Il numero ancora in edicola di Alfabeta 2, oltre all’articolo di Carlo Formenti già preso in esame su questo blog, contiene una lunga serie di interventi dedicati al tema dei Knowledge workers, in una sezione intitolata – significativamente – Operai della conoscenza.
Qui ci si interroga sul senso di un rapporto che tecnicamente è definibile ancora di lavoro ma che, in realtà, perde molto del senso che  fino a pochi anni fa gli veniva attribuito, nel momento in cui la componente salariale non rispetta i requisiti quantitativi  minimi per definirsi tale, oppure viene addirittura a mancare. Con la scomparsa del salario, elemento determinante del lavoro in quanto relazione tra parti, produzione e fondamento della struttura sociale stessa, il lavoro non è più definibile tale.
Questo è un tema che tocca elevate percentuali di soggetti nel mondo del lavoro intellettuale. Si tratta di un fenomeno in atto su scala globale. La tendenza è legata anche, ma non solo, all’introduzione delle tecnologie subentranti. Se da un lato in tutti i campi che erogano servizi sono stati introdotti degli elementi di gratuità, d’altro canto molte componenti di ambiti lavorativi complessi (la finanza, il turismo, la sanità) sono stati parcellizzati, permettendo di aumentare le componenti di salario variabile (ovviamente tendenti al ribasso), a discapito delle quote di salario fisso.
In nessun campo come nel mondo della cultura questo fenomeno è stato esasperato. Sergio Bologna si chiede “come concretamente si può fermare la discesa del valore del lavoro intellettuale”. Perché di questo si tratta: determinazione del valore di una prestazione lavorativa. Dobbiamo quindi dedurre che oggi produrre cultura non vale più nulla? Eppure, come dice Cristina Morini: “con la sua progressiva trasformazione in merce, la cultura è diventata il motore dello sviluppo dell’economia contemporanea, prendendo il posto occupato dall’automobile […]”. Quindi tutt’altro che perdita di valore, anzi, è proprio il “valore aggiunto delle idee” che pervade il meccanismo. La fabbrica cognitiva, attraverso il taylorismo digitale, avrebbe dovuto portare la cultura al cuore della produzione nel mondo contemporaneo.
Ma qualcosa non ha funzionato: la precarizzazione spinta, le forme di cottimo, le turnistiche, la scomparsa del tempo di lavoro, ritmo circadiano che scandiva la vita dell’operaio, “ha fatto scattare forme di autodisciplinamento” (Morini), portando a ciò che possiamo definire l’introiezione del dispositivo. Non vi è nessun bisogno che qualcuno eserciti una coercizione diretta, ma è la volontà del Knowledge worker stesso a indirizzarlo verso un lavoro che per lui ha mantenuto un alto valore, di partecipazione, di passione, di gratificazione,  mentre sul mercato lo ha completamente perso diventando tendenzialmente gratuito.
Eppure manca qualcosa: questo scenario è ancora completamente interno al fordismo, alla concezione classica della fabbrica. È Francesco Raparelli che sposta l’angolo dell’indagine quanto basta a rivedere l’intero processo sotto una concezione differente. Difatti, aiutato da Deleuze, cerca di definire il passaggio dalla fabbrica all’impresa. L’impresa si definisce proprio all’interno del salto quantico, del cambio di paradigma, che ci porterebbe dal fordismo al cognitariato. In ogni aspetto della produzione si riconosce una macchina linguistica, e in particolare la macchina linguistica contemporanea è digitale, e si incarna nella net economy e nella informatizzazione. Ma questa prospettiva delinea orizzonti completamente nuovi: intanto la trasformazione delle macchine in periferiche, in protesi. Il lavoratore della conoscenza integrato nelle nuove tecnologie è un cyborg, immediatamente in rete. Connesso al mondo, in una forma che non è certo quella olistica e di Gaia, bensì quella dello strumento produttivo, il cervello diviene – continua Raparelli – capitale fisso, mezzo di produzione, che si attua nella forma affettiva e/o linguistica. Conseguenza diretta di questa condizioni è, oltre alla fine del tempo di lavoro che coincide con la vita stessa, la totale precarizzazione della vita, che a questo punto diventa non solo economicamente ma ontologicamente frammentata ed inesistente. Si lavora senza interruzione, gratuitamente, anche perché nulla può ripagare il danno totale che si sta realizzando: la vendita della vita stessa.
“Quando è la soggettività per intero (linguaggio, affetti, relazioni) che viene valorizzata dall’impresa, l’impresa diviene un gas [Deleuze ndr] e la vita di ciascuno viene mobilitata nell’esperienza di lavoro. Il web e il telefonino […] sono esemplificazioni della costante cattura del tempo di lavoro” (Raparelli).
Si introduce qui un termine che ben sottende ciò a cui ci troviamo di fronte: ed è infosfera. Franco Berardi (Bifo) la descrive come uno “spazio saturo di infostimoli [che] eccita costantemente l’organismo cosciente e sensibile, mobilitando l’attenzione, suscitando la reattività automatica, e paralizzando di conseguenza la capacità di immaginazione.”
Il surplus di input, condizione prima della trasformazione del cervello in mezzo di produzione, proviene dalla connessione ad una rete che aliena il lavoratore intellettuale dalla sua originale genialità, impone alla sua anima di produrre, “spossessato della sua stessa essenza” (Bifo), e la costringe ad una stimolazione sterminata.
Questa, secondo Bifo, è l’ultima spiaggia della precarizzazione, la trasformazione definitiva di un processo di trasformazione del lavoro salariato che ha prodotto una forma psicotica di “accelerazione dolorosa del ritmo produttivo” (ib.).
Non siamo protetti in alcun modo, conclude Bifo, come di fronte ad una “apertura all’illimitato”, che non lascia vie di uscita a questa fase storica del rapporto capitale – lavoro.
Certo, come conclude Cristina Morini, “le persone, l’umanità, il valore d’uso, continuano a non essere cose secondarie, nonostante gli sforzi concentrici del capitale”, e le rivoluzioni, i grandi cambiamenti epocali sono sempre fenomeni ambivalenti e molteplici, ma è innegabile, che, oggi, nell’occidente industrializzato, la condizione delle coscienze e delle nostre vite, sia drasticamente limitata nella sua autonomia.

Pubblicato sul blog Precarie Menti

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Su Alfabeta 2, n. 2, il professor Carlo Formenti, pubblica un articolo dal titolo: “Lavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale”.

Parte da lontano Formenti in questo articolo. Addirittura dalla nascita di “Quaderni Rossi” (1961). Viene subito da chiedersi come può un’interpretazione – per quanto ardita  – dimostrarsi ancora attuale, tenendo conto della totale e indiscutibile mutazione e innovazione che ha subito il mondo del lavoro da allora ad oggi?
Formenti non ci lascia attendere, e dopo poche righe risponde all’inevitabile quesito, ridefinendo, in contestuale, la sua radicale critica all’operaismo di “Quaderni Rossi”. Dice, infatti: “l’operaismo si è costantemente rifiutato di prendere atto dell’alternanza fra fasi storiche – a fasi di autonomizzazione del lavoro succedono fasi di crisi e ristrutturazione capitalistica, nel corso delle quali nascono nuove modalità di subordinazione del lavoro – ostinandosi a descrivere l’evoluzione della realtà sociale come un movimento «ascensionale», in cui l’iniziativa strategica è costantemente dalla parte del lavoro, mentre il capitale appare costretto a rincorrerne le mosse attraverso risposte tattiche.”
Tradotto significa – nella sostanza – che il capitale non solo non ha bisogno di rincorrere i tentativi di emancipazione della forza lavoro, ma addirittura è in grado di anticiparli e di ristrutturarsi di conseguenza, creando nel tempo modalità assolutamente nuove di subordinazione del lavoro.
In queste poche righe, e con una linearità esemplare, Formenti ha descritto il processo che, all’interno della dialettica capitale – lavoro, ha portato alla nascita ed allo sviluppo dell’odierno precariato.
Formenti riconduce il processo alla nascita delle cosiddette dot-com, ovvero alle origini della net economy. Secondo la sua analisi, negli anni novanta si riproduce lo stesso meccanismo che ha portato alla sconfitta dell’operaismo (e – in senso lato – della lotta operaia) avvenuta alla fine degli anni ’70, con il superamento del concetto di operaio – massa, e l’inizio della diffusione nel mondo del lavoro di un individualismo esasperato che dura ancor oggi.  Eppure, pur riconoscendo quindi un analogo meccanismo di ascesa – crisi – superamento, si evidenzia immediatamente una differenza cruciale tra le due epoche. Questa discrepanza è così importante da generare un nuovo interprete nella dialettica capitale lavoro: ovvero i knowledge workers, che oggi – con i dovuti distinguo – chiamiamo cognitariato, o precariato intellettuale. Costoro – secondo Formenti – avrebbero nella prima fase espansiva della net economy, creato praticamente gratis una rete di conoscenze che è poi diventata la base della net economy stessa fino alla crisi del 2000-2001, che ne ha causato il crollo. Difatti, dice Formenti, i kowledge workers si sono formati “in totale autonomia dal mercato, attraverso forme di cooperazione sociale spontanea e gratuita di cui la comunità degli sviluppatori del software open source costituisce un esempio paradigmatico”.
Ora, questo è un passaggio strutturale del ragionamento di Formenti che merita di essere approfondito, poiché, se è assolutamente vero ciò che lui dice in linea concettuale, questo processo si può applicare solo ad un’élite di poche decine (centinaia) di tecnici di alto livello, che in nessun modo possono essere considerati rappresentativi di chi ha comunque lavorato nel settore informatico cibernetico senza essere un progettista ai massimi livelli. Nei vent’anni seguenti la forza contrattuale di questi lavoratori è stata completamente livellata, anche attraverso i meccanismi dell’indebitamento continuo sulla base di ipotetici guadagni futuri che non sarebbero mai giunti.
Formenti compie un passaggio tutt’altro che scontato nell’analisi economica diffusa, quando individua un legame forte tra la crisi di inizio secolo nella net economy e l’attuale crisi innescata dai subprime. A suo giudizio è stata proprio la necessità di trasformare gli alti redditi – che ormai nessuna ditta poteva più permettersi – in altra forma di reddito, ovvero in finanziamenti a pioggia sul debito privato, che ha provocato, nel medio termine la crisi di un modello di relazioni industriali.
Oggi negli States esistono circa 12 milioni di lavoratori che noi chiameremo “a progetto”, ovvero precari, solo nel settore del Web 2.0, “sottoposti a ritmi di lavoro durissimi (i datori di lavoro utilizzano software di monitoraggio che scattano periodiche «istantanee» del desktop, misurano il tempo di utilizzo di mouse e tastiere e costringono il lavoratore a tenere dei «diari» sul progredire del lavoro), sottopagati (il datore di lavoro può rifiutarsi di pagare se ritiene che gli obiettivi non siano stati raggiunti) e privati di qualsiasi tipo di tutela giuridica e sindacale”.
Ma che cosa comporta questa condizione che fa perno sul web 2.0? In che misura blog, social-network, e le varie piattaforme entrano nella catena di produzione? Si può parlare ancora di lavoro? Tutti noi che spendiamo (dedichiamo) tempo ed energie alla/nella rete, in che misura lavoriamo? E quindi, come si traduce il rapporto capitale lavoro?
Sappiamo bene, per esperienza diretta, quanto il lavoro intellettuale assolutamente gratuito sia diffuso in rete e questo aspetto dell’analisi, che Formenti accenna solo, va ben al di là dei lavoratori effettivamente impiegati nel settore informatico.
Il passaggio è cruciale, poiché si trascende la forma lavoro classica (dove per forma lavoro si intende l’espressione specifica e storicamente determinata assunta dai rapporti di produzione),  per scoprire che – sulla scia di Baudrillard e – in parte – dei Situazionisti – è la vita intera che diventa produzione, che è prodotta (in quanto bene) e produce beni, anche immateriali, come nel caso della conoscenza.
A partire dalla fine della distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero, con la scomparsa del secondo, oggi ci accorgiamo che il lavoro in rete, il tentativo di un’autorealizzazione in uno schema radicalmente diverso dal capitalismo anche solo di vent’anni fa, rischia di venire fagocitato da un meccanismo palese: se si è capaci di fermare l’estrazione di valore che il capitalismo cognitivo compie, allora la rete può ancora avere un peso nella ricostruzione di un mondo del lavoro liberato, altrimenti si ricade inevitabilmente nell’apparato coercitivo e microfisico di Foucault.
Fortunatamente la rete oggi è ancora talmente fluida che gli spazi per creare dissenso e contropotere sono ampi, ma “non bisogna lasciarsi incantare dalle tesi di autori come Yochai Benkler, Kevin Kelly, Jeremy Rifkin, Clay Shirky e altri che vanno blaterando di terza via, postcapitalismo, economia del dono, socialismo digitale eccetera”. È vero, come viene sostenuto da questi autori, che oggi (ed in futuro sempre più) è la rete a produrre valore, e che il costo dei mezzi di produzione è nullo, dato che noi lavoriamo gratis, per far crescere e sviluppare la rete stessa, ma questo – vorrei dire purtroppo – non significa certo quel superamento del lavoro in quanto tale esplicitamente previsto ad esempio da Kevin Kelly.
Stiamo assistendo proprio a una fase di riappropriazione, “la fase storica che stiamo vivendo, al pari di tutte le fasi di crisi e ristrutturazione capitalistica, non è affatto caratterizzata da un accresciuta autonomia del lavoro, bensì da una potente controffensiva capitalistica che, per la prima volta, non si limita a ridimensionare i rapporti di forza del lavoro, ma tenta addirittura di farlo sparire, nella misura in cui riesce a far credere che una serie di attività vitali si stiano «liberando» dal mercato proprio quando quest’ultimo si prepara a colonizzarle” – conclude Formenti, con molta franchezza.
La rete in realtà è ancora uno strumento talmente flessibile ed imprevedibile da poter evitare categorie così rigide e precise, come quelle viste finora. Esiste – per citare un altro testo dello stesso Formenti – ancora un “incanto” della rete, dove questa non si produce, ma si inventa, e dove il caso (caos) gioca ancora una sua componente decisiva.
Per quel che riguarda il rapporto capitale – lavoro nel precariato cognitivo, l’analisi di Formenti è molto precisa, e non vede vie di uscita, nemmeno nel mondo Commons.

Pubblicato su Precarie Menti

Precariato e scuola

05/03/2010

Per una volta non una recensione, ma una riflessione sul tema della precarietà lavorativa, espressamente indirizzata alla questione del precariato cognitivo, e quindi dei lavoratori della scuola.
Il testo è uscito sul blog di Precarie Menti, che ringrazio per l’ospitalità

Probabilmente chi mi legge sa bene che io non sono né insegnante né precario. Non posso esimermi però, in ogni ruolo che mi rappresenta come essere umano, e quindi come compagno, padre, cittadino, intellettuale e sindacalista, di condividere pienamente la questione scolastica e quella – che le è strettamente legata – del precariato. Come altri hanno già detto e ripetuto in altri ambiti, la questione della continuità didattica è il vero perno del sistema, minato e scientemente disarticolato dalla precarizzazione radicale del corpo docente. La questione della precarietà deve proceduralmente essere scissa da ogni aspetto esistenziale o etico. Non posso non riconoscere che esiste una problematica di riconoscimento generazionale intorno alla questione, ma vedo questo aspetto molto più affine a temi come la crisi delle ideologie, piuttosto che alla precarizzazione del lavoro salariato. Storicamente altre generazioni sono state perfettamente in grado di ribadire il loro peso sociale, pagando un caro prezzo, in termini di vite e di storia. La modifica ‘de imperio’ dello stato di cose vigenti è fuori discussione, semplicemente perché lontana anni luce da ogni dinamica sociale, che oggi è più vicina a Groucho che a Karl Marx.

continua su Precarie Menti.

Corpi Estranei” è il primo romanzo pubblicato di Paola Ronco (Perdisa, 2009).
Il fulcro narrativo di questa storia, il perno intorno a cui ruota il romanzo – ma anche il nodo di questo tempo triste, il nostro tempo – è la precarietà, nelle sue molteplici epifanie. L’estraneità dei corpi, che titola il libro, è quindi vissuto, e la metamorfosi degli stessi, che diventano appunto estranei, un infinito reiterarsi di questo vissuto psicotico. Il corpo proprio ci diventa alieno, e come il tenente Ripley, scopriamo solo troppo tardi che lui siamo noi, e noi siamo lui.
“Corpi estranei” è ben strutturato dal punto di vista narrativo, in linea con la scuola che Luigi Bernardi ha costruito a Perdisa in questi anni. Vi si trovano tre personaggi che in prima battuta non hanno apparentemente nulla a che fare l’uno con l’altro, e solo ad un punto ormai alquanto inoltrato della storia ci viene – lentamente – mostrato il legame tra le parti. Un poliziotto reduce da un evento che lo ha reso un invalido, zoppo e incapace di perseguire il suo mestiere. Una Pr assunta – a contratto – come stagista in una società, e dove si ritrova invischiata nella più ovvie forme di relazioni falsificate: dal sesso malvissuto con il superiore responsabile, al mobbing più feroce per finire con l’incapacità di essere solidale e vicina a chi è nel suo stesso stato di subalternità. Sono forme che esprimono l’aggressività più naturale, legata alla sessualità e alla gerarchia all’interno del gruppo, visibili in un branco di lupi così come in un ufficio qualsiasi.
Infine Alessia, studentessa disperata, che si trasporta da un esame tentato alle agenzie di collocamento interinale, cercando – come un rabdomante – di individuare un punto fermo nella sua esistenza, personale e pubblica, se mai vi fosse una differenza.
Tre corpi, quindi, ma tre corpi malati. Cabras – il poliziotto – è storpio, Silvia, la Pr, soffre di nausee continue e di ansie incontrollabili, ed Alessia oltre a soffrire di importanti difficoltà respiratorie, che la inducono e convincersi di avere una malattia polmonare, ha una vera e propria fobia verso le divise (fobia assolutamente motivata, come vedrà il lettore). Tre corpi quindi che mostrano la loro sofferenza rispetto alla loro impossibilità di accedere ad una certezza. Perché l’essere precario nel mondo alieno di Paola Ronco, non è solo una delle forme del lavoro salariato, e quindi una forma avanzata dello sfruttamento capitalistico nel nostro tempo, ma prima di questo è precarietà del proprio essere, del proprio corpo.
Noi oggi siamo ‘fisicamente‘ precari, nelle ossa, nella pelle, nello stomaco, nel cuore. La precarietà ontologica di certo esistenzialismo è passata per osmosi nella carne e nelle ossa. La Science Fiction degli ultimi decenni ha mostrato come il corpo futuro può infine diventare una delle molteplici periferiche del cervello, come una qualsiasi stampante, e come quindi sia possibile cambiarlo, facendone tranquillamente l’upgrade, con un modello tecnologicamente più avanzato.
Ma qui non siamo nella Silicon Valley, qui siamo a Torino, ed i corpi sono modelli di terza mano, svenduti alle bancarelle di un mercatino dell’usato, riciclati dopo una manifestazione in cui hai preso troppe botte, o dopo del sesso che proprio non avresti voluto fare. Non valgono molto i corpi smarriti di Paola Ronco, ed i loro proprietari lo sanno, e lo soffrono.
Anche se alienato, anche se allontanato, quasi che con lo sguardo lo si possa vedere dall’esterno, il mio corpo dovrebbe fenomenologicamente rimanere il mio corpo proprio, la mia appercezione immediata di me stesso. Il distacco, il parto violento della precarizzazione, comporta quindi dolore, oltre che vertigine.
Non sappiamo ancora, perché il tempo trascorso è ancora troppo breve, quali saranno gli effetti a lungo termine della violenza che è stata esercitata su questa generazione. Strappata dalla modernità per essere gettata nel puro indeterminato del reality. Nei prossimi decenni lo strappo esistenziale tra la realtà e la coscienza collettiva di questa generazione si mostrerà in tutto il suo radicalismo. Questa radice, questo legame archetipico, è il cuore stesso del patto sociale, ed è un discorso comune, una lingua che nomina, e determina i rapporti sociali.
La sua frantumazione – ad un livello così profondo, il livello corporeo – richiederà un lungo percorso per essere ricomposta. Paola Ronco sa che molto dolore deve essere ancora sopportato dai suoi personaggi, che annaspano alla ricerca di soluzioni per la propria indeterminatezza. Ognuno – inevitabilmente – troverà delle soluzioni biologiche, poiché queste riguardano i loro corpi, prima ancora che il loro lavoro (ovvero l’espressione della nostra identità), e la corporeità deve essere resa immediata. La trama – nel senso dell’ordito – trova una sua momentanea e probabilmente passeggera soluzione. E’evidente però che nessuna delle pieghe dell’ordito stesso si è (s)piegata alle richieste di una conclusione rassicurante. La questione è appunto epocale e generazionale, e non si può certo rinchiudere in una soluzione narrativa, che Paola Ronco difatti si limita ad abbozzare, inserendo nella narrazione lo spazio del possibile, ovverosia del futuro.

Pubblicata su “Il recensore