che Altai si svolge quindici anni dopo l’epilogo di Q, ma la battaglia di Frankenhausen è del 1525 e la battaglia di Lepanto – conclusiva di Altai – è del 1571). Il testo blochiano narra un’epifania di quello che lui definisce Geist der Utopie, Spirito dell’Utopia, e che molti anni dopo chiamerà Das Prinzip-Hoffnung , il Principio – Speranza. Nel mezzo esiste un terzo testo blochiano rilevante ai nostri fini, Tracce. Il filosofo tedesco, vede la storia non certo come una radura piana e lineare, bensì come un terreno difficile, con salite e discese, dove è importante capire gli oscuri destini che accompagnano gli uomini, i fili nascosti, le tracce – appunto – che uniscono elementi a volte apparentemente inconciliabili. Secondo Bloch l’Utopia, intesa come il pensiero che rivoluziona la vita, quel modo dell’essere che prende comunque le parti degli oppressi e dei deboli, ha nella storia un percorso carsico, ovvero il suo è un apparire e scomparire, pur mantenendo però delle caratteristiche costanti. Quindi la lotta di Spartaco a Roma, quella di Muntzer, i moti del 1948, la comune parigina, sono tutti momenti in cui – come da una risorgiva – lo Spirito dell’Utopia – ricompare e si manifesta. La storia del popolo di Israele è impregnata di questa interpretazione della filosofia della storia, che infatti troverà in Rosenzwaig e – in parte – in Benjamin dei discepoli del pensiero blochiano. Wu Ming si allinea totalmente a questo pensiero, ed il legame che lui costruisce, grazie ad Ismael, tra Frankenhausen, la presa di Famagosta e la battaglia di Lepanto, è perfettamente inseribile nella concezione blochiana. Difatti è evidente il desiderio di collegare in funzione critica Ismail con il movimento anabattista, al fine di voler proporre lo spirito di Yossif Nasi come alternativo rispetto agli Anabattisti.

– Tu e io abbiamo sempre rischiato, – ribatté Nasi. – Ascoltami: chi meglio dei giudei, da sempre perseguitati, potrà accogliere i perseguitati di tutta Europa? Il regno di Cipro potrà dare asilo ai fuggiaschi, agli spiriti liberi, alle vittime dell’Inquisizione. Non importa quale sarà il loro credo, purché siano disposti a costruire la casa comune. Tolleranza e concordia saranno le fondamenta della Nuova Sion.
– Io nella Nuova Sion ci sono stato, – replicò Ismail. – Ho visto all’opera i profeti del Regno.
– Mi stai paragonando a loro? Ai pazzi di Münster?
Nasi scacciò quell’idea con un gesto brusco. Un gabbiano si spaventò e spiccò il volo andandosi a posare poco più in là.
– Non a loro, – rispose Ismail. – Al me stesso di quei giorni.
– Oggi viviamo un altro tempo, – disse Nasi, – e io non cerco l’apocalisse.
[pg 313-314]

Nasi vuole distinguersi: il suo sogno non è la giustizia sociale. Nasi vuole un regno. Il Regno: ovvero la Terra Promessa, la realizzazione dei sogni. Nasi costruisce un progetto grandioso, che coinvolge l’intera diplomazia europea, muove eserciti e popoli. E’ un grande condottiero, un momento cardine, intorno a cui ruotano trame, ideali e percorsi.

Due sogni quindi, il Sogno di Giuseppe, l’alpha di El Israel, ed il sogno di Yossif Nasi, che vuole essere l’omega, la consacrazione del Regno in terra.

Tra questi due momenti si pone un uomo, che fin dall’inizio è un imputato, oltre che un uomo. Manoel Cardoso compie un percorso attraverso l’opera, che non è un cammino di redenzione: era e resta un traditore. Però è un percorso di riappropriazione: Cardoso ha rinnegato le sue origini (il suo sogno era non essere più un giudeo), è fuggitivo dalla sua patria d’adozione, ha abbandonato colui che gli ha fatto da padre, per avere in cambio un ruolo di controllo. Ora tutto ciò deve convergere per Manoel Cardoso, ed il suo cammino è ben mostrato dalla parabola della lepre.

[parla Ismail] Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o col falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani.
Mi parve di capire dove voleva arrivare, e cercai di seppellirlo sotto l’autorità di un testo famoso. Il Consigliere ne pretendeva la conoscenza a menadito da parte di ogni sottoposto.
– Machiavelli ha scritto che bisogna guardare il fine, non i mezzi.
– Sì, anche Yossef me lo ha ripetuto spesso –. Chiuse gli occhi e si sistemò sul fianco. – Con gli anni, ho invece imparato che i mezzi cambiano il fine.
Mi augurò un buon riposo.
[pg. 228]

In queste poche righe la vita intera di Manoel Cardoso, l’uomo della vita pratica, viene smontata. Avrai anche ottenuto poteri ed onori, libertà e diritti, ma lo hai fatto con mezzi non idonei, gli dice Ismail, ottenendo così “una libertà da cani”. Cardoso non comprende. Impiegherà il resto della sua vita a meditare su questa frase. Difatti, sarà solo chiuso in una fetida cella, ormai prossimo alla fine, che riuscirà, incontrando la sua nemesi, il suo mentore, a dirgli:

– Ci sono uomini che farebbero qualunque cosa per catturare una lepre. […]
– Uomini come voi, – continuo. – Come me un tempo.
Ora credete di avere avuto successo, e non vi accorgete di stringere in mano una carcassa spolpata dagli stessi cani che avete sguinzagliato –.
Lo guardo negli occhi per l’ultima volta.
– Tenetevi stretto questo cencio. Perché è tutto ciò che vi resta.
[pg. 402]

Cardoso l’uomo, Cardoso la lepre in eterna fuga, Cardoso il giudeo, anch’esso in eterna fuga, Cardoso pedina di un gioco molto più vasto di lui, ma che infine comprende.
Non ho potuto non pensare alla stella di David che sventolava sulle case del ghetto di Varsavia, durante la rivolta del ’44, mentre la Wermacht bombardava indiscriminatamente uomini donne e bambini. In quelle bandiere si poteva scrivere il sogno di Giuseppe, il sogno di un popolo che – fin dalla notte dei tempi – sa di avere Dio dalla sua parte, comunque.

Wu Ming riprende ed affronta il tema della visione profetica nella sezione più densa del testo, l’Interludio [pg. 289- 298]. Non lo trascrivo integralmente e ne rimando alla lettura, è però determinante affrontare alcuni elementi.

All’inizio del brano Ismail cade in delirio. Non è la prima volta: gli era già capitato. La febbre – ovvero la capacità divinatoria, il dono / condanna, era stato la causa del suo ritardo a Tiberiade, dove Beatrice / Gracia lo attendeva inutilmente. Beatrice muore, senza poterlo rivedere, ed Ismail cerca di inseguire la visione della sua amata scomparsa. Ancora una volta, come uno sciamano, viene colpito dalla febbre, che è comunque elemento classico di molti ambiti divinatori. Il febbricitante, colui che è colto dal delirio, è in grado di vedere il futuro, gode del dono della visione. E Ismail ha una sequenza di visioni, inserite in un ordine ben preciso, con un canone rigoroso.
La prima visione riguarda un luogo, Elim, che è doppiamente importante, prima di tutto perché è il posto dove Ismail era già stato colto da questa febbre, e che gli impedisce di arrivare a Tiberiade, inoltre è il luogo dove gli Israeliti, stremati dalla traversata del Sinai, vengono donati da Dio della manna dal cielo. La discesa della manna è chiaramente un segno della solidità e della permanenza del patto tra El Israel e il suo Dio, così come la febbre divinatoria di Ismail segna l’inizio di un dramma,
quello di Yossif Nasi, affidatole da Gracia, che oggi, ancora in un ambito divinatorio, si va a concludere. Tutto inizia e finisce nel sogno, tutto è visione. Tutto cresce solo sotto il volere di Dio, che ci dona la manna, e ci permette di continuare a sognare, e vivere.
Ismail ripercorre in un percorso quasi cinematografico come dei flashback della sua esistenza, immortalando elementi altamente simbolici:

*** la decapitazione di un eretico;

*** la morte stessa di Beatrice (rappresentazione di un intensa drammaticità: vanitas vanitas, come nell’Ecclesiaste Wu Ming mostra l’impermanere dei sentimenti, anche dei più profondi: l’amata di Ismail ritorna cenere e terra, in un samsara ineluttabile);

*** la stamperia, ed anche qui è necessario sottolineare un rimando: la grande biblioteca di Yossif Nasi, che da ai libri un valore immenso, stretto però tra religioni che in più di un occasione hanno distrutto biblioteche intere, ritenendo necessario un libro solo (Corano, Bibbia, o Vangelo che sia). I libri sono la parola del mondo – ci dice la visione di Ismail – non la parola di Dio, che invece ci perviene attraverso altri canali, come la manna;

*** la battaglia di Frankehausen, dove l’esercito di ultimi raccolto da Muntzer e dagli anabattisti viene annientato in un bagno di sangue, in una gloriosa allegoria di morte.

Eppure, nonostante una tale drammatica sequenza di visioni (o di ricordi, se si vuole, ma trasformati in allegoria), Ismail alla fine della battaglia sogna un arcobaleno, che come la manna, ancora una volta, dopo il diluvio, è la riconferma del patto. Il patto tra il popolo e Dio, il patto tra Ismail ed il mondo, il patto tra noi e la vita, il patto tra un uomo ed una donna.
Io vivo: ho sete.
La manna ci disseta, ed un arcobaleno ci unisce.

Dopo questo paragrafo totalmente divinatorio e profetico, Wu Ming conclude la narrazione nella terza ed ultima parte del romanzo. I giochi si compiono, i fili si tendono e alcuni si rompono. Il sogno si sgretola: Cipro non sarà mai il Regno in terra, la Terra Promessa realizzata, ed ognuno dei personaggi di questa epopea chiude in modo più o meno definitivo un ciclo nella sua vita.
Solo Ismail rimane a guardia del sogno, pur non dimenticando mai le sue pistole, continua la visione, che si traslittera totalmente nella realtà, quasi in un miraggio.

Cinque sagome procedono allineate in groppa ai dromedari. In testa alla piccola carovana c’è una giovane donna, che la conduce verso le prime case. La seguono un arabo con una lunga scimitarra e un ragazzo dal volto glabro, quasi infantile. Aggrappato alla sua schiena c’è un bambino, gli occhi grandi e curiosi. Il vecchio chiude la fila. C’è un movimento in mezzo all’abitato, una torma di bambini esce da chissà dove e attornia i viandanti con schiamazzi e risate. Escono le donne e gli uomini, persino i più anziani. Quando il vecchio scende dalla cavalcatura, tutti si stringono intorno a lui, ringraziando Dio, Colui che riunisce, di averlo ricondotto a casa. [pg. 410]

Questa visione è l’immagine ultima che ci manda Yossif Nasi. Una visione che appare di riunificazione. Dopo la grande divisione, la guerra, dopo la morte, la febbre e la caduta, grazie alla manna ed all’arcobaleno, ovvero grazie alla ricostituzione del patto, tutto si ricongiunge, e gli uomini tornano a casa. Tutto ciò è sicuramente presente, e Wu Ming lo rivendica. Ma in realtà va molto oltre. Ulisse torna a casa, non Achille: esiste un valore dell’abitare, del vivere insieme che è costante non solo in Altai ma nell’intera opera di Wu Ming. E’ un qualcosa che è molto legato al senso dell’amicizia, e che certamente si lega anche al processo di dissoluzione dell’identità. Noi esistiamo solo insieme agli altri: da soli siamo morti. Manoel Cardoso ne è la controprova più trasparente, non essendo stato capace di vivere l’amore di Dana. Il piccolo greco di Famagosta è vivo solo perché qualcuno lo ha amato, e questo amore si rispecchia e si riconosce nella libertà del falco, l’ Altai, mosaico di un tassello naturale, dove ognuno si dissolve e tutti si riconoscono. Ringraziando Dio.

Pubblicata sul Blog di Altai

 

Madre Ganga scorreva ai miei piedi, davanti ai gath di Benares. Sono arrivato qui solo da pochi giorni. Mi chiamo Mowgli, e vivo in un piccolo villaggio del Bengala, molto lontano da qui. Ho impiegato più di due mesi, a piedi, per arrivare qui, a Benares. Ormai sono vecchio, e camminare è faticoso.
Ho lasciato il mio villaggio, mia moglie ed i miei figli per raggiungere questa città. Ho seguito l’istinto, come un faro nella nebbia.
Sorrido all’idea di un viaggio iniziatico, sono un uomo semplice, forse si tratta solo di dare tempo al tempo, e di aspettare che tutto maturi.
Benares è intatta, un grande mercato dove gli uomini si incontrano e si mostrano.
Un posto fuori dal tempo, dove Madre Ganga veglia sui suoi abitanti.
Guardo l’acqua che scorre ai miei piedi, e sento nel cuore la stretta di una lontana nostalgia. Rivivo i momenti della mia seconda nascita, quella come cucciolo d’uomo, quando ho abbandonato la foresta per raggiungere il villaggio degli uomini, e una nuova vita.
Fin dall’inizio – ricordo, nei primi giorni, spaesato e ignaro – colsi il lato più importante dela loro vita: lo scorrere del tempo. Nella foresta – come qui a Benares – non esiste. Tutto è fermo.
Bagheera, Baloo, Kaa, Raksha, mia madre di tana, la stessa Shere Khan, non conoscono quest’oggetto degli uomini, e nella loro vita di tutti i giorni non hanno ambizioni, desideri, progetti. Loro sanno qual’è il loro posto, ed il posto giusto di ogni cosa, perchè questo è l’ordine di Madre Ganga. Così, qui a Benares, ogni cosa è – a suo modo – eterna.
Penso a mio padre, il lupo, a come ha dedicato ogni stilla delle sue energie a proteggermi. Eppure, anche se sopraffatto dal dolore, quando il clan ha deciso che dovevo raggiungere il villaggio degli uomini ha accettato senza esitazioni.
Anche Bagheera non si è mai voltato indietro.
Solo Baloo, l’umano della foresta, l’orso che ogni cucciolo d’uomo tiene con se la notte, anima affine, solo lui non voleva lasciarmi, sentiva la mia mancanza, non accettava la rinuncia, la separazione.
Ancor’oggi nella foresta ci incontriamo, ci abbracciamo ed andiamo insieme a caccia di scimmie, come quella volta.
Cammino lungo i gath, ed anche qui, nell’immobilità di Benares, il tempo semina i segni della sua presenza, tra bambini che corrono e vecchi che compiono le sacre abluzioni nel fiume.
Nel villaggio quindi ho scoperto il tempo, e prima di tutto ho imparato che chi semina raccoglie, e poi ho imparato anche che se semini nel posto sbagliato e nella stagione sbagliata non raccogli nulla. Ho capito perciò che devi imparare, e ascoltare, e soprattutto cambiare: sempre, tutti i giorni.
Ho scoperto che tutte le persone sono diverse.
Non solo: ho scoperto che ogni persona è ogni giorno diversa, in modi imprevedibili e non sempre piacevoli.
Ho scoperto anche che gli uomini costruiscono, ed i grandi templi che si specchiano qui, nelle acque di Madre Ganga, me lo ricordano. Gli uomini costruiscono per il domani: ovvero inventano il futuro. Ed è per questo che sono sempre diversi.
Ricordo i miei figli bambini. Ricordo come erano sensibili ad ogni piccola attenzione, o alla sua mancanza. In quei momenti ho visto le cose davvero importanti: quelle per cui è valsa la pena lasciare la foresta.
Altrimenti, perchè stare nel tempo?
Lo senti, che cè qualcuno per cui ciò che fai, ciò che dici e ciò che sei sono qualcosa di veramente importante, senza esitazione alcuna, senza riflettere.
Gli uomini infatti non inventano solo oggetti, non progettano solo il lavoro, soprattutto inventano le vita, e si aiutano, l’uno con l’altro, e costruiscono, con quel mattone che si chiama amore, e quella calce che si chiama attenzione.
Nessuno sa quanto queste costruzioni posono essere solide: a volte resistono al più forte dei monsoni, altre scompaiono con il primo venticello primaverile.
Madre Ganga sorride bonaria, un po sorniona, su questi miei pensieri, come se mi prendesse un pò in giro.
Nel mentre, il mio piede scosta la cenere ancora calda di una pira funeraria. Ormai sto invecchiando anch’io, e forse in realtà sono venuto qui perchè Madre Ganga mi vuole con se. Qui, nel posto più simile a quella foresta dove sono nato, che Benares è la foresta degli uomini.
Il fumo delle pire mi avvolge, mentre mi allontano dai gath, e penso che – sperando che Madre Ganga sia d’accordo – ho intenzione di restare ancora a lungo in questa terra faticosa ma fertile.
I miei figli ormai sono grandi, ma sento in me una grande energia, e l’immagine di mia moglie poco più che bambina, mentre raccoglie l’acqua al fiume, riscalda ancora in me il desiderio.
Ecco, questa è la vita: la foresta, il fiume ed il villaggio. Non serve nulla di più.
Ma ecco che al’improvviso, di fronte a me, un sadhu si innalza in piedi, preso dal sacro vervore di una discussione su – non ricordo nemmeno più – qualche disputa teologica con un gruppo di brahamini, altrettanto agguerriti.
Li guardo, mentre si infervorano nel dibattito, ciechi e sordi, ed altrettanto d’improvviso mi viene solo da ridere, di cuore, vedendoli nel mio animo come una ciurma di scimmie urlatrici della foresta !
Madre Ganga ride con me, e così continuiamo il nostro dialogo sugli uomini ed il mondo, mentre, lentamente, camminiamo affiancati, in questo tramonto da favola sui gath di Benares.

Laura Liberale è alla sua prima opera come narratrice di prosa. Il titolo è “Tanatoparty” (Meridiano Zero, 2009), ed è un modo linguisticamente moderno per riferirsi alla Toden Tanz, la Danse Macabre che spesso ritroviamo negli affreschi delle chiese medioevali. Ne ricordo una particolarmente spettacolare nell’Oratorio dei Disciplini, a Clusone , un borgo della bergamasca, dove ad una Danza Macabra si contrappone un Trionfo della Morte. Forse però – più prosaicamente – molti lettori ricorderanno il rifacimento di una danza medioevale compiuto da un italico menestrello.

Ma tant’è, per tornare al romanzo ed a Laura Liberale, ciò che accade – a voler ben vedere – è affine all’antico esorcismo medioevale del ‘ballo con la morte’, della partita con la morte così ben immaginata da Bergman, ma traslitterato nelle attuali opere di trasformazione dell’evento morte.
Di fronte allo sviluppo dell’industria mortuaria e del marketing sul post-mortem, non possiamo forse ancora parlare di reificazione del cadavere, ma certamente si può parlare di mercificazione, che è comunque una forma di alienazione della morte dal vissuto. Ogni forma di approccio al cadavere che non lo colga in quanto tale, altro non è che un modo per allontanare da noi questo calice, per trasformare il corpo amato in un oggetto come tanti, anzi, nell’oggetto per definizione.

La prima osservazione, espressamente grafica e visiva, che si compie aprendo il libro, riguarda delle frasi che – letteralmente – incorniciano ogni pagina del volume. Questa cornice definisce un limite (ancora una volta), un margine apparentemente insuperabile, una linea che contiene il testo. Queste frasi sono tutti estratti dal Bardo Todol, il Libro Tibetano dei Morti. Perché Laura Liberale fa questo? Cosa significa incorniciare (delimitare) il testo, ovvero la parola, con una serie di mantra estratti da un testo ancora per molti versi misterioso, ma che certamente ha la sua ragion d’essere nella mortalità stessa degli uomini? Io amo interpretare questa operazione come il disegno di una sorta di pentacolo, che dovrebbe delimitare un’area sacra, protetta, dove si deve svolgere un rito. E rito è proprio la narrazione, in specifico la narrazione della morte, il testo che evoca i morti.

Nella tradizione tibetano – nepalese è consuetudine anteporre all’ingresso delle case, o dei tempi, maschere di mostri orrendi, al fine di terrorizzare gli eventuali demoni che cercassero di invadere l’edificio. In fondo la stessa funzione di un amuleto portato al collo. Si tratta quindi di delimitare uno spazio che isoli il demone dal mondo, oppure di isolare uno spazio di sicurezza: la casa, il corpo, dove si abita. La stessa funzione, nella cultura tradizionale dei nativi americani di stampo sciamanico, è incarnata in quegli oggetti noti come dream catcher. Questi devono catturare i sogni ‘positivi’ ed allontanare gli incubi. Infatti l’amuleto viene posizionato sulla culla dei bambini o all’ingresso delle stanze. Si tratta sempre quindi di circoscrivere degli spazi di sicurezza per il bambino, o per la comunità. Infine ricordiamo quello che è l’icona per eccellenza nella storia della magia in occidente, il già citato pentacolo, spesso circoscritto da un cerchio, che ancora una volta delimita uno spazio di sicurezza, in cui il negromante può operare incolume alle forze da lui stesso generate.

L’operazione con i mantra del testo tibetano è analoga: bisogna costruire un reticolo magico che delimiti il racconto, ed impedisca ai morti di invadere il nostro mondo. Questo perché tutto il testo di Laura Liberale altro non è che un opera di negromanzia, al fine di ritrovare quel senso della morte e di ciò che le segue oggi perduto. Da un punto di vista alchemico siamo certamente nella nigredo, la putrefazione e la decomposizione sono gli elementi cruciali del sulfureo sortilegio. Albedo e Rubedo verranno, forse in prossimi libri, ma già certamente annunciano qui la loro epifania.
La delimitazione del testo tramite recitazione di formule magiche serve quindi ad impedire ai morti di sorgere dalla materia inerte, per riprendersi un ruolo perduto.
In cosa consiste questa loro tensione? morti vogliono essere vissuti per quello che sono: ovvero come passato, memoria, dolore. La grande stregoneria del nostro tempo, il capitale, ovvero l’esorcismo più potente che si sia mai osato pronunciare, li ha inesorabilmente allontanati da ciò, per renderli pura merce, oggetti dello scambio materiale, vilmente ridotti a transazioni finanziarie, dalle pratiche di successione ai futures sui loculi.
I corpi dei morti sono sempre meno morti, ma non potranno comunque mai più appartenere a vivi, e così rimangono limbici, colpiti da dolorose, strazianti torture, frutti di esperimenti impossibili di tanatometamorfosi.

Tanatoparty” concentra perciò il suo sguardo sulle pratiche cosidette ‘post – mortem’, ovvero su quell’arte chiamata Tanatoprassi. A partire dalla pratica egiziana della mummificazione fino agli odierni deliri hollywoodiani, quali l’invio delle ceneri sulla luna, la compressione delle stesse fino ad ottenere zirconi artificiali, la cementificazione per partecipare alla ricostruzione delle barriere coralline, il corpo è stato espropriato della sua mortalità, e negromanticamente obbligato a ripresentarsi come se fosse vivo. Zombie dotati di maquillage e silicone, attraverso tutte le tecniche della ricostruzione, questi sono i morti che Laura Liberale ci descrive nei dettagli e con profonda conoscenza delle tecniche sopraddette, soprattutto nel caso del post traumatico.


Truccati e ricomposti, scuoiati ed esposti al pubblico adorante dei parenti addolorati, i corpi dei defunti sono avvicinabili ai corpi trattati con la tecnica detta ‘plastinazione’, ideata da Ghunter von Hagens, dove sono sottoposti alle più sofisticate tecniche di conservazione.

Poveri morti che non hanno il diritto di restare tali, poiché noi non siamo in grado di comprendere il loro (non) essere. Marina Abramovic, Stelarc ed i molti artisti corporei presenti sulla scena oggi, ci mostrano da tempo la sofferenza di questo corpo, privato del suo stesso destino, della sua morte.

Laura Liberale, negromante e fattucchiera, ha una scrittura estremamente evocativa, contenuta – come si è detto – dalla magia del mantra tibetano, che oggettivizza la necessaria distanza. I morti hanno un loro mondo,in cui hanno il diritto ed il dovere di permanere, un Ade in cui noi viventi non siamo ammessi, salvo rarissimi casi che perciò sono ricordati nella vera storia del mond
o.
Oggi il mondo dissacrato richiama i poveri corpi, per renderli testimoni del potere della tecnica.
Laura Liberale cinge di formule magiche tibetane il suo libro, facendo così in modo che le cose ritornino nel loro alveo, e che i morti siano raccontati così, solamente per ciò che in realtà sono: dei morti, un passato che non è più. E’ doloroso, ma glielo dobbiamo: vanno salutati, e lasciati andare, per sempre.

Questa nota è parzialmente riprodotta su “Il recensore”.

Dopo la scomparsa di Tiziano Terzani, Ettore Mo probabilmente è rimasto l’ultimo rappresentante di un giornalismo sul campo che vede il suo simbolo nella figura dell’inviato speciale, o del reporter.
La sua biografia è nota: dopo un adolescenza burrasacosa e vagabonda, approda alla redazione londinese del “Corriere della sera” dove fu assunto nel 1962.
Nel 1979, all’età di quarantasette anni, dopo aver lavorato come critico musicale e sportivo per quindici anni, fu inviato nell’Iran della rivoluzione Khomenista e – poco dopo – nell’Afghanistan dell’invasione sovietica.
Dopo di che per vent’anni è stato un inviato speciale ed ha avuto il privilegio di essere testimone di molte tra le guerre e le tragedie che hanno funestato il tramonto del secolo scorso.
Nella prefazione al suo ultimo volume, “Lontani da qui. Storie di ordinario dolore dalla periferia del mondo”, edito da Rizzoli, come quasi tutti i suoi titoli, Ettore Mo ci racconta anche di questo suo primo viaggio in Afghanistan. In quel viaggio nacque un affetto particolare, tra il giornalista e quel paese. Predilezione che lo portò a ritornarci parecchie volte, a renderlo argomento di almeno tre libri, e a diventare un amico personale del comandante Amhad Sha Massoud,il leone del Panshir ed eroe della resistenza anti sovietica.

Assassinato probabilmente da Al-Qaeda il giorno antecedente all’attacco delle Twin Towers, la sua scomparsa ha lasciato un vuoto carismatico che nessuno degli altri leader regionali è riuscito a riempire.
Oggi Ettore Mo è un giornalista pluripremiato, con una numerosa bibliografia, anche se è principalmente formata dalle raccolte dei suoi articoli, più che da opere inedite. Quest’ultimo testo non si differenzia, e racconta di dieci paesi sparsi per il mondo, corrispondenti a dieci guerre, a dieci dolori.
La lettura scorre per la piacevolezza della prosa dell’autore, anche se spesso il coinvolgimento è tale che bisogna fermarsi, prima di procedere, per accettare la dura realtà di quanto il mondo possa essere crudele. Dalle favelas di Caracas alla paura di Kabul, dal dramma innominabile della Liberia fino alla nube de La Oroya, cittadina avvolta da un’apocalittica polvere di piombo, zinco, zolfo e arsenico emessa dalla “fonderia della morte”, questi sono i piccoli grandi orrori che Ettore Mo ci racconta da trent’anni, da quel lontano 1979, in cui è arrivato a Kabul.
Ma la parte che per noi oggi assume il maggior rilievo, il sassolino che Ettore Mo si è voluto togliere, invecchiando in quest’Italia meschina, lo si trova nella conclusione.
Qui il vecchio leone, che ha visto il dolore e la morte intorno a se, ci ricorda che in questa sofferenza si trova il perché di questo mondo perduto che in realtà non è ‘lontano da qui’, ma bussa alle nostre porte. A Lampedusa, in Sardegna, in Spagna, in Sicilia, ovunque possa attraccare un barcone, una zattera carica di profughi.
Quasi in un simbolico passaggio di consegne Ettore Mo cita “Bilal” il reportage di Fabrizio Gatti, giornalista che si è travestito da immigrato ed è entrato clandestinamente in Italia, partendo dal Niger ed attraverso la Libia. Come il vecchio reporter entrava in Afghanistan clandestinamente, di notte, per sfuggire ai sovietici prima, ed ai taliban poi.
L’unica strada per concludere dignitosamente questo triste percorso, sembra dirci Ettore Mo, non può essere altro che nella poesia, e, proprio nelle ultime righe, ricorda dei versi di Ada Merini, ma subito dopo è costretto ad ammetterer che la poesia stessa è solo sogno, illusione, “e così migliaia di uomini sono colati a picco, in fondo al mare”.

Una versione leggermente diversa di questo post è stata pubblicata su Il recensore.