Chakra

27/09/2010

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Aum namah Shivaia

02/09/2010

La Piazza

08/06/2010


Djemm-el-Fnaa è come un vulcano, sgorga, come un rutto ctonio, direttamente dal sottosuolo, con una potenza orgonica. La terra stessa, al ritmo incessante dei tamburi, si incarna nella piazza, nei ballerini, negli incantatori di serpenti, negli speziai, nei giocolieri. La piazza è viva, la sua materia vibra, e si tende, come un muscolo, pulsa, come un organo. Gli umani che la percorrono sono come dei simbionti, ci vivono per la luce riflessa. La piazza è un animale notturno. Durante il giorno permane vicino allo stato di semi veglia, come i leoni nella savana, quando il caldo è troppo afoso, e attendono la sera in silenzio. E’ dopo il tramonto che si esprime in tutta la sua potenza e ti getta in un arcaico ritmo, travolge ogni resistenza, ogni pudore. In preda ad una frenesia irrefrenabile la attraversi di continuo, entrando ed uscendo dal suq, insieme ad altre migliaia di persone.

Eppure, per me, la forza espressa da questa piazza rimane qualcosa di estraneo, lontano. E’ molto più simile ad un evento naturale, piuttosto che della storia umana. E’ una grande bocca nera, una voragine africana da cui entrano ed escono nugoli di persone, come da una grotta oscura. Di tutto il Marocco è senza ombra di dubbio il luogo più arcaico, ancora oggi. Terminale delle carovaniere del deserto, che per secoli e secoli hanno traghettato nugoli di schiavi, dalle grandi savane alle coste del mediterraneo. Il continuo suono dei tamburi mi accompagna mentre annoto queste riflessioni sulla terrazza di una casa, da cui si vede parte della piazza. Ho dormito qui, ed il tubare dei piccioni mi ha svegliato presto, alle prime luci dell’alba. La città dorme ancora.

settembre, Marrakesh

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Reiki

15/04/2010

Comprendere “Avatar” richiede una procedura molto semplice, non serve conoscere la semiotica o la teoria del montaggio, nemmeno la psicologia o la xenobiologia. E sufficiente andare al cinema con un bambino, guardare i suoi occhi che brillano felici e la bocca spalancata dallo stupore, ascoltare le risate, e gli applausi del pubblico alla fine. Nella reazione estasiata del pubblico, nelle tre ore che volano in un attimo senza nemmeno un minuto di noia, nelle mani che si stringono per l’emozione: così si spiega “Avatar”, ed è tutto ciò che va detto.
Avatar” è una meravigliosa macchina generatrice di immaginario, portatrice di valori universali in cui ogni uomo in quanto tale si riconosce da sempre, e tutto ciò non viene in alcuna misura scalfito dal business hollywoodiano che lo ha prodotto. James Cameron ha prodotto un’opera che non ha nulla da invidiare alle più belle avventure della storia della letteratura: da “Il richiamo della foresta” a “Star Wars” passando per “E.T.” e “Le tigri di Mompracen”. Perfettamente in linea con l’amico Steven Spielberg, Cameron fa sua la dottrina per cui sono ‘i bambini a salvare il mondo’ che il regista di Indiana Jones ha da sempre come motto.
Portatori dell’innocenza qui sono gli abitanti di Pandora (il nome stesso svela il suo significato: il paradiso perduto, dove si custodiscono il bene ed il male) eletti a minoranza etnica per eccellenza: pellirosse, maori, africani, esquimesi. Tutto il mondo oppresso e sfruttato s’identifica nei Na’vi, e appoggia la sua folle lotta di liberazione. Tutto è radicalizzato: la rivolta è totalmente senza speranza, frecce contro missili, eppure – nonostante la lunga suspance che Cameron ci regala – è evidente che lo scontro stesso non ha luogo, e che la battaglia prosegue solo finché la natura stessa (Eywa) lo permette. Costruita intorno all’ufficiale che guida la carica con gli elicotteri in “Apocalipse now” la figura del Col. Quaritch non possiede – volutamente – alcuno spessore umano. E’ solamente un nemico, che si può solo desiderare di abbattere (“Speravo che lo dicessi” gli risponde Jake Sully quando lui si rifiuta di arrendersi).
Avatar” è la rivincita di Wounded Knee, è la liberazione di Saigon, è il 25 aprile, è la”Chanson de Roland”, Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, il Cid Campeador, ed è anche il Tarzan di Edgar Rice Burroughs, è John Carter di Marte, e Tolkien. E’ tutto ciò che nella nostra letteratura ha rappresentato l’epica e la gloria. I Na’vi sono degli eroi: e ogni bambino che guarda il film lo sa dal primo istante, senza alcun dubbio o esitazione, come lo sapevamo tutti noi, quando da cuccioli leggevamo Mowgli, o Zanna Bianca.
Cameron pur senza fare nulla per distinguersi dalla cinematografia dettata dalle case di produzione, ha la capacità unica di toccare corde antiche, di parlare con il bambino che sta in ognuno di noi, e di farsi ascoltare, come un vecchio cantastorie.
Dettagli di questo affresco: una gigantesca Sigurney Weawer, sempre più “Alien” Ripley, ed un eccellente Sam Worthington, che vive la sua paraplegia con una maestria eccellente. La scelta di tracciare un confine così netto tra onirico e reale (o meglio tra reale e virtuale), confine stabilito dalla presenza assenza degli arti, è una decisione molto significativa, proprio in vista della riappropriazione del se e del proprio passato che il marine compie. Jake Sully è un fallito senza speranza all’inizio del film, un eroe salvatore di mondi alla fine: questa si chiama emancipazione. Analoga considerazione si deve fare a proposito della dott.ssa Grace Augustin, che ritrova se stessa ed il valore del suo lavoro insieme a Jake. Oppure per il soldato Trudi Chacon (Michelle Rodriguez), che decide di non essere più un assassino e di vivere per una causa. Tutti i personaggi di “Avatar” compiono una ricerca: e infine è nell’appartenenza a una comunità (il popolo, gli Omaticaya) che ritrovano se stessi, il loro ruolo, il posto che gli compete nell’economia delle cose.
Così come in una società a connessione totale, come nelle formiche, o nella rete, grazie a questo gigantesco dispositivo di interfaccia che è il pianeta vivente, ovvero la vita stessa, tutti gli esseri convivono in questo incontro, sulla base del principio espresso nel vedanta dell’unicità di brahman-atman, ovvero del principio universale e dell’anima individuale, incarnato nel mantra “Tat twam asi”, ovvero “tu sei questo”.
Vertice poetico di questo percorso mistico, per il ricongiungimento con l’uno, è il personale calvario di Jake, che ritrova il proprio corpo scisso, da un lato in un corpo materiale, paraplegico, e dall’altro in uno’spirituale’, un incarnazione, assolutamente perfetto. Lo scopo è ritrovare l’unità, e per questo, come sul Calvario e nella via crucis, qualcuno deve soffrire e morire.
Questo porta infine all’avatar, all’incarnazione, che è il ricongiungimento con il popolo, con l’unità originaria del pianeta vivente.
Avventura e spiritualità, action e mistica si fondono dunque nel meraviglioso giocattolo di James Cameron, per la gioia di adulti e bambini, che – per una volta – escono insieme felici dal cinema.

Il link della sceneggiatura originale

Il sito ufficiale del film

Pubblicata su Alibi

Bad Boy

17/06/2009

Pochi giorni or sono, per i tipi della Panini Comics, storica casa editrice del fumetto italiano, è stato pubblicato Bad Boy, testo di Frank Miller e disegni di Simon Bisley. Chiariamo subito un punto: non è una novità, è un testo del 1987, che quindi ha più di vent’anni. In origine è uscito come strip sulla rivista GQ. In seguito, dieci anni dopo, nel 1997, fu pubblicato in volume per i tipi della ONI press, ed oggi – finalmente – vede la luce anche in Italia.
Probabilmente avrete difficoltà ad avere il volume tra le mani, visto che la tiratura è andata esaurita in prenotazione, ma se ci siete riusciti ammiratela in ogni pagina, perché è davvero un gioiello (18X28, 48 pp.) ed i 9 € del prezzo li vale senza alcun dubbio.
La scrittura della storia si situa in un periodo in cui Miller è già il maestro indiscusso del fumetto internazionale, e da un punto di vista contestuale è molto vicino a Give me Liberty, Hard Boiled e ad alcune parti di Sin City. La short story racconta la vita di Jason, un ragazzino che, attraverso brandelli di percezioni giunti alla coscienza da un fondo dimenticato, ed una paranoica (dickiana?) sensazione di debolezza nella realtà percepita, arriva a strappare il velo, ed a scoprire che il mondo in cui lo costringevano a vivere altro non è che una rappresentazione eseguita a suo uso e consumo. Dopo Matrix, ci potrebbe sembrare un tema fin troppo sfruttato, ma la capacità evocativa di Miller non ha nulla a che vedere con gli equilibrismi informatici e ontologici dei fratellini di Zion. Bad boy è una storia estremamente semplice e lineare: è la storia di una fuga, è la storia mai interrotta della ricerca della promised land, la terra delle origini perdute, del luogo in cui tutto ha avuto inizio. E’ una storia antica. Jason, tenace, ostinato, caparbio, continua a replicare il suo vissuto, cercando una via di fuga dall’orrore dell’esistenza. Di un’esistenza che tanto assomiglia alla nostra quotidiana follia. Un mondo piccolo borghese fatto di sentimentalismi da soap opera e di impiegati frustrati. Jason cerca il senso, cerca il valore, e lo cerca a qualsiasi costo, a costo di morire, a costo di abbandonare anche Rachel, che non ha la sua tenacia. Come i piccoli personaggi dei film di Steven Spielberg, anche i bambini di Miller sono cresciuti nello spirito, ma con la forza interiore data dalla mancanza di pregiudizi e di paure.
Come il piccolo amico umano di ET, come David, il robot troppo umano di AI, la bambina in rosso di Schindler List, e così Martha di Give me Liberty, e oggi anche Jason in Bad Boy, sono i bambini che ci possono salvare, che vedono il cammino da seguire, così com’è, limpido e lineare.
Novello pollicino dell’etica, Jason segue la via, come un samurai, come un Ronin, come un pipistrello che ascolta gli ultrasuoni, e cerca la via di casa, verso le origini, verso la tana.

Pubblicato su Il recensore.com

Alberi

05/06/2009

Ce ne sono alcuni che hanno visto le armate romane percorrere le valli di tutta l’Europa, come il bimillenario olivo di Canneto (Rieti), altri che hanno incrociato Carlo Magno, come il rovere che vive su un altopiano della Val Menaggio, tra il lago di Como e quello di Lugano, oppure regalato ombra ai pellegrini, come il cinquecentenario tiglio di San’Orso, ad Aosta, ed altri ancora hanno offerto legno alle flotte della Serenissima Repubblica di Venezia, mentre i Fratelli Grimm lavoravano come taglialegna sulle dolomiti, e scrivevano Biancaneve. Hanno ascoltato San Francesco, visto Napoleone (il platano di Marengo, piantato in occasione della battaglia) o protetto Garibaldi, come il cipresso di Dovadola, dove l’eroe si rifugiò per fuggire alle truppe pontificie. Testimoni della storia, quindi, e non solo. Parliamo degli alberi. Ma non dei cespugli, o delle brughiere, magari delle pioppaie che ornano i rii della padana pianura … parliamo dei boschi, degli Alberi, maiuscoli, che per centinaia di anni, a volte millenni hanno definito i contorni del nostro paesaggio, e che oggi, sempre più spesso, vengono a mancare. Pietro Citati, in un bell’articolo su Repubblica, pochi mesi or sono, racconta di un giardino in Toscana dove “c’erano file di pini, cipressi, macrocarpe, olmi, pioppi, lecci, tigli, magnolie, cedri del libano, cedri atlantici, querce rosse, mimose, acacie americane: color verde cupo, verde argenteo, verde squillante, verde tenero, verde luminoso.” Per Citati quegli alberi – oggi mancanti – sono il segno di un mondo contadino che non esiste più. In verità non è solo un certo mondo contadino che non esiste più, ma è proprio il suo aspetto più arcaico che è scomparso, quello legato ai valori della natura, agli animali, ed agli alberi. La scomparsa del bosco in quanto antro oscuro, della foresta come luogo in cui si perdono Hansel e Gretel, delle montagne viste come luoghi dove si aggirano orsi e lupi, è l’altro lato dello specchio attraverso cui è passata la società contadina, che, urbanizzandosi, ha perso la memoria del tempo antico. Carlo Sgorlon, scrittore friulano, racconta nei suoi libri la scomparsa degli antichi dei, e – come Mauro Corona – ci rivela la violenza intrinseca a quel mondo di uomini selvaggi e malattie incurabili. Citati racconta di un mondo che “era tragico, chiuso, concentratissimo: vi si raccoglieva un’intollerabile violenza di affetti, uno spaventoso senso del possesso, un odio verso tutto ciò che era straniero. Non c’era mai un attimo di distensione. Pareva che un albero che non portasse un beneficio immediato, un cane o un gatto che si aggirassero liberamente nel giardino o nell’aia, fossero nemici da abbattere ad ogni costo”. Eppure i boschi, ed in particolare gli alberi oggi sono il grande fantasma della nostra civiltà, così come lo è la civiltà contadina. La nostra cultura contadina ha le sue radici antropologiche nell’alto medioevo, un’era di estrema violenza, ma dal connotato simbolico estremamente forte. Ognuno aveva il suo ruolo nella struttura sociale, non poteva esistere un problema identitario, pena la morte. Nessuno poteva mancare al compito assegnatogli dalla forma generale del mondo, ovvero dalla Teologia. A partire dal piccolo insetto, fino al Papa ed all’Imperatore, ognuno doveva rispettare il proprio compito, ed in quel modo permetteva il perpetuarsi della società stessa, oltre a far si che ognuno si potesse ritrovare nella sua condizione di nascita. Il bosco, la foresta, hanno sempre rappresentato il lato oscuro dell’identità medioevale, la natura incontrollabile, il luogo dove le regole degli uomini non valgono, bensì quelle di Dio, come dimostra San Francesco. Ed in quanto lato oscuro la foresta, l’orso, il lupo, e l’albero, hanno un proprio specifico valore simbolico da rispettare. Gli alberi sono una specie di traite d’union tra i due mondi. Per un verso formano le foreste, dando protezione all’oscuro, e dall’altro ci donano il legno, i frutti, e l’ombra lungo il cammino. Questo antico legame si è protratto per più di mille anni, ma oggi quel mondo è definitivamente scomparso. Non tanto da un punto di vista economico strutturale, quanto antropologico. I valori che lo sorreggevano sono stati abbattuti, insieme agli alberi. La secolarizzazione si è compiuta con la scomparsa delle foreste. Oggi molte encomiabili associazioni si preoccupano di salvare gli alberi superstiti, di conservare i brandelli di foresta primaria sopravvissuti, la società intera sente come suo dovere conservare la memoria di questi giganti, testimoni di un mondo arcaico e perduto. Ognuno di noi, seduto all’ombra di una gigantesca quercia, avverte l’alterità della sua natura. Il lento scorrere del tempo fa dell’antico albero una specie di reperto archeologico, una stele di Rosetta del mondo che abbiamo volutamente e scientemente distrutto, che non è tanto la natura in se, quanto il nostro legame con essa. Oggi simbolo di questo legame perduto è Elzéard Bouffier, il pastore di Jean Giono, l’uomo che passò la vita a piantare querce, nel disperato tentativo di ricreare la foresta. Noi possiamo solo sperare che questo vuoto che sentiamo nell’animo, l’assenza che ci è rimasta con la scomparsa dei Grandi Alberi, porti a far nascere dieci, cento, mille Elzéard Bouffier, e che un giorno le grandi foreste ricoprano nuovamente il deserto del nostro spirito.

Pubblicato su Periodico Italiano.info