Giorgio Vasta # 2

21/01/2010

Sono passate poche settimane dalla mia pubblicazione di un piccolo excursus a proposito di Giorgio Vasta (che trovate qui). Questo brano ha poi preso vita propria, ed ha proseguito il suo cammino, fino ad essere letto dall’amica Barbara Gozzi, che lo ha inserito in un suo articolo molto più ampio e documentato a proposito dello scrittore siciliano.
Ringrazio Barbara ancora una volta e inserisco i link alle due sezioni dell’articolo, che invito a leggere con attenzione, poiché si tratta di una delle disamine più precise che ho letto a proposito de “Il Tempo Materiale”.

http://www.agoravox.it/attualita/cultura/article/di-un-giorgio-vasta-alcuni-11181

http://www.agoravox.it/attualita/cultura/article/di-un-giorgio-vasta-alcuni-11182

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Ieri, alla libreria Utopia di Milano, Giuseppe Genna ha presentato Giorgio Vasta ed il suo romanzo, edito da Minimum Fax, “Il tempo materiale“.
Premesse importanti: Giorgio Vasta è un esordiente, anche se in realtà è molto che lavora nel settore, il romanzo è uscito un anno fa, ha ricevuto una lunga lista di critiche più che positive, infine io non ho (ancora) letto il romanzo.
Infatti non ne parlerò.
Vorrei parlare dell’impressione, profonda e viscerale, che ha lasciato in me Giorgio Vasta.
Servono degli strumenti metodologici: quando frequentavo le aule universitarie, il compianto professor Fergnani, docente di Filosofia Morale, cercava di mostrarmi come affrontare un testo, e nel fare ciò sottolineava la intima necessità di ogni singola parola in un preciso contesto. Ogni parola aveva quindi un suo ‘luogo naturale’, un suo domicilio eletto, in cui – e solo li – assumeva appieno il suo valore, il suo senso, il suo stesso scopo intrinseco. Il fonema, il suono, si riconosce nel contesto in cui viene espresso, e li trova la sua autenticità. Se comprendi appieno la logica interna del linguaggio (proprio dell’autore) capisci come e perchè in quel punto del ragionamento non ci poteva essere altro che quel termine, e quindi diventa trasparente anche l’obiettivo del ragionamento stesso, che a quel punto si dispiega come un sentiero nella foresta.
Sono quindi diventato molto esigente dal punto di vista del linguaggio. Considerando i miei (numerosi) limiti cerco di ottenere in ciò che scrivo una certa precisione terminologica, alla luce della convinzione per cui il linguaggio nasconda e disveli contemporaneamente la verità ontologica delle cose stesse. Nominarle per cui assume un valore mitopoietico e demiurgico, oltre che epistemologico.

Questa arte di cui vi sto parlando è compiuta da Giorgio Vasta in una maniera ssolutamente superba. Ascoltare il suo dire è stato per me un fenomeno in prima battuta fisico. La sua costanza e la sua cadenza, nel momento in cui si sbilancia, nello sguardo e nell’intelletto, ad accogliere il termine dovuto in quel momento ed in quel luogo, sono state un respiro di pulizia filosofica.
Come in una fresca mattina invernale, se sei in montagna, l’aria pulisce il cielo e segna la pelle, per il freddo, così la parola di Giorgio Vasta sgombra nettamente il campo da ogni più picolo equivoco, tale è la pulizia della sua espressione, ma contestualmente segna, e taglia, perchè il suo dire è vicino al vero, e non lascia spazio agli agenti della mediazione e del compromesso.
Durante la serata Giorgio Vasta ha parlato a lungo, con un evidente desiderio di spiegare e trasmettere nel modo migliore possibile ciò che riteneva fosse scritto nel suo romanzo.
Solo in pochissime occasioni (due o tre) ha utilizzato riferimenti di tipo ‘culturale’, ovvero ad altre opere letterarie o filosofiche, rammento una citazione de “la montagna incantata“, una del Talmud ed una scrittrice bosniaca.
Ogni altro esempio, ogni altro concetto, è stato trasposto utilizzando gli oggetti.
Quegli stessi oggetti sottostanti al suo potere demiurgico, e rivelati dal linguaggio e dall’oralità.
Ma la cosa – per me – devastante, è stata l’insorgenza continua nel suo dire del background che ha portato ai concetti in quel contesto espressi. Continuamente apparivano in controluce – come ombre cinesi – oppure in dissolvenza, come nel montaggio di un film, Foucault, Baudrillard, Debord, Deleuze, ed ancora, ancora più sullo sfondo, Platone, Aristotele, Eschilo, e Kant, Spinoza, Levinas. Era come stare in una sala dove tutti costoro erano presenti, per contribuire, ognuno per la loro parte, al suo dire.
La storia del mondo parla per bocca di Giorgio Vasta.
Ovvio che detto così sembra solo una frase ad effetto, ma se così non fosse non avremmo quella percezione di qualcosa di epocale, di unico, che invece perviene dal suo dire.
Come dice Giuseppe (Genna): la nostra generazione, questa Italia, si riflette in quest’opera.
Non lo so, lo scriverò appena letto il libro.
Certo comprendo meglio ora le considerazioni in merito fatte da Genna stesso e da Giulio Mozzi.
Eppure ancora più che altro mi afferro al linguaggio.
Dalla pubblicazione del romanzo si parla del valore linguistico dell’opera di Giorgio Vasta, ma non mi sembra di aver letto nulla sulla sua grandezza come cantastorie, come affabualatore – complice il suo essere picaresco.
Come Omero, racconta le storie del mondo, e le rende vere.
Come Don Chisciotte traduce in se il mondo intero.

Comunque vada la lettura de “Il tempo materiale”, già da ora posso solo ringraziare Giorgio Vasta per gli orizzonti di potenzialità che mi ha mostrato. Non credo che esista una letteratura attuale, ma questo testo ha le carte in regola per voltarsi nella direzione giusta.