Intervista a Simone Sarasso, autore di “Settanta”

27/05/2009


Da pochi giorni è uscito in libreria per Marsilio, Settanta il secondo volume della «trilogia sporca» di Simone Sarasso. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione avvenuta a Novara, presso la Libreria Lazzarelli, e, alla fine dell’incontro, abbiamo approfittato per rivolgergli alcune domande. Nella «Trilogia dell’Italia sporca» Sarasso, classe 1978, traccia le linee di un lavoro sulla falsariga di James Ellroy in American Tabloid. Una riscrittura della storia attraverso il filtro di una struttura narrativa. Il primo atto, uscito nel 2007 era Confine di Stato (sempre per Marsilio). Per il terzo volume, che ci porterà fino a tangentopoli (e magari oltre) dovremo aspettare che altri documenti vengano desecretati …. Speriamo non servano molti anni! Nel frattempo volevo chiarirmi alcuni dubbi che mi sono sorti – ascoltando la presentazione – proprio riguardo al ruolo dello scrittore – e, di conseguenza – dell’intellettuale nell’Italia odierna. Sarasso su questi problemi è stato molto chiaro e preciso.

Nella tua presentazione hai ruotato intorno ad un discorso che è oggi estremamente attuale, grazie a Wu ming 1 ed al New Italian Epic : ovvero il senso della letteratura oggi. Più volte è stato ribadito – anche da parte tua – il valore della memoria e della ricostruzione storica, ma nessuno si azzarda a pronunciare le gramsciane parole a proposito della funzione dell’intellettuale, sull’engagement, direbbe Sartre. Tu cosa ne pensi? Esiste (potrei dire anche dopo Saviano) un ruolo sociale dello scrittore?

Come sempre, dipende dallo scrittore. In generale direi che è una falsa questione: la nebulosa che ha attraversato la letteratura italiana degli ultimi quindici anni, la batteria di autori citati da Wu Ming 1 nel saggio sul New Italian Epic si è occupata, attraverso un numero consistente di opere, di politica e società. Attraverso alcuni scritti (penso a Q, metafora simbolica della ribellione) ha denunciato il marcio ed esplicitato una visione del mondo. Le opere hanno parlato; le opere, nota bene. Non gli autori. Questo credo che sia un punto fondamentale: una certa parte dei migliori scrittori italiani degli ultimi quindici anni non ha commesso l’errore dei suoi predecessori: ha espresso un’opinione politica, ha palesato uno sguardo sulla società esclusivamente attraverso i propri scritti. Questa generazione senza tempo (all’interno della nebulosa del NIE le età oscillano tra 30 e i 60) non ha ceduto alla lusinga del divismo, alla gabbia che presto o tardi si stringe intorno all’intellettuale schierato. Condivido ampiamente questo atteggiamento: che siano politiche, impegnate, deflagranti e ricolme di senso le opere. E chi se ne frega degli autori, e degli intellettuali.

Detto ciò, tu sei comunque un romanziere, e di autori che si sono spinti nella dietrologia, nello studio della teoria del complotto, che hanno insomma cercato di trovare il filo rosso per dipanare la matassa della storia d’Italia ne abbiamo già di importanti: da Pasolini a Giuseppe Genna. Come ti distingui, letterariamente parlando? Ed inoltre, perché con la sterminata bibliografia saggistica già esistente su questi temi, una narrazione dovrebbe essere più efficace? Mi viene da dire che forse solo Burroughs potrebbe dipanarla …

Senza tirare in ballo giganti come Burroughs o il mio maestro Giuseppe Genna, ti dico perché io scrivo quel scrivo nel modo in cui lo scrivo. Perché credo che la memoria dei buchi neri della storia d’Italia sia importante e vada mantenuta viva ad ogni costo. E per mantenere viva la memoria non c’è niente di meglio che raccontare. E possibilmente raccontare in un modo accattivante sia per chi quelle storie le ricorda – perché ha vissuto quando sono accadute –, ma soprattutto per chi non c’era. Lo scopo della mia narrazione non è dipanare la matassa: per come la vedo io, la letteratura serve a poco se sei in cerca della verità. Però il suo valore testimoniale è unico. Una storia raccontata come si deve può far venir voglia di districare quella benedetta matassa anche a chi è troppo giovane anche solo per sapere che quella matassa esiste. Ricordare per non commettere più gli stessi errori. Raccontare per non dimenticare. Raccontare per resistere. Ecco cosa fa la letteratura che preferisco. Ecco cosa cerco di fare quando mi siedo davanti alla tastiera.

Durante la presentazione, a proposito della figura di Pier Paolo Pasolini, sei stato lapidario, definendolo un pederasta. Da un lato ammiro il coraggio, è indispensabile per aggredire uno dei miti fondanti della controcultura oggi in Italia, dall’altro penso che sia inevitabilmente un giudizio riduttivo. Pensi davvero che l’abito faccia il monaco in questi casi? Non dovremmo allora allontanarci da metà della storia del pensiero?

Piano. Perché messa giù così sembra che io conduca una crociata omofoba nei confronti di Pasolini. Il che non è assolutamente vero. Occorre contestualizzare: alla presentazione mi è stato chiesto perché Pasolini non compaia nel mio nuovo romanzo né in quello precedente, in un così complesso sistema di “misteri italiani”; perché non abbia un ruolo nella storia che racconto o perché la sua visione del mondo non sia per nulla citata. La mia risposta è stata duplice: in primis ho spiegato che, da un punto di vista narrativo, parlare della morte di Pasolini è un po’ come parlare della morte di De Mauro o di Pecorelli: sono troppe le opportunità narrative che si aprono per poterle tenere tutte sotto controllo senza pregiudicare in alcun modo l’integrità della trama. I tre “misteri italiani” che ho citato sono veri e propri mondi, all’interno dei quali si inizia parlando di criminalità (più o meno organizzata) e si finisce per tirare in ballo l’eversione nera, gli ex X-Mas, la malapolitica, la mafia e parecchio altro. Da narratore credo che, se si volesse affrontare uno qualsiasi dei tre temi di cui sopra, uno spazio all’interno di un romanzo che racconta d’altro non sarebbe sufficiente. Occorrerebbe un romanzo intero.
In secundis ho espresso la mia opinione riguardo alla figura di Pasolini come padre della controinformazione. E qui ho messo in evidenza la palese contraddizione tra il tipo di vita che Pasolini conduceva e la sua fervente critica ai costumi corrotti dello Stato, alla miserabile e bigotta disonestà dell’establishment. Ovviamente non mi riferisco all’omosessualità di PPP, a causa della quale, nel 1949, fu espulso dal PCI. Mi riferisco allo sfruttamento della prostituzione minorile, all’adescamento di giovani borgatari, al baratto di favori sessuali con minorenni (a volte anche in gruppi di tre) in cambio di un pidocchioso pranzo in trattoria.
Insomma, se ci si indigna (e giustamente) perché il presidente del Consiglio è sospettato (dalla moglie, peraltro, che lo accusa sui giornali) di aver intrattenuto delle ambigue liaison con una ragazzina non ancora maggiorenne, perché cavolo bisognerebbe essere entusiasti di un tizio che la mattina ti dice “Io so…”, che denuncia la complicità dello Stato borghese nei peggiori misfatti da cui è stato sfigurato, e la sera si apparta coi ragazzini, li adesca facendo leva sulla fame e ne abusa in cambio di due spiccioli?
Perché dice cose di sinistra? Ma è proprio in virtù della sua condotta personale che quelle affermazioni, così importa
nti, si depotenziano.
A nessuno è chiesto di vivere come un asceta, ma non credo che si possa predicare la salvaguardia degli oppressi opprimendoli di nascosto da sguardi indiscreti.
Questa è la mia opinione. Ciò detto, per quanto mi riguarda è possibile fare controinformazione prescindendo da Pasolini. L’ho fatto fin dall’inizio della mia carriera letteraria e credo che continuerò a farlo. Tuttavia è innegabile l’apporto che la spinta pasoliniana e la sua eredità hanno dato alla (contro)cultura italiana. Uno dei miei maestri, Giuseppe Genna, è un ammiratore del lavoro di Pasolini. E molti degli scrittori che mi hanno “insegnato il mestiere” sono debitori a PPP.
Fin qui ci siamo arrivati con lui, non lo nego. Adesso credo che i tempi siano maturi per lasciarselo alle spalle senza rimorsi.

Ultima domanda, e ti ringrazio per il tempo dedicatoci: ma perché ormai tutti scrivono trilogie?

Perché il tempo della narrazione breve, grazie a Dio, è finito da un pezzo.

Pubblica su Tra gli Scaffali. Periodico Italiano.info

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