In piazza Capitaniato, a Padova, c’è un monumento. Non è un monumento equestre, di quelli dedicati ad un qualche grande condottiero o ad un capitano di ventura, di quelli che abbondavano nei tempi in cui da queste parti dominava la Serenissima Repubblica. Neppure è la statua di un principe o di un re, e nemmeno di un nobile, proprietario di palazzi e ville. Si tratta – pensate un pò – di un uomo di lettere: certo Angelo Beolco, detto Ruzante. Dario Fo, durante la cerimonia per la consegna del Premio Nobel, ne ha parlato, e così ha detto:

«Uno straordinario teatrante della mia terra, poco conosciuto… anche in Italia. Ma che è senz’altro il più grande autore di teatro che l’Europa abbia avuto nel Rinascimento prima ancora dell’avvento di Shakespeare. Sto parlando di Ruzzante Beolco, il mio più grande maestro insieme a Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia».

Ruzante qundi è posto al pari dei padri del teatro moderno, insieme a Goldoni, Moliere e Shakespeare, e scusate se è poco. Per chi fosse interessato, è possibile scaricare gratuitamente l’opera del nostro, in questo sito. Ma Dario Fo, non è l’unico a pensarla in codesta maniera, e nella Padova odierna, vi è un altro scritore che – nel suo piccolo, senza scomodare i maestri – prova a rifarsi alla grande tradizione del grottesco e della farsa.

Di lui citiamo lo pseudonimo, Heman Zed, perchè così ha deciso di farsi conoscere dai suoi lettori. Ho avuto il piacere di incontrare Heman in molte occasioni, ultima delle quali una lunga e piacevole conversazione durante i ‘Giovedì letterari’ del Ristorante Boivin
di Levico Terme. Queste serate, organizzate da Claudia Boscolo con la collaborazione del sottoscritto, hanno visto passare alcuni interessanti giovani autori italiani, tra cui appunto Heman Zed.
Su “Il recensore.com” ho pubblicato una recensione al secondo dei tre romanzi scritti da Heman Zed. La riporto qui perchè volevo partire proprio da alcuni temi qui tracciati per ritornare poi al primo ed al terzo romanzo.

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Leggendo La Zolfa (Il Maestrale, 2009), ripensavo le lunghe letture sulla storia della cultura popolare, del teatro di strada, dei cantastorie. L’antica tradizione degli affabulatori, che girando per mercati e fiere, sin dal più profondo medioevo, ha tramandato storie, leggende e tradizioni, sale lungo i tortuosi meandri della storia – rigorosamente minuscola – incrociando Rabelais e Ruzante, Goldoni e Moliere. E ancora il formaggio, i vermi, pescatori, pirati, briganti, e giunge fino a questo libello, opuscolo ambizioso, che si vanta di tanta tradizione.

Ora, che la lettura è conclusa, non posso che dire che ne ha ben donde ! Che avventura, che coraggio, che epica!L’intera narrazione ti avvolge in una suspence irresistibile, condita dalla verve comica dell’autore, per cui non ti distrai se non per i pochi istanti necessari a stappare una birra o a svolgere innominabili funzioni corporali (ma che qui paiono ovvie come in un film di Sordi).

L’autore, ignoto alieno giunto tra noi per ricordarci da dove veniamo, ci riporta in una terra antica, dove i codici d’onore sono appunto tali (a meno che non debbano essere poi infranti ogni qual volta sia conveniente farlo), dove gli uomini sono uomini e le donne… lasciamo stare. Heman Zed fa suoi gli stilemi di un mondo perduto, distrutto da telefonini, politica centralizzata, televisione, turismo intercontinentale (ma che ci vanno a fare i ragazzini di Casalpusterlengo in Thailandia al confine con il Laos?).

Nessuno guarda più le proprie scarpe. Nessuno si preoccupa più di quanto è stronzo.

L’epopea di San Pinerlo, del cavalier Pistone, del suo portinaio Sulfo IV detto lo stronzo, e degli abitanti de La Zolfa tutti, rimarrà nella storia oscura di questo paese di merda. Dimenticata da tutti gli annali della letteratura ufficiale, La Zolfa sarà ricordata come momento topico della sua storia nascosta, fatta di libri dimenticati, di eretici bruciati, di anarchici ammazzati e di poveri cristi depredati.

La Zolfa è rivolta, furto, rapina.
La Zolfa si riprende quello che era suo.
La Zolfa è avventura, epopea, sesso, amore, armi, duelli, e morte.
La Zolfa sono i sogni della gente stupida, dei vecchi ubriachi al bar, con la cirrosi e l’alzhaimer dopo una vita in fabbrica e i figli che chissà dove sono.

Heman Zed, l’alieno sceso tra noi, ci racconta le storie che gli hanno sussurrato dopo il secondo (terzo, e chi lo sa ?) bottiglione di Merlot. La storia di un killer innamorato, di una sgualdrina tutta fatta a modo suo, di una contessa …. come dire? non molto nobile? e tante altre crepe della Storia maiuscola tuttadunpezzo (e tuttattaccato, alla faccia anche della grammatica).

Non me la sento di fare il critico serio a proposito di questo libro. Non che non lo si possa fare, attenzione. Come ho detto il background del testo è immenso e un analisi testuale porterebbe alla luce i moltissimi riferimenti sottesi nel testo. Però non sarebbe corretto, La Zolfa ed i suoi eroi non se lo meritano. Non si troverebbero a loro agio, come invece in una puntata di Alan Ford ed il gruppo TNT.

Vorrei soffermarmi su un solo elemento che appare sull’orizzonte della critica, forse lontano, forse culturalmente non così diretto, ma con un’analisi dei personaggi che mi sembra estremamente simile, ed è Luis Buñuel. La distruttiva analisi della piccola borghesia che il regista attua in molti dei suoi film migliori (”Bella di Giorno“, “Diario di una Cameriera“, “Il fascino discreto della borghesia“, “L’angelo Sterminatore“, “Viridiana“) ha molto in comune con la feroce critica sociale delle convenzioni del nostro tempo che si ritrova ne La Zolfa, e i personaggi sono altrettanto stereotipati di quelli del regista. Pure maschere allucinate, zombi deliranti che sopravvivono alla fine di un tempo senza riuscire ad entrare nel futuro. Tutti Simon del deserto i personaggi de La Zolfa sono destinati a morire uno ad uno, per lasciare il passo a telefonini, televisione e viaggi di nozze in crociera, ed è ben sapendo questo, che decidono di fare la Rivoluzione, che – come si sa – “non è un pranzo di gala”.

Pubblicata su “Il recensore

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La zolfa quindi incarna in toto questo lato grottesco, farsesco e direi picaresco della vita che da Ruzzante a Dario Fo affianca la letteratura cosidetta ‘alta’, viaggiando invece tranquillamente a braccetto con tutti quei generi e sottogeneri che mai hanno goduto il rispetto di professori e dottori. Con i dovuti distinguo il cavalier Pistone è un Don Quixote del nostro tempo, che difende la sua dulcinea (un pò puttana, ma insomma …) dai giganti e dai nemici. Ma non solo La Zolfa incarna quest’ideale narrativo.

Heman Zed in tutta la sua produzione narrativa, anche se con accenti differenti, mantiene volutamente centrale il ruolo del battitore libero, dell’anarchico che però diventa – piaccia o meno – il cardine dell’intera storia. Così Tito, il giovane protagonista de La cortina di Marzapane, e così il batterista di Dreams & Drums, proprio in questi giorni in libreria. Questi personaggi – ne la Zolfa, il ruolo è di Sulfo IV, il portinaio – rappresentano il ritmo della narrazione. Quel procedere oggettivo, libero, anarchico della vita indipendentemente dalle singole volontà, e soprattutto alla faccia di tutti i potenti e di tutti coloro che non vogliono che l’amore domini in questo mondo. Penso a un cartone animato di Enzo D’Alò: Momo, dove ‘i grigi‘ rubano il tempo alle persone, costringendoli a vivere una vita frenetica e infelice, finchè non vengono tutti salvati da Momo, bimba anarchica e senza famiglia, senza genitori nè autorità. I personaggi dei romanzi di Heman Zed, come Momo, sono degli strani attrattori, sono delle battute in levare, figure intorno a cui le narrazioni prendono forma, perchè sono vive, non delle funzioni del marketing.

In Dreams & Drums, Heman Zed concretizza anche il suo essere musicista, e al volume si trova allegato un cd autoprodotto, dove vengono suonati i brani citati all’interno del romanzo. Indipendentemente dal risultato letterario, che ovviamente non può essere sempre omogeneo, in particolare se si affronta un genere rischioso quale la farsa ed il grottesco, è importante ricordare che la Poesia (ebbene si, anche quella maiuscola) è molto vicina allo spirito picaresco e certamente Don Quixote era un grande poeta, ma quanto è facile da queste vette ricadere nel ridicolo, come il saggio di Bergson sul comico (Il riso) mostra ampiamente. Heman Zed comunque vede sempre il limite dei suoi personaggi e li salva comunque dalla fine ingloriosa che a volte rischiano, ma questo solo perchè in lui alberga un grande cuore, e capisce fino in fondo le sue creature.
Heman Zed ed i suoi personaggi ci insegnano a vivere, a non dimenticarci mai di sognare, a non dare mai nulla per perso, fino in fondo, anche se poi infine come ogni Arlecchino e Pulcinella la via d’uscita un pò di traverso è meglio se la si trova. Quello che ci ricorda sempre però, che l’importante è lo spirito, la faccia che metti di fronte al mondo, quella che vedi nello specchio la mattina.
Heman, il cavalier Pistone, Sulfo IV, e tutti i suoi personaggi adorabili e folli, e qui mi permetto, per simpatia, empatia e amore di mettermi in mezzo, (anche se non lo faccio quasi mai, ma qui ci vuole), lo possono dire:

Noi, la mattina, nello specchio, non vediamo una faccia da culo ! Noi.

Dedicato a tutti i Pete Best rimasti lungo la strada.

Qualche giorno fa ho partecipato a un concerto di Elio e le Storie Tese. Il concerto non era a Milano, Roma o in una grande metropoli, bensì in un piccolo paese di montagna. Il palazzetto era pieno di fan entusiasti, che per tutto il concerto hanno cantato, ballato e osannato Elio, Sergio e gli altri della band.
Essendo milanese conosco Elio e Sergio (Conforti) sin dalla seconda metà degli anni 70, quando iniziavano i primi concerti, e poi li ho seguiti per tutti gli anni ottanta, il loro periodo da garage band, quando spopolavano sul territorio. Dopo la svolta sanremese li ho persi di vista, ma non in modo critico, semplicemente perché la vita è così. Oggi ritrovo una band eccellente, tra le migliori che abbia mai visto live, e un gruppo di una serietà e profondità ineguagliata in Italia.
La musica di EELST difatti è tutt’altro che facile. Nonostante i testi all’apparenza easy, in realtà sia linguisticamente che nella struttura musicale, il lavoro del gruppo è estremamente sofisticato. Da un punto di vista testuale, nel lavoro di Elio si ritrova tutta la scuola del teatro dell’assurdo e del non sense di Ionesco e Cocteau, oltre che Artaud. Beckett è sicuramente un punto di riferimento indispensabile, ma si può e deve ritornare poi principalmente su Dada (Tzara e Picabia), e sul surrealismo (Breton, Eluard). Musicalmente inoltre i nostri si dimostrano essere all’altezza dei loro alter-ego, le Mothers of inventions di Frank Zappa, cui rendono omaggio dichiarato, ma in realtà i riferimenti nel testo sonoro sono continui, da Hendrix ai Beatles, dagli Stones ai Led Zeppelin, dal folk anglosassone ai ritmi africani e sudamericani.
Insomma un citazionismo alla Tarantino? No ben altro. Come in Zappa, vi è ben più di una semplice dichiarazione d’amore, ma una critica strutturale allo showbiz, che porta costantemente ai vertici una musica che non è nulla di più di uno schema facilmente reinterpretabile. Elio, come Zappa, ci mostra costantemente come loro siano in grado i rifare qualsiasi genere, in qualsiasi conteso, e di farlo meglio. Country, rock hard, pop, easy listening, folk, jazz, ogni formula viene espropriato del suo valore, scorticato e riprodotto con schemi che già erano degli Area (ricordo Il massacro di Brandeburgo in Sol Maggiore, su Maledetti), ma innestati su performance linguistiche da brivido.
Lo showbiz, lo spettacolo come forma sociale a la Debord, è ciò che svuota di realtà ogni cosa. Ogni sentimento, passione, impeto, messo sotto i riflettori si svuota: diventa pura immagine, ossessione, reiterazione illusoria della sua possibilità. Ciò che davvero è importante, ciò che davvero conta, ci dice Elio, non è qui. Questo – come Hollywood babilonia – è il luogo deputato della finzione, della magnifica ossessione, dove tutto perde la sua determinazione di realtà, per trascendere nella produzione d’immaginario e desiderio. Produzione che oggi è totalmente serializzata e riproducibile. Come FB è il luogo dell’onanismo e dell’esibizionismo, così lo showbiz musicale diventa veicolo per i sani sentimenti – cuore / amore – trasformandoli in dispositivi del capitalismo avanzato.
La catarsi esasperata della pop music, disvelata da Elio, si trasforma nella great R&R; swindle. Elio non lo dirà mai esplicitamente, perché delle cose del tempio non si può parlare nel mercato, ma la cruda visione colta dallo sguardo disincantato è evidente: è tutto falso. Orson Wells lo aveva ben cercato di mostrare, così come Fassbinder.
Ciò che conta non è qui, non è sul palco, non è in rete, non è sullo schermo. Questa è la grande illusione, la finzione che sostituisce la realtà insopportabile. La vita è nella realtà quotidiana, nel lavoro, nei corpi, negli affetti. Il resto, e lo dice Keith Richards, it’s only R&R.; Ovvero nulla di serio.
E’ ovvio che l’immaginario ed il desiderio sono parte integrante della vita, e che non sarebbe pensabile una vita altrimenti, ma Elio ci impone una riduzione del loro peso. L’arte è il veicolo usato dalle passioni per mostrarsi, ed elevarsi, ma quando – ci dice Elio – questo è compiuto a discapito del principio di realtà, e soprattutto quando viene svolto in un luogo non deputato, e con modalità ancor meno adeguate, non può che portare in una direzione confusa ed alienante. Ciò può essere detto di ogni forma d’arte: la letteratura in rete ne è un esempio. La musica su un palcoscenico un altro. Non la musica in se, certamente, ma l’arte quando esce dalla sfera della comunità, della proprietà pubblica in quanto bene comune, condiviso, per diventare oggetto del mercato, con un costo.
Elio mostra lo straniamento del senso e del valore nell’arte contemporanea, e ci indica la via per riportare l’arte nella vita. Cosa si potrebbe chiedere di più ad un artista? Una grande lezione.

Pubblicato su Bravonline !

Joe Henry per me è una delle domande rimaste senza risposta negli ultimi anni musicali. E’ un artista senza pari, che ha pubblicato undici album con un crescendo qualitativo ineguagliato. E’ un produttore di primissimo piano, assolutamente in linea con ‘guru’ come Rick Rubin o Daniel Lanois. Ricordiamo – giusto a titolo esemplificativo – tra gli album da lui portati al successo Don’give up on me (2002) di Solomon Burke, il grande ritorno di “The Bishop”, I’ve got my Own hell to rise, altra opera che segna un ritorno sulle scene, questa volta di Bettye LaVette, The river in Reverse, opera di Elvis Costello ed Allen Toussaint, una delle figure più interessanti dell’area di New Orleans. Inoltre ha collaborato con nomi magici della musica nera americana, quali Mavis Staples, Irma Thomas, Billy Preston e Ani Di Franco. Joe Henry fa parte quindi di quei produttori capaci di lasciare un’impronta forte e precisa sulla musica di cui si occupano, e di rilanciare quindi autori purtroppo sottovalutati e dimenticati. Perché domanda senza risposta quindi? Perché se si esce dall’ambito degli addetti ai lavori, Joe Henry è noto quasi solo per essere il cognato della signora Veronica Ciccone, in arte Madonna, visto che nel 1987 ha sposato Melanie Ciccone. Con la signora della disco pop il nostro ha avuto in realtà ben pochi contatti ‘professionali’. Due per la precisione: la prima occasione fu una cover del compianto Vic Chessnutt, Guilty by association, che interpretarono insieme, mentre Don’t tell me (dall’album di Madonna Music del 2000) è in realtà una pre-cover di Stop pubblicata l’anno dopo da Joe Henry nell’album Scar. La mancanza di diffusione e di notorietà tra il grande pubblico di un artista con Joe Henry, vista affiancata ad esempio ad una figura che si muove in un ambito musicale molto vicino, come Tom Waits, è assolutamente inspiegabile, al di là di una generica mancanza di promozione imputabile alle majors del disco. Entrando nello specifico, andiamo ad analizzare Blood from Stars , l’ultima incisione, datata agosto 2009. Il disco vede la presenza di alcune figure assolutamente di spicco del panorama musicale alternativo americano. In primis Marc Ribot. Fin dalle origini a fianco di Joe Henry, oltre ad aver suonato in una buona fetta dei dischi più importanti degli ultimi anni (ha collaborato tra gli altri con John Zorn, Bill Frisell, Tom Waits e Elvis Costello), Ribot ha nel suo carnet qualcosa come diciotto dischi solista. Guest Star del disco anche Marc Anthony Thompson che proviene dalle fila della Seeger Session Band, la seconda band di Bruce Springsteen, che non ha nulla da invidiare alla mitica E Street Band. E’ doveroso parlare anche di Jason Moran, giovane pianista jazz dal curricola impressionante: collaborazioni con Charles Lloyd, Cassandra Wilson, Joe Lovano, Ravi Coltrane, Lee Konitz, and so on. L’album è palesemente da intendere come un concept, infatti si apre e chiude con lo stesso brano, descritto rispettivamente come prelude and coda: Light No Lamp When the Sun Comes Down, a partire dal bellissimo piano solo dell’incipit suonato da Jason Moran. L’album si dipana tra questi due estremi in atmosfere semi oscure, e tipiche di una notte passata ai tavoli di un piano bar a New Orleans. Racconti di violenza e di loosers pervadono una musica che vede in Dr. John e Tom Waits certamente i suoi rappresentanti più noti. Giudizio personalissimo e discutibile, vedo i momenti migliori nella track six, il meraviglioso blues di All Blues Hail Mary, e nella seguente – folle, ed incredibile – Bellwether. A queste si affiancano una serie di ottime ballads quali The Man I Keep Hid, in perfetto New Orleans style, Channels, Suit on a Frame, e Stars. Eccellente il sax in Over Her Shoulder, ed assolutamente commovente – fino alle lacrime – la track eleven: Truce. Un album quindi che è molto più di una riconferma, Joe Henry unisce atmosfere del secolo scorso con suoni che guardano lontano, mescola gli stilemi del free jazz o del noise con il cajun e l’alt-country, inventando una musica personalissima e di ampio respiro. Una band eccellente completa il quadro di un opera che mi permetto di consigliare vivamente, a meno che non amiate la musica di sua cognata.

Pubblicata su Bravonline, dove si trovano anche gli mp3 dei brani.

Sono io che me ne vado” (Mondadori, 2009) è l’esordio letterario di Violetta Bellocchio. Giornalista, critica cinematografica, blogger, giunge ora al suo primo romanzo, che è bellissimo. Ed estremamente importante.

Raccontare la trama è relativamente semplice, e nel contempo praticamente impossibile. Layla è una ragazza che, in fuga da qualcosa, o semplicemente in cerca di solitudine, decide di aprire un Bed & Breakfast nella casa ereditata dal nonno, in Versilia. Qui conosce Sean, che, per l’intero racconto, sarà la spalla di Layla. nell’economia del libro Sean ha molti ruoli e significati. Il tempo scorre tra clienti più o meno particolari e avventure più o meno giovanili, nel tentativo – potremmo dire semplicemente (ma quanto?) – di dare un senso alla loro vita.

Detto così sembrerebbe un classico romanzo di formazione come tanti, dove una generazione più o meno abbandonata a se stessa ritrova dei valori su cui vale la pena di giocarci qualcosa. Scordatevelo: nulla di tutto ciò. Violetta Bellocchio (VB, come lei stessa si firma) si gioca tutto, e il romanzo ribalta completamente i ruoli e gli schemi classici scrittore – lettore – critico. Ognuno è costretto a ripensare il suo ruolo a fronte della radicalità con cui VB affronta le questioni sul piatto. E ciò di cui si sta parlando è proprio il senso dell’agire, come succede che il modo ed il senso di ciò che io faccio si avvicinano indefinitamente, diventando imprescindibili. Nulla è prima del vero, nulla è dopo il bene.

VB scrive con un linguaggio che fino ad oggi non esisteva: fonde con maestria assoluta la sua profonda cultura classica con il mondo mediatico in cui è cresciuta. Cinema, Internet, fumetti, blog. Layla parla attraverso VB, che ne è invasata. Il libro stesso diventa un esorcismo, attraverso cui VB si libera del daimon che la possiede. Ma in realtà VB ama Layla, come la amano tutti i lettori, nonostante tutto, ma proprio per tutto. Layla è l’essenza della nostra quotidianità irrisolta. Layla è una scheggia di anima infuocata che – come Jean Grey degli X-man – diventa fenice, brucia e risorge costantemente. Layla è lo spirito disseminato del nostro tempo. Layla è Norma Jean che canta “happy birthday to you” al Suo presidente, davanti all’intera America. Layla è un sogno, il sogno di un autenticità che si infrange sull’etica.

Ma ancora non ci siamo: se così fosse non avremmo fatto altro che passare da Salinger a Kerouac, dal bildungsroman alla beat generation. Tutto questo è certamente presente, così come aleggia il fantasma di Proust, e come – in ogni pausa, in ogni virgola, in ogni puntino di sospensione – troviamo, distesa sul lettino, l’intera psicoanalisi. Non una parola nel testo accenna alla terapia, ma in ogni sua mancanza si riscopre proprio quella terapia. Il dialogo serrato tagliente aggressivo dolce e accogliente che quotidianamente si svolge tra Layla e Sean è integralmente una terapia, così come Sean già partecipa a una terapia di gruppo. Ma VB prenderebbe le distanze da tutto ciò: ovvero Lacan, e Derrida. Meglio gli Stone Roses, o quel rock e quell’America (ancora quella, sì l’America sulla strada, quella di Kathrina, di Memphis, New Orleans e dei mormoni)che pervadono il libro, a pioggia. Le citazioni tratte da testi di canzoni sono continue, e Sean e l’amico Ciotola ne rappresentano l’avanguardia.

Eppure la musica principe è la scrittura stessa di VB. A volte ricorda un rap, o certo drum’n’bass, tipo LKJ, o meglio ancora l’hip hop del Bristol sound (Massive Attack o Portishead). Ha un suo ritmo, una cadenza, procede, e poi torna sui suoi passi. Dietro c’è anima, sangue e storia. Credevate fossero solo parole. If you ever change your mind, about leaving, leaving me behind, bring it on home to me ….

Come è iniziato tutto ciò? Ho comprato “Sono io che me ne vado” per caso, attratto dalla rielaborazione di quel famoso quadro di Grant Wood. Già il titolo e l’esergo in copertina fanno riflettere, poiché – soprattutto il titolo – è come una conclusione, piuttosto che un inizio, e in questa ambiguità ti lascia. Poi volti il volume, e sulla quarta trovi il volto di VB, davanti ad una tazzina da te (saranno quelle con i samurai trovate poi in cantina?). Vorrei soffermarmi sul volto di VB, ma entrare nella fisiognomica forse è azzardato. Consiglio però, prima di iniziare a leggere il romanzo, di soffermarsi sui suoi lineamenti, di cercare di parlarci, di leggervi ciò che c’è scritto. VB in quell’immagine parla molto di se, e di quello che vuole dire a noi, suoi lettori.

Infine, per comprendere la terapia a cui Layla sottostà, insieme a Sean, ai lettori e all’autrice stessa, in quest’opera di esorcismo che diffonde tra i lettori i valori che Layla e Sean trasmettono, non ci si può permettere uno sguardo disincantato. Non puoi fingere, io sono Dio e ti vedo, non sei più lo stesso di prima, direbbe VB. Il rito è compiuto, la catarsi è finita, e si piange l’assenza. Ma non sarai più quello di prima. Sean ora è Devil, Omero dei supereroi, cantore cieco della nascita e della resurrezione, mentre Layla è Elektra, eterno fantasma, ombra sottile, che come Medusa non può essere vista in volto, ma solo di spalle. Devil e Elektra sono amore e guerra, eros e thanatos, il corpo e l’ombra, la vista e l’udito, quanto Sean ‘tende’ a una realtà (qualsiasi sia) così Elektra / Layla sfiora, per poi allontanarsi, l’autenticità, l’incontro con se stessa.

Violetta Bellocchio è una grande scrittrice, e lo si può riscontrare anche negli splendidi racconti che ha lasciato in deposito in alcune antologie negli ultimi anni. Uno più bello dell’altro. In questi giorni stanno uscendo su Repubblica una serie di materiali che rappresentano una fase della lavorazione del suo nuovo romanzo. Non vedo l’ora di leggerli.

Pubblicata su Il recensore