Non è un trattato sugli insettivori, bensì l’incontro che io e Sergio abbiamo avuto alla Libreria La Talpa di Novara per parlare del suo libro, Ladro di Sogni, e l’ottima cena innaffiata di bonarda che ne è seguita, dove ci ha tenuto compagnia Francesca. La chiacchierata con Sergio è stata piacevole ed interessante: Sergio è un uomo che crede in ciò che scrive e di conseguenza è capace di seguire un dibattito anche se non preindirizzato sui canali selle classiche presentazioni. Questo ci ha permesso di allontanarci dal contesto principale del libro, e di parlare di letteratura (del NIE), della situazione del nostro (martoriato) paese, del ruolo degli scrittori e degli intellettuali, dei conflitti presenti tra e con le cosidette forze dell’ordine. Gli ospiti erano decisamente coinvolti, e nei giorni seguenti sia io che Paolo abbiamo ricevuto più di un commento positivo alla serata. Le solite disgraziate questioni di tempo mi hanno impedito di postare queste note fino ad oggi, quando l’incontro è avvenuto il giorno 24 giugno. La recensione che segue è stata pubblicata su Il recensore.

“Ladro di sogni”: una Milano di periferia e di degrado

Sergio Paoli è al suo primo romanzo propriamente detto, ed alla seconda prova come narratore, dopo l’antologia di racconti Rumori di fondo. Ha 45 anni e può vantarsi di essere stato definito da Giancarlo de Cataldo come “una rivelazione nel panorama del miglior thriller italiano“. Ladro di sogni (Frilli, 2008) è un noir, o meglio, un poliziesco, di quelli che, quando arrivi alla fine, ti ritrovi a rileggere l’inizio, borbottando che allora adesso si capisce perché quell’inizio, e poi quella parte di storia che è lasciata in sospeso.
Ecco, poi i fili si riannodano: tutto torna. O meglio, la storia, la narrazione torna, ma certo non è piacevole l’umore che lascia. Perché Ladro di sogni non è certo un libro per anime belle, non le manda certo a dire, a cominciare dalla citazione pasoliniana in apertura, “io so …” .
Senza dubbio l’ambientazione è il primo elemento che l’autore vuole sottoporre alla nostra attenzione. La periferia milanese, degradata e marginale, tra rom e naziskin, poliziotti e operatori della Caritas. E’ su questo sfondo che si muove il commissario Marini, personaggio ed ‘eroe’ della storia che Sergio Paoli ci racconta. Marini è un poliziotto idealista, allontanato da ogni incarico di vera responsabilità e disprezzato dai colleghi, in seguito alle dichiarazioni che ha rilasciato dopo la mattanza di Genova nel 2001.
Escluso dallo spirito di corpo, Marini si ritrova solo ad affrontare un caso in cui lui potrebbe diventare il capro espiatorio, quello a cui far pagare un insuccesso. Ciò non accade, ed il nostro eroe riesce a schivare la trappola tesagli dai superiori politicamente influenzati, ed in tutto ciò riesce anche a trovare qualcosa che potrebbe diventare un amore. Un successo su tutti i fronti? Certo non è una sconfitta, ed è certo che Sergio Paoli vuole a tutti i costi filtrare un messaggio positivo, di speranza, uno spiraglio di luce tra le nubi.
Altrettanto certo però è che il cielo appare tutt’altro che limpido: vittime che diventano carnefici, vittime che sono e sempre rimarranno tali, la completa assenza di valori civici e sociali dimostrata da quello che una volta si chiamava ‘popolo’, sono elementi di un orizzonte di inevitabile dolore e decadenza, che Paoli non ci illude di poter cambiare attraverso l’impegno o la partecipazione, anche se sono valori che vengono platealmente sottolineati positivamente.
Paoli, nel seguire il comandamento pasoliniano, non vuole certo rimanere sul vago, e fa nomi e cognomi, attaccando direttamente la componente politica, e soprattutto quel fango emotivo, quel torbido in cui lasciamo colpevolmente che la nostra società sguazzi, ed in cui pescano fascismo e xenofobia, espressamente indicati come i colpevoli della realtà in cui ci troviamo a vivere.
L’altro aspetto del romanzo che, forse anche qui inseguendo un percorso pasoliniano, sottolinea delle prese di posizione decise e controcorrente è quello della pedofilia. Così come è senza appello la condanna di fascismo e xenofobia, così la pedofilia viene strappata dal ruolo infamante della cronaca quotidiana per ritornare ad essere ciò che è: una malattia, dove il pedofilo è la prima vittima. Difatti la catena delle morti segue questa spirale di inevitabilità, poiché nata nell’infanzia, nel passato remoto, in un trauma infantile, in un educazione sbagliata e repressiva.
Marini comprende, e umanamente capisce, soprattutto se e quando si vuole fare del pedofilo malato il responsabile anche di ciò che non ha commesso. Siamo sempre nel fango in cui sguazziamo, ma se sul piano politico riconosco un idealismo dell’autore che ancora è riscontrabile, esiste, e fa parte della quotidiana lotta politica di questa italia minuscola, a proposito della lotta alla pedofilia non posso che ammirare il coraggio dimostrato dall’autore nel sostenere posizioni che oggi solo una percentuale minima della popolazione potrebbero dire di condividere.
A questo punto aspettiamo Sergio Paoli alla prossima prova narrativa, con o senza il commissario Marini (che potrebbe diventare un bel personaggio seriale), dove vedremo se il sacro fuoco dell’agone sociale continuerà ad ardere con il vigore qui mostrato o se invece il proseguo della narrazione lo porterà verso lidi meno diretti.
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Matteo è un ottimo scrittore. Invito chi mi legge a cercarlo su Sugarpulp, l’ottimo sito che costruisce insieme a Matteo Strokul. Questa è la recensione pubblicata su Il Recensore.

Già Massimo Carlotto ci aveva accompagnato durante notti sudate e senza scrupoli nel sottobosco malavitoso che si estende nella campagna del ricco nord est. Ora Righetto cammina sugli stessi sentieri, ed incontra la malavita del Brenta in Savana Padana. Sono argini che la cronaca nera ci ha raccontato lungamente in anni non lontani. Zingari, mafiosi cinesi, carabinieri corrotti, ed il caldo: un cocktail esplosivo che segna il destino di una piccola comunità, quella di San Vito Oltrebrenta, dove si svolge la trama. Il romanzo scorre liscio come le acque dei canale. Tratteggia i caratteri di malavitosi di altre epoche, e di altri mondi, che paradossalmente, giungono a guardarsi negli occhi solo sotto lo sguardo vigile e disincantato di Sant’Antonio da Padova, protettore di tutti e generatore di un mistico alone che pervade il romanzo intero. I personaggi sono talmente perfetti nel loro ruolo da assumere il carattere di stereotipi, diventano dei characters, delle maschere si potrebbe tradurre, visto che ci troviamo nella terra del Carnevale. Remus, l’anziano capo degli zingari, Chen il mafioso cinese (e come altrimenti poteva chiamarsi?), Pamela l’estetista un po’ puttana, e poi i malavitosi di paese: Il bestia, Nibale, Sante, Berto, e così via, fino all’apoteosi del comandante dei carabinieri, che non poteva che chiamarsi Fetente, di nome e di fatto.
Maschere, appunto, stereotipi di una realtà dove tutto è falso, o per lo meno dove nulla è vero, bensì tutto è simulacro del vero, come la statua del santo, nascondiglio dorato, ed oggetto del desiderio delle varie bande. Il tempo a San Vito Oltrebrenta è fermo, come Nane, che da trent’anni ripete la stessa frase, poiché in realtà sono già tutti morti. La morte li accompagna ogni giorno, ma per il semplice motivo che non si può vivere lì, solo i morti possono farlo, nessuno può sopravvivere alla disperazione. Disperazione radicale, che attanaglia, come l’aria calda e umida dell’estate in cui si svolge il racconto, e da cui non ci si può allontanare.
I personaggi di Savana Padana sono morti che camminano, è solo questione di tempo. Si può dire quindi che il libro ha quindi diversi livelli di lettura, tra l’altro ulteriore conferma del suo valore. Può essere trovato anche divertente: molti personaggi sono delle macchiette, e la quotidiana routine di un piccolo centro di campagna è presa in giro, ridicolizzata, permettendo a molti lettori di riconoscersi in questi stereotipi. Eppure se riusciamo ad essere di poco più sensibili degli zombie che popolano il testo avvertiamo l’intensa drammaticità di personaggi come le ragazzine cinesi, sfruttate e costrette alla prostituzione, oppure di Diamante, lo zingaro gay in cerca di una rivalsa. E’ una vecchia canzone di Gino Paoli la colonna sonora di questo finale.
Savana Padana quindi è un’opera assolutamente consigliabile, una lettura d’impatto e forte nei suoi contenuti, anche per la lettura sociale che viene sottesa. Aspettiamo presto un’altra prova così interessante da Matteo Righetto, che certo ne ha le capacità. !

Da Fortress Europe:

08/01/2009

Fortezza Europa: 1.502 migranti e rifugiati morti nel 2008

ROMA – Ad avvistarlo è stato un pescatore, nel pomeriggio dello scorso 26 dicembre. Il cadavere galleggiava tra gli scogli di Melilla, l’enclave spagnola in Marocco. È la vittima numero 1.502 del 2008. Un dato che segna un meno 23% rispetto al 2007, quando le morti documentate alle frontiere Ue furono 1.942, poco meno delle 2.088 registrate nel 2006. Difficile comparare i dati, dato che si tratta delle sole notizie riportate dalla stampa. Nessuno infatti è in grado di conoscere il numero di naufragi “fantasma” sfuggiti alla cronaca ma non ai pescatori del Canale di Sicilia, che continuano a pescare resti umani nelle reti, specialmente in prossimità delle coste libiche. In linea con la crescita del numero degli arrivi, aumentano le vittime nel Canale di Sicilia. Le vittime documentate tra Libia, Tunisia, Malta e Sicilia sono passate dalle 302 nel 2006 alle 556 nel 2007 alle 642 nel 2008. Negli stessi anni, il numero di migranti intercettati nel Canale di Sicilia è passato da 19.000 a 20.450 per poi balzare a 36.900 nel 2008. Un aumento significativo, ma comunque di gran lunga inferiore al fabbisogno di manodopera straniera, dato che il governo Berlusconi ha da poco chiesto l’ingresso di 150.000 lavoratori immigrati per il 2008. Ancora maggiore – per quanto contenuto in termini assoluti – è stato invece l’aumento dei migranti intercettati in acque maltesi, passati dai 311 del 2006 ai 613 del 2007 e ai 1.266 nei primi nove mesi del 2008. Somalia e Nigeria sono le prime nazionalità di chi attraversa il Canale di Sicilia. E parallela alla rotta siciliana, continua a essere battuta la rotta che dalle coste algerine di Annaba porta in Sardegna. Circa 1.500 algerini erano stati intercettati nel 2007. Le vittime continuano a susseguirsi. Dopo i 65 morti del 2007, l’anno appena trascorso ha registrato la scomparsa di 60 persone, tra annegati e dispersi in mare. Nello stretto di Gibilterra invece l’andamento è opposto: gli sbarchi continuano a diminuire, e le vittime ad aumentare. Il numero di migranti intercettati al largo delle coste andaluse sono passati dai 5.579 nel 2006 ai 3.748 nel 2007 e ai 3.017 nel 2008. Negli stessi anni le vittime sono prima scese dalle 215 del 2006 alle 142 del 2007, per poi risalire alle 216 dell’anno appena passato. Ma non c’è solo il mare a uccidere i migranti. C’è il caldo del deserto del Sahara, gli spari della polizia in Egitto, le mine alla frontiera turco-greca, i camion dentro i quali ci si nasconde in Turchia, come in Grecia e in Francia. E allora ai 1.235 morti del Mediterraneo nel 2008 se ne aggiungono altri 267: 27 al largo dell’isola francese di Mayotte, nell’Oceano Indiano; 4 al porto di Calais, alla frontiera tra Francia e Inghilterra, 32 sotto gli spari della polizia, di cui 25 in Egitto, 4 sui campi minati di Evros, in Grecia, 8 nei porti italiani dell’Adriatico nascosti sotto i tir in arrivo dalla Grecia, altri 75 sotto i camion, 27 annegati nei fiumi di frontiera e addirittura 90 morti disidratati nel deserto del Sahara tentando di raggiungere la costa mediterranea per poi imbarcarsi.Oltre alla Sicilia gli sbarchi aumentano anche in Grecia, sulle rotte che dalla Turchia attraversano l’Egeo. Dai 4.000 arrivi registrati nel 2006 si è passati agli oltre 10.000 del 2007 e il dato è in aumento anche per il 2008. Diminuiscono invece le vittime. Dopo l’anno nero del 2007, quando al largo delle isole greche persero la vita almeno 257 persone, perlopiù rifugiati afgani e iraqeni, nel 2008 le vittime registrate sono 181. Continuano a diminuire invece gli arrivi in Spagna e alle isole Canarie, complici i pattugliamenti di Frontex e gli accordi di riammissione firmati dalla Spagna con i paesi di origine dei migranti. Il numero dei migranti intercettati al largo delle isole Canarie, nell’oceano Atlantico, è passato dai 32.000 del 2006 ai 12.624 del 2007 e ai 9.089 del 2008. Calano di pari passo le vittime. Passate dalle 1.035 del 2006 alle 745 del 2007 e alle 136 del 2008. Tuttavia rimane alta l’incertezza sul numero di naufragi fantasma, dato che i pattugliamenti europei hanno causato un allungamento delle rotte: ormai si parte da Gambia e Guinea, per viaggi di due settimane in mare. E di una imbarcazione che affonda in pieno oceano al largo delle coste africane non rimane nessuna traccia.