Cavalca cavalca cavalca

11/06/2009


Tra pochi giorni, il 13 giugno, cade il trentennale della morte di Efstratios Demetriou, meglio noto in Italia come Demetrio Stratos. In questi giorni le iniziative si sprecano, e gli articoli sulle riviste – più o meno specializzate – raccontano – più o meno bene – cosa fu l’avventura degli AREA e di Demetrio Stratos. Demetrio morì di leucemia fulminante, quindi in modo inaspettato e trasparente, senza lasciare adito a dubbi o dietrologie di nessun tipo. Non è certo possibile in poche battute descrivere l’esperienza musicale degli AREA, un progetto a tutto campo che, decontestualizzando le tecniche delle singole codifiche, ritrovava senso specifico al progressive, al folk, al Jazz, al Rock, e perfino alla musica classica (indimenticabile il Massacro di Brandeburgo in Sol maggiore) per proporre qualcosa d’assolutamente altro. Ogni forma di sperimentazione era possibile. In un brano di Mauditis viene inserito come strumento un lamarasoio a batterie Philips, e nello stesso disco si racconta di come durante un concerto il pubblico avesse costruito delle piramidi con le sedie, mentre altri spettatori giravano intorno in moto. Gli AREA sono stati in assoluto – e ad una distanza stellare dal secondo classificato – il più importante gruppo musicale italiano. Posso dire questo indipendentemente dal piacere che uno possa o non possa provare nell’ascolto della loro musica, ma in funzione della loro ricerca, in merito a ciò che hanno dato a chi è venuto dopo di loro. Con loro la musica italiana ha fatto un balzo in avanti di trent’anni, ed ancor oggi gli AREA sono totalmente inattuali. Stratos in particolare, è ricordato, oltre che per il lavoro con gli AREA, per un’importante esperienza solista, per lo più centrata su sperimentazioni e ricerche vocali. Il suo studio della voce come strumento, memore dell’esempio dei vocalist più avanzati della musica neroamericana come Leon Thomas, lo portò in seguito a raggiungere risultati al limite delle capacità umane: nella sua massima esibizione raggiunse i 7000 Hz (un “normale” tenore può arrivare mediamente i 523 Hz, mentre un soprano – quindi una donna – può raggiungere i 1046 Hz) ed era in grado di padroneggiare diplofonie, trifonie e quadrifonie (due, tre e quattro suoni contemporaneamente emessi con la voce). Compì ricerche di etnomusicologia ed estensione vocale in collaborazione con il CNR di Padova e studiò le modalità canore dei popoli asiatici. Grazie alle già notevoli doti innate, alle tecniche acquisite, e agli studi del Cnr, riuscì a raggiungere risultati che rimangono ancora ineguagliati (grazie a Wikipedia per gli aspetti tecnici sull’estensione vocale). La voce – pensava Stratos – è prima della parola e della scrittura, è all’origine di ogni espressione e di ogni linguaggio. Il suono aggiunge un altro testo al testo scritto, per cui il poeta che recita una propria lirica compie un’operazione metatestuale, che aggiunge il corpo al testo scritto. Ogni lettura di un libro produce un altro libro attraverso la voce. Il senso di un testo, per dirla con Paul Valéry, indugia fra volontà di senso e volontà di suono. Quando entra in campo il suono si crea un ritmo fatto di ripetizioni, cioè di ritorni di accenti, di ritorni di fonemi,di ritorni di pause, di ritorni di timbri. L’articolazione è l’esecuzione di una partitura mai uguale nel significato. L’avanguardia storica, legata all’arte come produzione tecnica e a una concezione del linguaggio come materia prima del lavoro poetico, e l’avanguardia post-artaudiana, interessata a dare espressione alla fisicità, alle passioni e agli umori del corpo, sono accomunate dal supremo sforzo di emancipare il linguaggio dalla significazione. Il grado zero del linguaggio risiede secondo R.Barthes nel “volume della voce cantante e dicente”, nella musica delle lettere che vanno dal silenzio al grido. E’ in questo crogiuolo culturale del decostruzionismo, che si è mossa la ricerca sulla voce-musica di Stratos. Dall’osservazione della “fase di lallazione” della figlia Anastassia, allo specchio sonoro della voce del bambino, alle flautofonie di due voci che, imitandosi, tessono un canone, alle diplofonie per cui si possono ottenere più suoni contemporaneamente, è scaturito il progetto del musicista greco di andare oltre al concetto di voce come canale di trasmissione. La voce, il suono, sono eco del silenzio, sono autoreferenziali, hanno un significato in sé e per sé e vanno sviluppati nelle loro potenzialità nascoste. Ed ecco che l’incontro con John Cage a New York diventa dirompente. Il più grande interprete della voce ed il più grande conoscitore del silenzio. Putroppo però la morte ci ha impedito di ascoltare ciò che questi due uomini avrebbero potuto donarci, più di ciò che già hanno fatto. Gli AREA non sono mai più stati in grado di ricreare quel sound stellare che li caratterizzava insieme a Stratos. Hanno continuato a fare ottima musica, ma nel solco tracciato dai loro precedenti album. Crac, Maledetti , Area/zione, Arbait macht frei, 1978 … gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano, sono i pochi album (se si escludono, live, raccolte, esc) in cui si è espressa la geometrica potenza degli AREA: “Abolire le differenze tra la musica e la realtà” dichiarava Stratos nel 1976. Più chiaro di così ….

Pubblicato su Periodico Italiano.info

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