Tramontare

31/05/2011

E’ il momento del declino
Tramontare significa spegnersi
ascoltando il mio fuoco interiore, sento la fine che si avvicina.
Sono vecchio, ho vissuto degnamente.
Respiro il sacro Om, lascio che il mondo in me ascolti ciò che dico.
Cerco – senza riuscirci – di ascoltare ciò che il mondo ha da dirmi.
Cerco la luce – che dovrebbe esserci – ma che non riesco a vedere.
Guardo l’oscuro, e ascolto l’invito.
Scivolo verso la debolezza, che nulla mi sorregge.
Ascolto il sacro Om, cercando conforto, ma senza successo.
Tagliatemi le mani, tagliatemi la testa, e guardateci dentro.
Un disprezzo antico, un rifiuto nascosto e sterile
e una pena infinita, per un mondo perduto.
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Chakra

27/09/2010

Aum namah Shivaia

02/09/2010

 

Madre Ganga scorreva ai miei piedi, davanti ai gath di Benares. Sono arrivato qui solo da pochi giorni. Mi chiamo Mowgli, e vivo in un piccolo villaggio del Bengala, molto lontano da qui. Ho impiegato più di due mesi, a piedi, per arrivare qui, a Benares. Ormai sono vecchio, e camminare è faticoso.
Ho lasciato il mio villaggio, mia moglie ed i miei figli per raggiungere questa città. Ho seguito l’istinto, come un faro nella nebbia.
Sorrido all’idea di un viaggio iniziatico, sono un uomo semplice, forse si tratta solo di dare tempo al tempo, e di aspettare che tutto maturi.
Benares è intatta, un grande mercato dove gli uomini si incontrano e si mostrano.
Un posto fuori dal tempo, dove Madre Ganga veglia sui suoi abitanti.
Guardo l’acqua che scorre ai miei piedi, e sento nel cuore la stretta di una lontana nostalgia. Rivivo i momenti della mia seconda nascita, quella come cucciolo d’uomo, quando ho abbandonato la foresta per raggiungere il villaggio degli uomini, e una nuova vita.
Fin dall’inizio – ricordo, nei primi giorni, spaesato e ignaro – colsi il lato più importante dela loro vita: lo scorrere del tempo. Nella foresta – come qui a Benares – non esiste. Tutto è fermo.
Bagheera, Baloo, Kaa, Raksha, mia madre di tana, la stessa Shere Khan, non conoscono quest’oggetto degli uomini, e nella loro vita di tutti i giorni non hanno ambizioni, desideri, progetti. Loro sanno qual’è il loro posto, ed il posto giusto di ogni cosa, perchè questo è l’ordine di Madre Ganga. Così, qui a Benares, ogni cosa è – a suo modo – eterna.
Penso a mio padre, il lupo, a come ha dedicato ogni stilla delle sue energie a proteggermi. Eppure, anche se sopraffatto dal dolore, quando il clan ha deciso che dovevo raggiungere il villaggio degli uomini ha accettato senza esitazioni.
Anche Bagheera non si è mai voltato indietro.
Solo Baloo, l’umano della foresta, l’orso che ogni cucciolo d’uomo tiene con se la notte, anima affine, solo lui non voleva lasciarmi, sentiva la mia mancanza, non accettava la rinuncia, la separazione.
Ancor’oggi nella foresta ci incontriamo, ci abbracciamo ed andiamo insieme a caccia di scimmie, come quella volta.
Cammino lungo i gath, ed anche qui, nell’immobilità di Benares, il tempo semina i segni della sua presenza, tra bambini che corrono e vecchi che compiono le sacre abluzioni nel fiume.
Nel villaggio quindi ho scoperto il tempo, e prima di tutto ho imparato che chi semina raccoglie, e poi ho imparato anche che se semini nel posto sbagliato e nella stagione sbagliata non raccogli nulla. Ho capito perciò che devi imparare, e ascoltare, e soprattutto cambiare: sempre, tutti i giorni.
Ho scoperto che tutte le persone sono diverse.
Non solo: ho scoperto che ogni persona è ogni giorno diversa, in modi imprevedibili e non sempre piacevoli.
Ho scoperto anche che gli uomini costruiscono, ed i grandi templi che si specchiano qui, nelle acque di Madre Ganga, me lo ricordano. Gli uomini costruiscono per il domani: ovvero inventano il futuro. Ed è per questo che sono sempre diversi.
Ricordo i miei figli bambini. Ricordo come erano sensibili ad ogni piccola attenzione, o alla sua mancanza. In quei momenti ho visto le cose davvero importanti: quelle per cui è valsa la pena lasciare la foresta.
Altrimenti, perchè stare nel tempo?
Lo senti, che cè qualcuno per cui ciò che fai, ciò che dici e ciò che sei sono qualcosa di veramente importante, senza esitazione alcuna, senza riflettere.
Gli uomini infatti non inventano solo oggetti, non progettano solo il lavoro, soprattutto inventano le vita, e si aiutano, l’uno con l’altro, e costruiscono, con quel mattone che si chiama amore, e quella calce che si chiama attenzione.
Nessuno sa quanto queste costruzioni posono essere solide: a volte resistono al più forte dei monsoni, altre scompaiono con il primo venticello primaverile.
Madre Ganga sorride bonaria, un po sorniona, su questi miei pensieri, come se mi prendesse un pò in giro.
Nel mentre, il mio piede scosta la cenere ancora calda di una pira funeraria. Ormai sto invecchiando anch’io, e forse in realtà sono venuto qui perchè Madre Ganga mi vuole con se. Qui, nel posto più simile a quella foresta dove sono nato, che Benares è la foresta degli uomini.
Il fumo delle pire mi avvolge, mentre mi allontano dai gath, e penso che – sperando che Madre Ganga sia d’accordo – ho intenzione di restare ancora a lungo in questa terra faticosa ma fertile.
I miei figli ormai sono grandi, ma sento in me una grande energia, e l’immagine di mia moglie poco più che bambina, mentre raccoglie l’acqua al fiume, riscalda ancora in me il desiderio.
Ecco, questa è la vita: la foresta, il fiume ed il villaggio. Non serve nulla di più.
Ma ecco che al’improvviso, di fronte a me, un sadhu si innalza in piedi, preso dal sacro vervore di una discussione su – non ricordo nemmeno più – qualche disputa teologica con un gruppo di brahamini, altrettanto agguerriti.
Li guardo, mentre si infervorano nel dibattito, ciechi e sordi, ed altrettanto d’improvviso mi viene solo da ridere, di cuore, vedendoli nel mio animo come una ciurma di scimmie urlatrici della foresta !
Madre Ganga ride con me, e così continuiamo il nostro dialogo sugli uomini ed il mondo, mentre, lentamente, camminiamo affiancati, in questo tramonto da favola sui gath di Benares.