L’ultimo volume pubblicato da Dario Tonani si intitola “L’algoritmo bianco” (Urania, 2009). Di lui non si può certo dire che sia un autore prolifico. In trent’anni di onorata militanza nel mondo della SF ha pubblicato un romanzo, alcuni romanzi brevi (o racconti lunghi) e più di cinquanta racconti. Come dire? Sicuramente è uno scrittore con una cura maniacale del dettaglio. Le sue narrazioni sono precise, documentate fino allo spasmo, e dotate di una precisione terminologica ineccepibile. Ora aspettiamo con trepidazione il seguito del suo unico romanzo. Due parole. Il romanzo si intitola “Infect@” ed è uscito nel 2007, anche se era già scritto nel 2005. Altri due romanzi brevi sono stati riuniti in questo unico numero di Urania intitolato “L’algoritmo bianco”. Questi si svolgono nel 2045, e l’ambientazione è di venti anni posteriore rispetto al romanzo precedente. Il primo racconto porta lo stesso titolo del volume, mentre il secondo si chiama “Picta muore”. Vi sono alcune differenze cruciali tra i due mondi, pur tanto vicini temporalmente: la prima si chiama cartoons e la seconda agoverso. Ambedue questi concetti sono cruciali per comprendere il complesso universo simbolico di Tonani. I cartoons sono il fulcro del primo romanzo. Nel mondo di cui stiamo parlando hanno – in un certo senso – preso vita, e si sono ampiamente diffusi. La loro è una vita artificiale, prodotta dall’incontro tra uomini, computer e i cartoons originali cartacei. Diventano così una potente droga, assunta attraverso la retina, ovvero tramite lo sguardo, e riuscendo, tramite sistemi oscuri, a provocare allucinazioni negli esseri umani. Queste visioni assumono vita e forme proprie, diventando così indipendenti dal loro ‘creatore’. Assistiamo perciò a personaggi animati che interferiscono con la vita quotidiana, rendendo paradossali situazioni che dovrebbero essere ordinarie. Vediamo ad esempio una gigantesca Betty Boop che – novello King Kong cyberpunk – vaga per la periferia milanese, vagabondiamo per bordelli dove umani e cartoons si vendono (e comprano) vicendevolmente, oppure in macellerie dove gli stessi vengono sanguinosamente massacrati per vendere ciò che si può commercializzare.

E’ impressionante la conoscenza che Tonani dimostra delle tecniche di disegno e fabbricazione dei Toons. In varie occasioni fa parlare un Dj di una radio privata che – nella fiction – si occupa solo di toons e che serve come escamotage letterario per passare al lettore una lunga serie di informazioni necessarie spesso alla comprensione di alcuni passaggi. In queste spiegazioni Tonani si dimostra estremamente documentato sul’argomento, e non risparmia tecnicismi e dettagli che ci accompagnano sempre più a fondo in questo mondo decisamente surreale. I toons sono una droga quindi, e, producendo allucinazioni permanenti hanno invaso aree intere. Vi sono vari passaggi in cui Tonani si sofferma sul concetto di ‘droga’, e su ciò che va ad intendere. Quando dice che le droghe sono “materiale edilizio” mi pare che apra un nuovo orizzonte: tutta la ricerca sulle ‘artificial life’ e sugli esseri composti, parte umani e parte ‘altro’, trova qui una nuova espressione mirabolante e luminosa. Dopo il ciclo ‘Ware‘ di Rudy Rucker troviamo nuovamente un balzo nelle potenzialità del genere. Esseri artificiali generati dall’utilizzo di droghe e dotati della possibilità di ‘mixed’ con i loro creatori. A partire dalle questioni etiche, quasi immediate, sul rispetto dovuto alla vita di questi esseri generati in laboratorio, anche le domande ontologiche sulla potenza creativa si propongono continuamente. La trama avvincente riproduce continuamente queste domande sul rapporto droghe (ovvero manipolazione della realtà), mitopoiesi (costruzione di mondi) ed etica. Lo stesso principio, anche se ulteriormente trasformato con una logaritmica impennata si ritrova nei virus e nelle ‘blatte’ dei romanzi seguenti, mirabilmente combattuti da antivirus cartacei, resi attivi dalla recitazione, dalla loro trasformazione in mantra, in preghiere. Le Blatte, ne “L’algoritmo bianco”, hanno subito un’evoluzione, sono diventate wireless, ma questo è dovuto all’introduzione in questo mondo di un ballardiano ‘mondo interiore’: l’agoverso. Ogni essere può essere dotato di una specie di ‘antenna’, formata da due aghi, ovvero una specie di una protesi che gli permette di connettere direttamente il cervello con la rete. Questa è evidentemente una rete enormemente sviluppata, perché connette continuamente l’intera popolazione, permettendo a chiunque di accedere in real time a qualsiasi tipo di informazione o dato, ma soprattutto di downloadare bio software di apprendimento o di effettuare un upgrade rispetto alle potenzialità da esercitare. Il protagonista di questi due romanzi brevi, dotati entrambi di notevoli sfumature hard boiled, è Gregorius Moffa, una specie di Sam Spade o Philip Marlowe del 2045, ma non è un investigatore, bensì un killer free lance, come lo definisce lo stesso Tonani. La connessione costante con l’agoverso non è nulla di molto diverso dal cyberspazio di gibsoniana memoria, ma senza la presenza hardware del desk, che nel primo cyberpunk introduceva ‘letteralmente’ in questo spazio altro. Qui, la connessione wireless ha trasformato la presenza dell’altro mondo in un mondo ballardiano, interiore, e perciò meno oggettivo, più personalizzabile. Un non luogo, una connessione tra nodi, l’essenza della rete. Gli aghi possono essere anche espiantati, ed è la peggiore condanna possibile, ovvero l’isolamento, la solitudine.

Questo è il mondo che Dario Tonani ci prospetta, nella sua visionaria immagine del futuro. Droghe ad assunzione retinica, antivirus orali, blatte che viaggiano sulle linee telefoniche, vernici spray attivate da nanotossine, allucinazioni viventi. Tutto ciò sullo sfondo di un immenso suk, dove la popolazione di una Milano difficilmente riconoscibile prolunga ogni giorno un’esistenza che sembra aspetti solo la fine. Forse non è filologicamente corretto relazionare le due ambientazioni, seppur temporalmente ravvicinate, ma ciò che le unisce intimamente è la potenzialità generativa. In ambedue i mondi si avverte di essere sull’orlo di una catastrofe, nel senso di una crisi che permetta un balzo ‘oltre’. Evolutivo, quantico, generazionale, poco importa, in entrambe le realtà la brace che cova sotto la cenere sta’ per dare vita ad un ‘novum’. Tutte le nuove forme di esistenza che appaiono nel palcoscenico che Tonani descrive lottano per sopravvivere, per crearsi uno spazio di realtà dove incunearsi. E’ in fondo quindi – in ambedue i romanzi – lo stesso mondo, crudele e aggrappato a quel poco che gli resta, potenzialmente stermi
nato ma incapace di proiettarsi in un futuro concreto, ed infine comunque vittima delle droghe, di qualsiasi tipo, che “fanno esattamente questo: ti strappano fuori ciò che hai dentro“, lasciandoti nudo, ed esposto al vento gelido dell’inverno di Milano.

Pubblicato su Il recensore. Lo trovate poi anche qui, sul sito di Dario.

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Dopo il successo ottenuto lo scorso anno con “La città Perfetta”(Garzanti), l’editore prettamente ‘nero’ Meridiano Zero, ha voluto riunire in un volume unico intitolato “Napoli nera“, due racconti lunghi di Angelo Petrella, entrambi cronologicamente precedenti a “La città Perfetta”. “Cane rabbioso” difatti è del 2006, e “Nazi Paradise” dell’anno seguente. L’operazione è encomiabile, intanto per il valore intrinseco dei due testi, e secondariamente in una prospettiva genealogica circa la genesi dell’opera che è seguita.

Tecnicamente i due racconti sono pulp puro. La lezione del più feroce romanzo americano è stata compresa perfettamente ed ambedue i racconti (soprattutto il primo) sono quello che di solito viene definito un pugno allo stomaco. Ma non è tanto nella ferocia e nella violenza che vi si trova la peculiarità che rende così innovativi e geniali questi racconti, bensì nel linguaggio. Petrella prende la frase, la disossa e ne sparge i brandelli sulla pagina. Applica alla perfezione alla lingua le stesse abiette violenze che i suoi personaggi usano e subiscono. La lezione della sceneggiatura è applicata perfettamente: al punto che in certi momenti Petrella descrive le scene fotogramma per fotogramma.

E’ scontato che l’etica e la morale abitano lontano da qui. Nessuno si salva, ma nemmeno di sfuggita, ma questo lo si capisce dopo dieci righe. L’unico obiettivo è la sopravvivenza, almeno per i dieci minuti che seguono. “The Bad Lieutenant” di Abel Ferrara è un’operazione per bambini – in confronto. Brevemente le trame.

Cane Rabbioso” racconta di questo poliziotto, all’apparenza con un cartellino di tutto rispetto, scrittore, poeta, noto per la sua attività: un poliziotto di successo. Nella realtà è invece membro di una specie di ‘cupola’ composta da vari membri delle forze dell’ordine e costituita per la spartizione dei vari mercati illegali nella città. Il personaggio diventa addirittura paradossale, tanto è sproporzionato nel suo eccedere. Chiunque se utilizzasse il quantitativo di droghe e psicofarmaci che viene utilizzato dal poliziotto nell’arco di ventiquattro ore sarebbe solamente disteso sul tavolo di un obitorio. Ma non è questo il punto: il perno è nella ferocia assoluta con cui tratta il resto del mondo. In lui non è rimasta la benché minima traccia di umanità, nel senso morale del termine. Persino la sua stessa morte è vista solo e unicamente come un evento noioso e senza alcun senso: così come il resto del mondo. Senza senso.

Nazi Paradise” è stentatamente meno caustico. Il giovane naziskin protagonista del racconto permette anche un minimo di identificazione, nonostante la sua assoluta estraneità da ogni comportamento civile. Anche per lui l’unico valore è la sopravvivenza, ma lui non è un dominatore come il poliziotto di “Cane rabbioso”, bensì un perdente, uno zombie, tanto è precaria la sua stessa esistenza. Tutto ciò che lo salva è l’adesione ad alcuni principi (valori) di stampo nettamente neo tribale che condivide con i ‘camerati’: la curva allo stadio, l’odio per gli extra comunitari e per tutto ciò che è etichettato di ‘sinistra’, l’avversione ai poliziotti, ed alle forze dell’ordine in genere, come a tutto ciò che è ‘istituzionale’. L’anarchia si ritrova sotto l’etichetta evolutiva di una società hobbesiana.

L’aspetto più interessante di questo secondo racconto è invece l’introduzione, soprattutto nel linguaggio, dell’esperienza informatica e tecnologica. Il protagonista è un hacker e vive (anche) nel mondo delle chat e dell’hackeraggio: furti nelle banche, incursioni nei siti altrui, etc. Petrella riporta minuziosamente il linguaggio delle chat, anche ricorrendo ad invenzioni grafiche e linguistiche (per il tema mi permetto di rimandare a Di Gregorio: “L’analisi della conversazione in chat” Il Ciliegio Edizioni – pg. 83 e sgg.), costruendo ancora una volta uno schema quasi cinematografico, anche se su un canale diverso.

Questo articolo, leggermente modificato, è stato pubblicato su “Il recensore”