Premessa: se gli amici vi raccontano che Inception è un film banale e semplice, non credetegli. Stesso discorso se su Facebook vi raccontano che è un capolavoro indimenticabile, non ci sono dubbi, ne siamo ben lontani. Nei fatti Inception è un blockbuster americano, e quindi è dedicato principalmente a ottenere incassi, e con ciò a fare la gioia del movie business. Ciò non toglie che contestualmente questo film sia un ottimo strumento per affrontare tematiche e questioni decisamente radicali, in merito alla struttura psicomagica (secondo la concezione di Jodorowsky) dell’Occidente, della sua cultura e dell’ego che lo abita. Chiarita la premessa, vorrei sottolineare che ogni singolo tema, metafora, discorso affrontato da Inception è – in sé – sostanzialmente un reprise di tematiche già note e diffuse, per quanto cruciali possano apparire.

Ciò che rende questo film anomalo rispetto ad altre operazioni già esperite nella stessa fascia/target (Matrix per tutti) è la compresenza multiplanare di un intersecarsi dialettico continuo ed escheriano, che riproduce su scala metalinguistica la trama del film stesso. In questo Inception è assolutamente unico ed innovativo.

Il tema centrale dell’opera è la difficoltà di ottenere una separazione chiara e distinta della veglia dal sogno.
Chiunque abbia almeno un diploma liceale conosce decine di riferimenti letterari e filosofici a questo proposito, dove – in sintesi – si definisce il valore di verità dell’esperienza sensibile. Plutarco, Luciano, Lucrezio, Cicerone, Platone, Aristotele, Dante, Ariosto, Cyrano de Bergerac, Cartesio, Shakespeare, Berkeley, solo per dire i primi che si presentano alla memoria, dagli albori della civiltà fino alla figura – questa però visibile da lontano – di Philip Dick. Padre di ogni ontologia negativa nella letteratura contemporanea, dei vari Blade Runner, Matrix, Total Recall, Minority Report, AI, e via citando, Dick pone – attraverso la bourroghsiana e mortifera metafora delle droghe – in forma ontologica la questione sulla veridicità del nostro sentire, e quindi sulla possibilità che la vita sia sogno (per parafrasare il ben noto testo di Calderón de la Barca).
Per Dick il sogno si trasforma immediatamente in un incubo, poiché l’impossibilità di avere un parametro certo di riferimento (il dubbio in Cartesio, il piccolo Totem in Inception) gli impedisce di rideterminare i confini del reale, restando in un mondo limbico esautorato dal dovere di esistere. In questa ottica, nel film assistiamo ad una prometeica discesa agli inferi, dove i livelli onirici sono sempre più sovrapposti e intersecati, e di contro quanto più i piani di indeterminatezza ontologica si accompagnano.
Nulla è più definibile con precisione, l’ego è ridotto a un cumulo di macerie, dove aleggiano i fantasmi delle Twin Towers e di Euridice, abbandonata da un Orfeo lacerato e psicotico. La trama, per non finire in una nichilistica statua di sale, ha bisogno di un appiglio, di un amo, di un’ancora di salvezza, e così si ricostruisce, si rifonda, allontanando l’indicibile profondità ontologica, per appoggiarsi su una più sterminata seduta di psicoanalisi basata sull’ipnosi regressiva: New York way of life.
I piccoli oggetti – la trottola – che ognuno dei personaggi deve tenere con se, a controprova – chissà poi perché – della determinazione di realtà, sono dei Totem, sono l’axis mundi, ciò intorno a cui l’ego-mondo si ricostruisce e si reinventa. Teseo – Di Caprio istruisce Arianna perché lo salvi dal labirinto mentale in cui è precipitato.
Arianna ha il suo filo, che è la soluzione di un problema: salvare Teseo. Arianna ha un compito, e quindi un’etica, una prassi: fa la sua rivoluzione. Arianna sovverte le consolidate dinamiche egoiche, ed infatti viene assalita dagli psicoanticorpi, ma lei è l’Architetto, è psicopompa, è demiurgica, è l’Artifex per definizione, il Deus ex Machina, e nulla può opporre alla sua azione ricostruttiva la debole difesa della mente maschile e malata di Di Caprio.
Arianna è un pharmakos, è la terapia incarnata, è il meccanico della mente.
Il film difatti opera su di un piano estremamente riduzionista, come tutte le opere post-cyberpunk. Il corpo è visto solo come un meccanismo, vi sono i pezzi di ricambio e si può riparare ciò che si rompe. Il cervello, la mente, lo spirito, l’anima rientrano totalmente nella stessa categoria: devi solo trovare il concessionario che fa i prezzi migliori.
Le idee in Inception si innestano e si tolgono. Ancora riduzionismo, ma anche empirismo estremo: ciò che conta è la realtà agente, non tanto l’istinto, gli imprinting o quanto proviene dalla genetica.
La pianta madre dà la forza: nelle radici, nel rizoma, si ritrova la profondità dell’inconscio. Nei rami superiori si innestano le idee, i concetti: rami più o meno solidi, e spesso esposti alle intemperie, ed altrettanto frequentemente spezzati. Le idee si frantumano, e con loro le persone, i ricordi, parti della personalità. Noi siamo devastati da un mondo surreale dove siamo indotti a pensieri e comportamenti psicotici e autodistruttivi.
Infatti – come poteva essere diversamente? – il film si rivela una immane elaborazione di un lutto cosmico, dove l’esistenza stessa dei mondi viene messa in gioco dalla capacità di Orfeo/Teseo/Prometeo di sopravvivere a se stessi.
Nel rallentamento a gravità zero, attraverso il finale di Stanley Kubrick, Arianna salva Di Caprio, e con lui la realtà ed il genere umano.
E tutti vissero felici e contenti.

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