Pietre

27/09/2010

Il poliziotto guarda le carte che si allargano sulla scrivania e pensa che è veramente un lavoro del cazzo. Non capisce dove sia il problema. Non c’è nulla di strano. Rapina in gioielleria: chiedono di vedere degli anelli e poi mano alle armi. Tutto videoregistrato. Sacchetto dell’immondizia, due colpi in aria e via. Nessun ferito. Qual è il problema? Solito iter procedurale: domande a chi di solito acquista refurtiva, perquisizioni nei campi rom, ecc.

Riguarda il video: uno dei due rapinatori prende in mano un anello, lo guarda, lo volta, lo infila in tasca. Lo guarda: lo guarda bene.

Il poliziotto esce, cammina verso il bar. La gioielleria è a poche decine di metri. Ci passa davanti. Seduto per terra un mendicante. Gli butta un euro. Lui non lo vede neppure. Vede che allunga una mano dietro di sé. Raccoglie una pietra da terra. Il poliziotto tende i muscoli, pensa che voglia lanciarla contro di lui, ma il clochard, guardandosi intorno, avvicina la mano alle labbra, mette in bocca la pietra e la ingoia.

Il poliziotto corre verso di lui e lo afferra, temendo che muoia soffocato in pochi minuti, ma si accorge con sorpresa che il tipo sta bene, ha ingoiato la pietra molto naturalmente.

Gli parla:

Stai bene?
Certo. Perché?
Hai appena ingoiato una pietra. Le persone non lo fanno di solito, o se lo fanno rischiano di morire.
Non so, amico, a me le pietre piacciono, mangiarle mi fa sentire meglio. Non chiedermi perché, sono solo un mendicante.
Ma non sei mai andato in ospedale?
Una volta che mi ero tagliato, ma mi hanno mandato via, ché puzzavo troppo.

Il poliziotto concorda su questo aspetto, lentamente si alza per scostarsi. Gli chiede ancora se sta bene e quello conferma. Di nuovo.

Nei giorni seguenti, mentre sbriga la pratica per la rapina dal gioielliere, il poliziotto capita più volte su quella via, e rivede spesso il barbone. Ogni volta si ripete la stessa scena: cammina, oppure è seduto, raccoglie un sasso, a volte più grande, a volte piccolo, e lo ingoia, solo, senza nemmeno un sorso d’acqua.

Il poliziotto pensa che il tipo è partito di testa, e che al più presto lo ritroverà cadavere, uno non può andare avanti così per molto. Pensa che forse dovrebbe chiamare un’ambulanza e farlo ricoverare con un TSO. Decide che chiederà al suo superiore.

Il barbone tasta la pietra. Sente se è calda. A volte di più. Altre sono gelide, e allora le mette nelle mutande. Le pietre a volte sono rotte, e allora le deve lisciare. Per molto tempo le sfrega con le mani l’una contro l’altra, e infine non solo sono lisce ma cambiano anche colore. Luccicano. La luce che c’è imprigionata inizia ad uscire. Quelle sono le migliori, è in quel momento che lui le mangia. Sente la luce dentro di sé, e la luce lo guarisce. Il barbone riconosce tutte le pietre. Le vede, anche da lontano, e sente se hanno la luce. Vede il colore, sente il calore e il peso. Le pietre sono antiche quanto la terra. Le pietre sono oneste: non sanno che esisti, per loro stessa natura illuminano e guariscono.

Il poliziotto esce dal bar. È notte fonda. È ubriaco. Il barbone è lì, seduto. C’è qualcosa che non va. Due uomini sono in piedi davanti a lui, uno lo prende a calci.

Il poliziotto si gira e si incammina nella direzione opposta. Di fronte a lui un’auto dei Carabinieri. Vaffanculo, non può andarsene. Se quelli se ne accorgono ha finito di vivere tranquillo. Allora ritorna sui suoi passi, e vede che quelli continuano a menare il barbone. Gli girano i coglioni. Si avvicina.

Allora, avete finito di rompere?

Quelli si girano, hanno davvero due facce di merda, entrambi hanno le lame. Stavano torturando il barbone. Ma di che cazzo si fa la gente? Lo guardano storto e gli dicono:

Sparisci. Tu non hai visto niente e non hai problemi.

Il poliziotto risponde calmo che non vuole storie, che i Carabinieri si stanno avvicinando, che devono solo togliersi dalle palle e mollare il barbone, così nessuno si fa male. Quello sembra che non lo senta nemmeno, estrae un pistolone da film. Insieme al suo compare inizia a sparare verso il poliziotto e i due Carabinieri che sono ormai pochi metri alle sue spalle.

I due volano secchi, come rami spezzati. Il poliziotto si piscia addosso e urla come una scimmia. Spara tutti i colpi della sua pistola d’ordinanza. La vita genera casi, coincidenze fortunate: insomma, li secca. Entrambi.

Con i pantaloni sporchi di merda il poliziotto si avvicina. La gente si affaccia alle finestre. La sbronza gli è passata. Controlla che i morti siano tutti morti, compresi i Carabinieri. Chiama il commissariato e le ambulanze. Chiama anche sua moglie.

Poi cammina verso il barbone. Lo sente rantolare. Si abbassa verso di lui, vede sangue ovunque. Guarda meglio, e poi capisce. Lo hanno sventrato, ha lo stomaco aperto. È ancora vivo, recita strani versi e litanie. Cristo, povero vecchio. Il poliziotto guarda se può fare qualcosa, ma ne dubita. Poi vede che dentro la sacca dello stomaco ci sono le pietre. Le pietre che il vecchio continuava ad ingoiare erano lì, almeno in parte, dentro al suo stomaco. E lì, brillante come l’onestà, luminoso come la purezza, uno splendido diamante è in bella vista, tra le pietre di strada e i ciottoli. Il poliziotto guarda il barbone. Quello accenna un sorriso doloroso, quasi di scusa, e cerca di sussurrargli qualcosa che parla di cura e di onestà.

Il poliziotto non capisce, ma non importa. Il barbone muore davanti a lui. Pochi minuti prima delle ambulanze.

L’assicurazione del gioielliere ammise che in fondo era contenta.

Pubblicato su Scrittori Precari

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Non è passato molto tempo, forse nemmeno due anni, da quando ho avuto il piacere di conoscere e presentare per la prima volta Sergio Paoli ed il suo “Ladro di Sogni“. Questa fotografia ritrae quel piacevole incontro. In seguito Sergio ha accettato di presentare nella stessa libreria, “La Talpa” di Novara, anche il suo secondo romanzo Monza delle delizie. E’ stata una serata interessante, a cui si è aggiunta la presenza della giornalista Valentina Sarmenghi che ha poi pubblicato sul Corriere di Novara una sua intervista a Sergio, ma che purtroppo è stato impossibile recuperare on line. Se prima o poi il testo dovesse essere disponibile certamente aggiornerò questo stesso post. Qui sotto si legge, con un imperdonabile ritardo, la recensione che allora ne scrissi e che fu – al tempo – pubblicata su Il recensore.com

Monza delle delizie. Storia di poteri e malaffari (Frilli 2010) è il nuovo romanzo di Sergio Paoli, già autore lo scorso anno del fortunato Ladro di Sogni, edito sempre da Fratelli Frilli e interpretato dal medesimo protagonista: il simpatico, accattivante, timido, e dotato di molte altre qualità ben evidenziate nel testo, commissario Federico Marini.

E’ importante sottolineare questi aggettivi, ed è evidente che Paoli li individua in modo particolare, perché ci tiene a distinguerlo in modo esclusivo, a renderlo ’speciale’. Il suo non è un poliziotto come gli altri, è diverso, e in modo preciso, forte, fin dall’inizio e dalle sue dichiarazioni sulla ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz di Genova che gli hanno interrotto per sempre la carriera, oltre ad inimicarsi tutti i superiori in grado.

Monza delle delizie si occupa di un tema quanto mai attuale e d’impatto: i rapporti tra impresa e criminalità organizzata. Sembrerebbe un saggio ed anche imponente: invece è un giallo poliziesco. Monza delle delizie è una forte presa di posizione critica nei confronti di quelle multinazionali oggi note come corporation, dei veri e propri stati indipendenti, spesso con un fatturato superiore al PIL di molte piccole nazioni. Il tema è quindi è estremamente attuale, soprattutto in un Italia che, negli ultimi anni a partire da Cirio e Parmalat, fino alla crisi delle grandi banche, ha visto e vede giornalmente quanto la velina posta tra industria, criminalità e politica è sottile.

Monza delle delizie, in realtà non è precisamente un nuovo romanzo, poiché l’autore ha sempre dichiarato che era stato iniziato prima di Ladro di Sogni, di cui oltre tutto – tecnicamente – è un prequel. Iniziato prima, poi sospeso e infine concluso a posteriori, Monza delle delizie è stato in sostanza scritto durante l’infinita tournee che ha portato Sergio Paoli a presentare il suo libro in centinaia e centinaia di piccole piazze, librerie, rassegne, a volte davanti a dieci persone e altre con molte centinaia.

Sergio Paoli in questi due anni sul web è diventato per molti il simbolo di come deve essere strutturata un’autopromozione seria ed efficace. Anobii, Facebook, il passaparola, le mailing list, i blog, un’intelligente e ragionata serie di rapporti interpersonali generati e coltivati: tutto ciò a portato ad un’ampia diffusione del suo romanzo, che – indipendentemente dalle vendite – è senz’altro uno dei noir di cui si è parlato – e quasi sempre bene – lo scorso anno. Monza delle delizie presumo che seguirà lo stesso tragitto del suo predecessore, anche alla luce di un probabile futuro terzo atto con lo stesso protagonista.

La scrittura di Paoli ha compiuto una precisa evoluzione rispetto all’opera precedente. Vi sono difatti delle differenze non indifferenti tra le due opere. In Monza delle delizie, soprattutto nella prima parte, vi è una padronanza della narrazione assolutamente di prim’ordine. Le critiche di eccessiva partigianeria rivolte a Paoli da molti lettori che non condividono le sue idee politiche perdono completamente valore di fronte alla scrittura di Monza delle delizie. Ovvero, se di Ladro di Sogni si poteva dire (poi si potrebbe discutere, ma la cosa era sensata) che la narrazione risentiva del desiderio dell’autore di far transitare un ben preciso messaggio politico, certamente questo non si può dire di questo nuovo scritto. La narrazione è sciolta ed assolutamente slegata dal contenuto, pur restando netto e preciso ciò che Paoli vuol dirci circa il mondo in cui viviamo. Chiaro che tutto ciò deriva dall’esperienza, e quindi non possiamo che essere lieti di questo passaggio nel vissuto di Sergio Paoli. In sintesi quell’essere monocorde, quel basso continuo, che accompagnava la storia di Ladro di Sogni, è scomparso, e la musica è decisamente più orchestrale. Nel proseguo della storia, quando sempre più l’aspetto dell’indagine poliziesca in senso stretto prende il sopravvento la scrittura si tende, perdendo quella musicalità che è propria della prima parte per diventare invece più thriller, forse più vicino agli standard americani, più simile – in un certo senso – ad un giallo poliziesco puro: qui servono le prove, gli indizi, gli appostamenti, i testimoni. Senza assumere i connotati del legal thriller la narrazione quindi cambia, e così il ritmo sottostante.

Per concludere, Monza delle delizie è un romanzo che segna una netta crescita tecnica e professionale di Sergio Paoli, pur restando un’opera evidentemente ancora di transizione. Aspettiamo Sergio Paoli alla prossima prova, curiosi di quali nemici affronterà questa volta il commissario Marini.

Pubblicata su Il recensore.com

Ed eccoci qui durante questa seconda presentazione !

Corpi Estranei” è il primo romanzo pubblicato di Paola Ronco (Perdisa, 2009).
Il fulcro narrativo di questa storia, il perno intorno a cui ruota il romanzo – ma anche il nodo di questo tempo triste, il nostro tempo – è la precarietà, nelle sue molteplici epifanie. L’estraneità dei corpi, che titola il libro, è quindi vissuto, e la metamorfosi degli stessi, che diventano appunto estranei, un infinito reiterarsi di questo vissuto psicotico. Il corpo proprio ci diventa alieno, e come il tenente Ripley, scopriamo solo troppo tardi che lui siamo noi, e noi siamo lui.
“Corpi estranei” è ben strutturato dal punto di vista narrativo, in linea con la scuola che Luigi Bernardi ha costruito a Perdisa in questi anni. Vi si trovano tre personaggi che in prima battuta non hanno apparentemente nulla a che fare l’uno con l’altro, e solo ad un punto ormai alquanto inoltrato della storia ci viene – lentamente – mostrato il legame tra le parti. Un poliziotto reduce da un evento che lo ha reso un invalido, zoppo e incapace di perseguire il suo mestiere. Una Pr assunta – a contratto – come stagista in una società, e dove si ritrova invischiata nella più ovvie forme di relazioni falsificate: dal sesso malvissuto con il superiore responsabile, al mobbing più feroce per finire con l’incapacità di essere solidale e vicina a chi è nel suo stesso stato di subalternità. Sono forme che esprimono l’aggressività più naturale, legata alla sessualità e alla gerarchia all’interno del gruppo, visibili in un branco di lupi così come in un ufficio qualsiasi.
Infine Alessia, studentessa disperata, che si trasporta da un esame tentato alle agenzie di collocamento interinale, cercando – come un rabdomante – di individuare un punto fermo nella sua esistenza, personale e pubblica, se mai vi fosse una differenza.
Tre corpi, quindi, ma tre corpi malati. Cabras – il poliziotto – è storpio, Silvia, la Pr, soffre di nausee continue e di ansie incontrollabili, ed Alessia oltre a soffrire di importanti difficoltà respiratorie, che la inducono e convincersi di avere una malattia polmonare, ha una vera e propria fobia verso le divise (fobia assolutamente motivata, come vedrà il lettore). Tre corpi quindi che mostrano la loro sofferenza rispetto alla loro impossibilità di accedere ad una certezza. Perché l’essere precario nel mondo alieno di Paola Ronco, non è solo una delle forme del lavoro salariato, e quindi una forma avanzata dello sfruttamento capitalistico nel nostro tempo, ma prima di questo è precarietà del proprio essere, del proprio corpo.
Noi oggi siamo ‘fisicamente‘ precari, nelle ossa, nella pelle, nello stomaco, nel cuore. La precarietà ontologica di certo esistenzialismo è passata per osmosi nella carne e nelle ossa. La Science Fiction degli ultimi decenni ha mostrato come il corpo futuro può infine diventare una delle molteplici periferiche del cervello, come una qualsiasi stampante, e come quindi sia possibile cambiarlo, facendone tranquillamente l’upgrade, con un modello tecnologicamente più avanzato.
Ma qui non siamo nella Silicon Valley, qui siamo a Torino, ed i corpi sono modelli di terza mano, svenduti alle bancarelle di un mercatino dell’usato, riciclati dopo una manifestazione in cui hai preso troppe botte, o dopo del sesso che proprio non avresti voluto fare. Non valgono molto i corpi smarriti di Paola Ronco, ed i loro proprietari lo sanno, e lo soffrono.
Anche se alienato, anche se allontanato, quasi che con lo sguardo lo si possa vedere dall’esterno, il mio corpo dovrebbe fenomenologicamente rimanere il mio corpo proprio, la mia appercezione immediata di me stesso. Il distacco, il parto violento della precarizzazione, comporta quindi dolore, oltre che vertigine.
Non sappiamo ancora, perché il tempo trascorso è ancora troppo breve, quali saranno gli effetti a lungo termine della violenza che è stata esercitata su questa generazione. Strappata dalla modernità per essere gettata nel puro indeterminato del reality. Nei prossimi decenni lo strappo esistenziale tra la realtà e la coscienza collettiva di questa generazione si mostrerà in tutto il suo radicalismo. Questa radice, questo legame archetipico, è il cuore stesso del patto sociale, ed è un discorso comune, una lingua che nomina, e determina i rapporti sociali.
La sua frantumazione – ad un livello così profondo, il livello corporeo – richiederà un lungo percorso per essere ricomposta. Paola Ronco sa che molto dolore deve essere ancora sopportato dai suoi personaggi, che annaspano alla ricerca di soluzioni per la propria indeterminatezza. Ognuno – inevitabilmente – troverà delle soluzioni biologiche, poiché queste riguardano i loro corpi, prima ancora che il loro lavoro (ovvero l’espressione della nostra identità), e la corporeità deve essere resa immediata. La trama – nel senso dell’ordito – trova una sua momentanea e probabilmente passeggera soluzione. E’evidente però che nessuna delle pieghe dell’ordito stesso si è (s)piegata alle richieste di una conclusione rassicurante. La questione è appunto epocale e generazionale, e non si può certo rinchiudere in una soluzione narrativa, che Paola Ronco difatti si limita ad abbozzare, inserendo nella narrazione lo spazio del possibile, ovverosia del futuro.

Pubblicata su “Il recensore


Al di là di quello che potrebbe sembrare ad una prima lettura, l’ultimo libro di Cristina Zagaria, “Perché no” (Perdisa edizioni, 2009), ha come oggetto non tanto Napoli o la malavita, che pure ne sono l’ambientazione e lo sfondo, bensì l’adolescenza, quell’aria particolare che si respira quando hai appena finito di imparare a camminare ed ancora non hai raddrizzato la spina dorsale, per camminare eretto nell’età adulta.
E’ un’aria frizzante, che inebria, e che può facilmente confondere le prospettive, per cui non è più chiaro ed evidente cosa c’è in primo piano e cosa sullo sfondo: il fuoco dello sguardo si sposta, molto – troppo – velocemente.

Francesco e Daniele sono due ragazzini, appena adolescenti, farebbero le medie se fossero assidui studenti, e sono i protagonisti di questa storia. Intorno a loro il mondo della Napoli cosiddetta popolare, dei mercati, dell’ufficio postale, della disoccupazione, della malavita e della polizia.
Ma tutto ciò è la scenografia, i costumi, la fotografia. La sceneggiatura di questo cortometraggio – la scrittura è molto filmica, sarebbe facile una trasposizione – è centrata sui due giovani, e sul loro approccio ai primi ‘giochi proibiti’, che però sono di tipo decisamente più pericoloso del sesso.
Cocaina, pistole e rapine si intrecciano nelle relazioni con i malavitosi più o meno cresciuti, che controllano l’isolato, il marciapiede, la strada, il rione. Pennellate di vita spicciola si innestano sul terrore quotidiano, nel sentore di vivere costantemente sull’orlo della catastrofe, e questo, per la delicatezza di un animo che si sta affacciando alla vita pubblica, è totalmente distruttivo.

E proprio la distruzione – la violenza pura – diventa quindi il leit motiv, del racconto: tutto degrada, tutto degenera, in una spirale che giorno dopo giorno, ora dopo ora, trascina inesorabilmente due giovani anime verso lo scuro. L’assenza di una struttura familiare consolidata, nonostante l’impegno che spesso i singoli non risparmiano, si rivela il vero cuneo che spacca il fragile corpus di valori di un adolescente sottoposto alle pressioni di un ambiente ostile e violento.

Se alle spalle di un dodicenne emotivamente frastornato dalla sequenza di lampi e di luci del luna park mediatico in cui si vive tutti, esposto come una falena che brucia su un lampione, vittima della macchina desiderante che ci obbliga a cambiare cellulare ogni mese, se alle sue spalle dunque trovassimo il solido muro di una famiglia non smantellata dalla carenza di lavoro e di strutture sociali, la resistenza di una scuola dove gli insegnanti vengono riconosciuti per il baluardo che sono, non posso certo dire che il serbatoio di manovalanza a buon mercato della criminalità organizzata sarebbe smantellato, ma certamente la sopportazione di una vita che si prospetta di duro lavoro e di scarse gratificazioni sarebbe più facilmente possibile.

Cristina Zagaria ci racconta questa disillusione, e la rende ancor più terribile incarnandola in coloro che dovrebbero darci speranze nel futuro. Bambini soldato, come in Africa o in Asia, Francesco e Daniele mettono a nudo la coscienza di una nazione che – purtroppo non da oggi – è incapace di proteggere i propri figli.
E’ questo è il peggio che si può scoprire di se stessi.

pubblicata su Il recensore.

Sabato 14 novembre, presso lo spazio Milano Nera alla Libreria Mursia di Milano, si è svolta la presentazione di “Il mio vizio è una stanza chiusa” antologia di racconti pubblicata in una delle collane del “Giallo Mondadori“. Presente il gotha della narrativa giallo/noir/thriller/horror (ormai siamo in balia di generi e sottogeneri), la presentazione ha visto una folta presenza di pubblico e di addetti ai lavori del settore. Tra gli autori, erano presenti, oltre al curatore Stefano di Marino, Barbara Baraldi, per l’occasione da Bologna, Andrea Carlo Cappi, Andrea G. Colombo, Claudia Salvatori e Daniela Basilico. Inoltre nel pubblico si sono visti Cristiana Astori, Paolo Grugni, Adriano Barone, e molti altri nomi emergenti di cui si riparlerà in futuro. Figura portante di questa e di molte altre iniziative analoghe degli ultimi anni, il responsabile del settore edicola della Mondadori: Sergio Altieri.

Scrittore di successo lui stesso, Altieri ultimamente ha dato un’impronta netta e personale alla conduzione di alcune storiche collane da edicola: Giallo Mondadori, Segretissimo, Urania e le molte altre collegate. Sotto la sua gestione la presenza di autori italiani è aumentata in modo esponenziale e – contestualmente – si sono rivelati una serie di fenomeni letterari di qualità più che dignitosa. Il segreto – se così lo si vuole chiamare – di questo successo, è senza dubbio nel lavoro di squadra. Altieri si è guadagnato la fiducia di un nutrito gruppo di validi scrittori, spesso finora costretti nel rigido schematismo del prodotto da edicola, e che oggi, nelle condizioni di poter esprimere le loro capacità, sono in grado di produrre una serie di opere che non hanno assolutamente nulla da invidiare alle migliori scuole straniere.

E la miglior risposta la sta dando il pubblico dei lettori, che accorre numeroso alle presentazioni, come è successo oggi, e come si era già visto all’incontro relativo a “Bad Prisma“, antologia horror a cura di Danilo Arona (che tra l’altro compare anche qui ne ‘Il mio vizio’). La qualità della scrittura di genere è cresciuta in parallelo con la richiesta del lettore: ulteriore dimostrazione – se mai ve ne fosse stato bisogno – che un pubblico di qualità nasce e cresce se c’è un offerta editoriale altrettanto di qualità.

Entrando nello specifico dell’antologia, il fulcro narrativo è dato dal cinema ‘thrilling’ italiano, contestualizzabile nella produzione degli anni settanta. Il riferimento è quindi a tutta quella cinematografia cosiddetta di serie b che per molto tempo, nonostante l’assoluta mancanza di riconoscimento dal mondo della cultura ‘alta’, ha invece proposto al pubblico storie comprendenti una serie di tematiche socialmente dirompenti ed aggressive.

Il corposo saggio sul tema che il curatore di Marino inserisce nell’antologia è assolutamente esaustivo, ed un piccolo gioiello per gli amanti del genere. I racconti quindi sono tutti pensati come delle sceneggiature sul genere, e tutti – per precisa richiesta del curatore – ambientati in Italia. Prima di concludere vorrei citare anche Alda Teodorani e Patrick Fogli, gli ultimi due autori presenti e che finora non avevo nominato, ma che certo non hanno bisogno di ulteriori presentazioni, vista la loro notorietà.

Vorremmo quindi – in futuro – continuare a leggere opere come queste, scritte da narratori italiani che, evitando polemiche da pollaio sull’etichetta da mettersi in fronte la mattina, compiono un lavoro serio, di ricerca, documentato, dove spesso si giunge a comprendere le motivazioni di comportanti sociali altrimenti inaccessibili con altri strumenti, e – cosa che non stona – spesso anche vincenti dal punto di vista delle vendite.

Pubblicato su Il recensore.

Inoltre qui trovate una gustosa intervista a Stefano proprio a proposito dell’antologia.

e infine qui il booktrailer.

Zena.

06/11/2009

Le mura della Malapaga” (Frilli, 2009) è l’opera d’esordio di Enzo Chiarini. Un libro arduo, a tratti faticoso, ostico, duro. Nel linguaggio e nei contenuti. Dove siamo? A Genova, e le Mura della Malapaga sono un tratto dell’antica cinta muraria che partendo dalla Porta del Molo Vecchio, raggiungeva il Casone della Malapaga. Questo era la prigione dei debitori inadempienti, da cui il nome della tratta muraria stessa.
Siamo nel centro della città vecchia, “nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi“, e gli abitanti sono, da sempre, malavitosi, puttane, assassini e delinquenti di ogni sorta.
Le mura di Malapaga sono diventate note ai non-genovesi negli anni ‘60, grazie ad un omonimo film francese con Jean Gabin, girato proprio a Genova. Il film, che vale decisamente lo sforzo di trovarlo, è diretto da Renè Clement, e prese l’Oscar come miglior film straniero.
Il romanzo di Chiarini risente di queste influenze, l’anima antica e tutt’altro che gentile della Zena dei caruggi, il noir di stampo francese, di tanti film e libri divorati dagli adolescenti di alcuni decenni or sono. Su tutto ciò si innesta la cinematografia italo americana dei Coppola, Scorsese e DeNiro, in un romanzo di formazione che tanto ricorda Noodles ed i suoi amici in “C’era una volta in America” di Sergio Leone.
Il romanzo è ben scritto, scorre veloce, in particolare nelle scene d’azione, dove Chiarini taglia seccamente sul linguaggio seguendo un percorso che lo porta vicino alla scrittura cinematografica. Sicuramente nel procedere della trama la lingua si scioglie sempre più e nella seconda parte si rincorrono gli eventi, che si susseguono senza sosta. Fa bene Chiarini a ridurre gli spazi di riflessione – a volte troppo alieni all’ambiente grezzo e tagliente – ed a lasciare che sia la velocità della storia a condurre il romanzo.
Il protagonista è un adolescente, addirittura poco più che bambino all’inizio della storia, che sprofonda lentamente nelle sabbie mobili della violenza, spesso gratuita, e della malavita, sempre più corrotta e feroce. Si fa chiamare Vittò, ed il romanzo è costellato di nomi e nomignoli, come abitudine nel gergo delle bande, si va dal genovese al siciliano, dal sardo al napoletano, percorrendo un’Italia delle bettole e dei vicoli, dove il soprannome è ciò che esprime chi sei, non un nome dato da un padre spesso ignoto o perduto. Incontriamo così il suo mentore, Santo Denovo, Pino “Asso di Bastoni“, il capo mandamento, Sasà “quattru pili“, e così via con tutti gli altri complici di una vita criminale.
Vittò procede nella sua carriera giungendo al carcere, tra morti innocenti e tradimenti. Il senso dell’onore e dell’appartenenza gli impediscono fino all’ultimo di tradire quelli che ritiene amici, salvandosi probabilmente dalla terribile fine che lo attende. La sua è una discesa agli inferi, da cui nessuno ti può salvare, una volta che hai venduto l’anima. Procedendo negli anni la luce si fa sempre più flebile, ed infine solo il buio accoglie le anime nere e corrotte, dannate sin dall’infanzia in un personale e su misura girone dantesco.
Enzo Chiarini è nato a Genova, e da quello che si legge nella sua scheda biografica, probabilmente nel suo romanzo c’è molto di vissuto personale, al punto che lo scrive in prima persona, e ci avvisa che molti dei suoi personaggi ‘erano’ reali. “Le Mura della Malapaga” è il suo primo romanzo edito, ma nella quarta ci avvisa di altri romanzi inediti. Speriamo di leggerli presto, e che mantenga la qualità di questo primo.

Pubblicato su Il recensore.


Carenze di Futuro” (Editrice Zona, 2009) è il nuovo romanzo di Roberto Saporito. E’ un’opera estremamente inquietante, e sconcertante.
A tratti sfodera una bellezza artica, ed altrove una grazia umida, e muschiata come la foresta tropicale. Tratta – in prima battuta – di un argomento sottile e pericoloso: ovvero il gioco d’azzardo, e la dipendenza che ne può derivare, in chi si lascia trasportare da quel demone.

In realtà il testo si avventura in un’escursione attraverso molteplici aspetti della personalità umana, ed approda ad una ricerca interiore sui cedimenti e la tentazione, in senso religioso, quasi uno studio di psico – demonologia.

La scrittura di Saporito è dolce, passatemi la metafora, non aggredisce quasi mai, e sorregge i personaggi, conducendoli con la dovuta delicatezza lungo una trama dai complessi risvolti. L’analisi dei personaggi è esattamente ciò che serve: né troppo né troppo poco. Da un lato non si indugia mai più del dovuto su una storia: i fatti avvengono, e questo ci deve bastare. Dall’altro nemmeno si può definire assente il racconto in quanto trama, che delinea invero meticolosamente i fatti stessi, ma restando su un piano squisitamente fenomenologico, al di qua di ogni interpretazione, di ogni giudizio.

Siamo sul piano percettivo: siamo sensazioni, immagini, suoni, odori, gusti. Con un crescendo di suspense che stride sempre più con l’oggettività formale del linguaggio, la trama di Saporito si apre su inaspettate implicazioni, coinvolgendo figure che casualmente incrociano la vita del protagonista. Come se la vita fosse davvero una partita a poker, come se la fortuna e la casualità muovessero le leve del futuro, così avvengono i fatti. Si volta una carta e compare un personaggio nuovo, che porta con se una storia, un passato ed un futuro, ed altrettanto rapidamente scompare, per sua od altrui volontà, lasciando vuoto lo spazio che aveva riempito.

Ed infine questo vuoto cresce, e il nostro giocatore si ritrova solo, di fronte a questo vuoto che lui stesso ha contribuito a scavare, ma che per molti versi è il vuoto di un’umanità perdente che solo casualmente si incontra con il suo. Vuoto incontra vuoto, nulla su nulla, infine anche la memoria si perde, ed i fatti, gli eventi, dominatori incontrastati di una storia ben al di là del bene e del male, si annichilano, in una luce abbagliante e piatta, come la Camargue in cui si svolge buona parte della narrazione.

Il protagonista del romanzo si è giocato tutto, ha perso tutto, ma in un certo senso è solo quando scopre di aver perso tutto ciò che possedeva, che inizia a perdere davvero. Qui inizia a perdere senso, tempo, lucidità, spazio, anima, ciò che lo rende uomo. Non è un caso che in tante occasioni il protagonista parli di se come di un bambino, non riuscendo a vedersi come un adulto. L’impossibilità della vittoria si riversa nel finale impossibile, dove, viene da pensare a Van Gogh data l’ambientazione provenzale, il nostro si perde nel nulla che gli è rimasto.

Ho altrove definito la scrittura di Saporito come identitaria, ed è un neologismo che ritrovo adatto. Nella descrizione completamente sensoriale emerge questa scrittura assolutamente diversa, secca, amorale, anche se caritatevole. La pietas che riscopriamo per i personaggi incrociati nella lettura, è diretta all’umanità intera, di cui Bruno, Sophie, Luis, Francesca, i figli, Pacifico, e tutti gli altri, sono solo piccole schegge, anche se “ognuna diversa, ognuno in fondo perso dentro ai fatti suoi“.

Roberto Saporito è nato ad Alba nel 1962, e questa è la sua ultima prova come romanziere, dopo tre romanzi e due antologie di racconti. Artista molteplice, è anche pittore, e questo aspetto ritorna nella sua scrittura, per cui, in effetti, si potrebbe dire usa il pennello.

Pubblicata su Il recensore.

Joe R. Lansdale è l’autore dei testi di questa breve graphic novel, “Le ali dell’inferno” (BD edizioni, 2009). Lansadale è un texano di mezza età che negli ultimi venticinque anni si è imposto all’attenzione mondiale per la sua smisurata opera letteraria. Nella lunga lista di ciò che è stato pubblicato in Italia, principalmente da Einaudi e Fanucci, ricordiamo “La sottile linea scura“, la trilogia della “Notte del drive-in” e “In fondo alla palude“, ma sono solo dei brevi consigli.

Joe R. Lansdale, guru del romanzo americano contemporaneo di genere, ha riproposto, sotto forma di graphic novel questo racconto, originariamente scritto da Robert E. Howard, il creatore di Conan.

Alla sceneggiatura di Lansdale si associano i disegni di Nathan Fox. L’edizione originale è della Dark Horse, ed in Italia viene riportata dai mai abbastanza lodati tipi di BD Edizioni.

Il racconto è un horror puro, quanto di più classico si possa immaginare. La storia di una famiglia assolutamente “normale” che si ritrova a gestire la nuova casa ereditata da un lontano parente. Come spesso succede si illude di poter sistemare la rovina e rimetterla in grado di ospitare persone. Purtroppo la magione è in rovina e vi incombe una maledizione. Non entro ovviamente nella trama per evitare qualsiasi spoiler, ma l’opera è assolutamente eccellente. I fondamentali del genere vengono ripresi nel rispetto dell’originale howardiano, ma l’autore non può esimersi dall’inserire elementi affini al suo stile, dando una precisa connotazione all’opera.

Lansdale non si stanca di rendere omaggio al “grande e meraviglioso Robert E. Howard” ed evidenziare il suo debito nei confronti del maestro, anche se in effetti il suo cipiglio si avverte nettamente in alcuni aspetti. La storia si svolge in Louisiana ed è un racconto a sfondo voodoo, “dove i morti si rifiutano di restare tali“, ma Lansdale è texano, e probabilmente c’è molto delle sue origini nel cowboy che le ragazze protagoniste incontrano nella fuga.

La principale caratteristica resta comunque la potenza del linguaggio di Lansdale: preciso, sintetico e tagliente. Mai si perde in eccessi o in descrizioni superflue. La potenza descrittiva di ogni singola parola è veramente unica. Questo è un breve esempio della sua arte, ma è un ottima introduzione per chi ha intenzione di avvicinarsi alla sua opera.

Joe Richard Harold Lansdale (nato nel 1951) scrive letteralmente di tutto: romanzi, racconti, sceneggiature, televisione, fumentii, thriller, horror, SF, western. Molto influenzato dalle sue origini texane, si può dire che abbia dato forma ad un vero e proprio stile. E’ considerato un genio.

Pubblicato su Il recensore


Simone è novarese, ovvero abitiamo nella stessa città. E’ capitato che andassimo a mangiare (e bere) qualcosa insieme a due care amiche. Francesca, che è già apparsa su questo blog, e Paola. Ovviamente la serata è degenerata, e certo non per colpa delle signore. Il risultato di quella serata, e anche di tante altre chiacchierate tra me e Simone, è riassunto in questo articolo, microsaggio, chiamatelo un pò come volete … che, grazie all’amico Stefano Giovinazzo, è stato anche pubblicato su Il Recensore.

Simone Sarasso è poco più che trentenne. Quando ho iniziato ad avvicinarmi a lui ed ai suoi scritti non immaginavo nemmeno l’opera di ricerca e scavo che, in completa incoscienza, si è intestardito a portare a termine per il suo romanzo: una storia d’Italia per enigmi e misteri, a partire dal secondo dopoguerra. Opera che nemmeno un Montanelli o un Biagi si sono azzardati ad intraprendere, consci degli enormi rischi, personali e politici che avrebbero corso. “La trilogia dell’Italia sporca“, così si intitola, e ad oggi ne sono stati pubblicati solo i primi due volumi. Dov’è il trucco? Cos’è che permette oggi a Sarasso di riuscire dove altri ben più titolati di lui non si sono nemmeno azzardati? Innanzitutto – e non bisogna scordarlo – i tempi sono cambiati. Non molti anni or sono, chiunque avesse avanzato certe ipotesi o fatto certe domande, probabilmente avrebbe ricevuto dei regali sgradevoli, spesso definitivi. Oggi – sembrerebbe – non è più così, o per lo meno non lo è finché si parla degli anni fino alla morte di Moro, ovvero del secolo scorso. Il terzo volume della “Trilogia dell’Italia Sporca” è ancora da pubblicare, e solo allora si vedrà quanto il distinguibile lavoro di Sarasso potrà toccare anche gli attuali poteri forti.

Poi, se si vuole, il meccanismo letterario attuato dall’autore è abbastanza semplice, soprattutto alla luce del nuovo modello letterario, il New Italian Epic, che Wu Ming ha imposto alla critica ed alla letteratura del nuovo millennio. Sarasso sta scrivendo un romanzo, e per quanto i principi di verosimiglianza e verificabilità debbano essere rispettati , siamo sempre in un romanzo, non in un articolo di quotidiano (proprio perché la gestione della verità, la differenza tra vero e falso è completamente alterata dalla differenza mediatica). Questo è il paravento di Sarasso, il suo scudo, il meccanismo salvifico che gli permette di chiamarsi fuori nei momento ostici, dove diventa indispensabile la prova provata. Scrivere un romanzo permette di bypassare questi momenti appellandosi a qualche emendamento (forse di Pennac?) che stabilisce la libertà dello scrittore, ma come è facile intuire di questo meccanismo non si può certo fare un uso eccessivo, pena la dipendenza e quindi la perdita di credibilità. Ed è proprio qui che scopriamo la grande perizia di Sarasso: pur dicendoti continuamente che stai leggendo un romanzo, che assomiglia solo alla verità, ma che non è – in senso giuridico – dimostrabile, Sarasso ti convince che ciò che probabilmente è proprio la verità, anche se non potrà mai provartelo. Crudelmente, verrebbe da dire, “in perfetto stile democristiano“.

Questo risultato lo si ottiene solo grazie al colossale lavoro di ricerca sui documenti che Sarasso ha compiuto, grazie agli anni spesi a verificare ipotesi ed a trovare tesi verosimili per problemi finora senza soluzione, ed allo sfruttamento, riconosciuto e ricordato, dei lavori affini di Lucarelli e Genna. La sua narrazione prosegue alternando personaggi diversi, alcuni dei quali sorprendentemente a volte muoiono – impedendo con ciò qualsiasi processo di identificazione tra lettore e personaggio – intercalata con poderosa documentazione d’archivio, che dovrebbe annoiare mortalmente qualsiasi lettore e che invece, nel contesto è assolutamente convincente e coinvolgente.

Turkemar“, il primo romanzo scritto da Sarasso, lo scopriamo in realtà una specie di prequel a “Confine di Stato“, il primo atto della trilogia. Il romanzo racconta della vita di Fred Buscaglione, mito dell’Italia degli anni cinquanta, e nella prima parte della trilogia, Sarasso utilizza le conoscenze che aveva acquisito mentre si occupava della figura del grande musicista. In quegli anni Sarasso lavorava per Fernado Quatraro, che venuto a conoscenza delle capacità del suo dipendente, lo appoggiò decisamente nel proseguo della sua carriera. Sarasso pubblicò quindi per l’editore Effequ prima “Turkemar”, e a seguire una prima edizione di “Confine di Stato”. Notato da Jacopo de Michelis, di Marsilio, da Giuseppe Genna e da Wu Ming, firmò il contratto con
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per l’intera trilogia.


Quest’anno è stato pubblicato anche “Settanta“, secondo atto dell’opera, dove è l’Italia degli anni di piombo che viene passata sotto il riflettore dell’investigatore Sarasso. Non mi soffermo nei dettagli dei singoli romanzi, nell’analisi dei punti nodali della nostra (quasi) democrazia come viene delineata da Sarasso, dal caso di Wilma Montesi a Enrico mattei, soprattutto perché in questo m
omento non ci interessa tanto la veridicità del suo lavoro che pure è importante (sul tema sono già stati scritti moltissimi testi, perché questo dovrebbe essere migliore di altri?), quanto il suo rapporto con il lettore e la letteratura.

Cosa significa oggi rifare questo lavoro? E perché è così importante? Il terzo volume sappiamo che non è ancora stato scritto, forse perché in fondo è il più difficile dei tre, il più vicino alla nostra realtà e quello dove più facilmente si potrebbero toccare cadaveri ancora caldi, e forse sarà quello che, più dei primi due, ci darà risposte a queste domande. Ma Sarasso non si ferma, supera l’impasse dovuto al terzo volume, ovvero al presente, e si rivolge direttamente al futuro: “United we stand“. In Autunno uscirà una graphic novel con questo titolo dove viene inserito parte del materiale raccolto nell’omonimo sito e che si presta a moltissimi percorsi laterali.


Il mondo in cui ci troviamo è decaduto, a seguito della guerra nucleare sino-americana. In Italia è scoppiata la guerra civile, in conseguenza di un tentato golpe fascista e della ricostituita resistenza armata. E’ chiaro che il tutto avviene nel nostro mondo, con i valori e le possibilità del nostro mondo, e tutto ciò nel bene e nel male. Per cui non si tratta della Resistenza che noi conosciamo, ma di una sua versione cyberpunk, potremmo dire, così come il mondo che ne sorge è una specie di mondo parallelo con infinite possibilità di sviluppo.

Un exempla di questo mondo parallelo lo troviamo nel racconto scritto per l’antologia edita da Agenzia X, “Voi non ci sarete“. Il mondo di Sarasso è un Italia maledetta, dove da sempre lo scontro tra le bande armate infiltrate dai diversi blocchi ha provocato stragi e dolore. Il mondo futuro non è da meno, anzi.

Noi non siamo qui per condividere o meno il valore politico dello scrittore Sarasso, che d’altronde lui stesso rifiuta, da cui prende le distanza, ma dobbiamo sciogliere i nodi – almeno quelli possibili, di un’opera incompiuta. Così l’operazione iniziale di Sarasso è basata sulla memoria, e sul suo recupero attraverso la narrazione, riattualizzando così il passato a beneficio di tutti coloro che non lo hanno vissuto. Analogamente vedremo, attraverso l’esplosione mediatica, probabilmente ballardiana, lo sterminio della cronaca e del giornalismo, il loro diventare simulacro, icona della falsità e dell’ipocrisia, che è ciò che avviene nell’oggi, dove nulla ha più determinazione di realtà, quando passa attraverso il media televisivo, anche il dramma più profondo: Giuseppe Genna su questo tema ha scritto pagine memorabili nel suo “Italia de Profundis“. Si giunge così al futuribile, alla profezia, schema narrativo del possibile, dove le mille eventuali interpretazioni dello sciamano Sarasso aprono infiniti futuri ad un ‘Italia sempre più lontana dal reale, e sempre più integrata in un reality. “United we stand” è proprio questa profezia: il drammatico futuro di un Italia che non è stata capace di liberarsi dai gioghi dell’ideologia, e lo sciamano Sarasso ci conduce a vedere il muro che, dopo Roma, divide l’Italia in due.

Voi non ci sarete” (Agenzia X, 2009) è un’antologia corale, più voci, quasi tutte conosciute al grande pubblico, per farsi sentire. I racconti spesso passano in secondo piano, e le antologie sono diventate, soprattutto in questi ultimi anni, la palestra dei giovani autori, a volte non ancora spendibili con un romanzo loro. Non è questo il caso. Gli scrittori qui si cimentano sul tema, complesso, proposto da Alessandro Bertante : “la fine del mondo“.
Non è questo il caso anche perché tutti gli autori di questa eccellente antologia (iniziamo a mettere paletti) sono già rodati, e nonostante la giovane età hanno tutti volumi pubblicati alle spalle, e volumi di valore. Ma andiamo con ordine, con l’ordine in cui ci appaiono, molteplici epifanie dell’ultima ora, i racconti qui presentati. Il primo è di Vincenzo Latronico: “Due o tre cose che ho da dirti sul mondo“. È un testo giocato sul tema dell’ironia, certamente venata di amaro, ed è forse l’unico non imperniato sugli aspetti emotivi della fine. Tra i vari racconti è l’unico che, con un rasoio intellettuale, gestisce la catastrofe: “Non mi serve qualunque cosa. L’umanità sta per estinguersi“.
Proseguiamo con Giusi Marchetta, ed il suo “Fine del Turno“. L’apocalisse di Giusi è completamente interiore, è la fine di un mondo, del mio, del suo, del loro, del nostro. È un mondo dove i pronomi hanno partita vinta: l’ambito della comunità, della famiglia, del bar, del lavoro, dei figli e della scuola. Eppure, incredibile, è un racconto aperto, ancora una volta il soggetto ne esce vivo (seppur malconcio): il mondo può anche finire, ma l’io probabilmente gli sopravvivrà. Violetta Bellocchio e il suo “Disco 2000“. Un lampo che squarcia la notte. Il racconto è assolutamente innovativo, l’idea è geniale, ancor di più perché capace di sfruttare l’idea della fine già avvenuta (l’apocalisse è dietro di noi) in modo originale, oltre che altamente drammatico. Qualsiasi commento sarebbe spoiler, ma è probabilmente il racconto più riuscito dell’antologia, non me ne voglia nessuno. Andrea Scarabelli con “Nemmeno a rate“, traccia un orizzonte di guerra civile, in cui la crisi economica ha totalmente estremizzato i rapporti sociali, e dove però (ma forse proprio per questo) risorgono i rapporti reali, dell’individuo. Ancora rinasce il soggetto, anche se dai fumi (lacrimogeni) della socialità. Siamo nello stesso mondo di Giusi Marchetta, solo qualche anno dopo. L’ironia e la satira ritornano prepotenti, anche se il sottofondo acido non ci abbandona mai, nel racconto “Fondamenti di odontoiatria preventiva nell’impatto dei corpi celesti“, di Peppe Fiore, esilarante excursus sul papato e lo (scarso) rapporto con la realtà che la chiesa – minuscola – non manca di sottolineare, nel suo lento declinare verso – appunto – la fine. Parla invece di Milano Alessandro Beretta, ma di una Milano dove la guerra civile di Andrea Scarabelli è finita. “Operazione Montenapalm” ci racconta infatti delle azioni compiute dalle sacche residue di una resistenza poco organizzata e divisa al suo interno, con tanto di spie, traditori e debolezze umane. Anche qui i rapporti umani alla fine sono il perno intorno a cui ruota il racconto, e lo stato di post-apocalisse diventa solo un escamotage per scrivere sulle difficoltà della relazione umana di fronte all’emergere del nulla (sia reale che simbolico). Mi verrebbe solo da osservare che – per Beretta come per Scarabelli – il materiale trattato è talmente vicino alla deflagrazione, che, forse per procedere ad un parziale disinnesco, sarebbe da diluire in un romanzo breve, piuttosto che raggiungere la massa critica, come invece avviene in queste poche pagine. Un discorso a parte merita “Buio e nero, tutto intorno” di Flavia Piccinini, che meriterebbe un applauso, se non fosse che l’angoscia nel frattempo ti ha bloccato il respiro e limitato le funzioni vitali. Un racconto ai limiti del realismo, tanto è esasperato. Ma qui non siamo più nel campo del fantastico, purtroppo è cronaca, non c’è scampo. Il mondo che finisce (ma finisce?) in “Città di carta” di Giorgio Fontana è un mondo assolutamente allucinato, travolto dalla droga e dall’assenza di futuro. Ancora si guarda il nulla, il vuoto generato da una perdita, dalla mancanza di un orizzonte che vada oltre il minimale bisogno della sopravvivenza. Che si parli di droga, di famiglia, di sesso, di amicizia, di lavoro, l’occhio, superata la barriera dell’apparenza, si trova ad osservare l’assenza: perché non vi è più senso, ne destino, ma solo sopravvivenza. Ed è così anche per gli eroi partigiani della nuova resistenza di cui ci racconta Simone Sarasso nel racconto conclusivo dell’antologia, “Terra di nessuno“, tratto da un progetto molto più vasto intitolato United we Stand e da cui verrà pubblicata una graphic novel. Anche loro sono de-evoluti, limitati ai bisogni primari, con qualche accenno ideale, ma sostanzialmente totalmente abbruttiti dall’orrore. No one here gets out alive, potremmo dire. E noi torniamo all’origine, al deus ex machina, Alessandro Bertante, che ha magnificamente ordinato questa raccolta che raccolta non è, perché di un solo discorso si tratta, che come un falco nel cielo scende a spirale sulla preda, racconto dopo racconto. Ma l’oggetto infine è l’assenza, per cui – Heisemberg insegna – è impossibile individuare, è impossibile mirare. Posso genuflettermi su me stesso e ricostruire metodicamente il mio ego, “generazione […] compiutamente iconica”, oppure debordare in ballardiani orizzonti mediatici, ma infine devo chiedermi se tutto ciò non sia solo il sogno di un folle, devo chiedermi se ha un senso cercare il senso, e soprattutto se “sia consigliabile farlo“.

Pubblicata su Il Recensore.