Fermate le macchine e toglietevi il cappello. Siamo in presenza dei pezzi da novanta. La produzione di “Habemus Fantomas” (Edizioni BD, 2008) vede scendere in campo alcuni tra i più titolati interpreti del noir e delle nuvole parlanti oggi in Italia. In primis l’autore dei testi, Luigi Bernardi: editore, consulente editoriale, traduttore, una cultura immensa nel campo del fumetto, del noir, della letteratura di genere, ed una capacità di costruire nuovi progetti veramente incredibile.
Inoltre è autore lui stesso: romanzi, fumetti, pieces teatrali, sceneggiature, etc. Se dovessi solo elencare la sua biobibliografia andrei ben oltre le dimensioni di una normale recensione, rimando quindi al suo sito per una trattazione più completa.

Stesso curricola ineccepibile per il disegnatore Onofrio Catacchio. Catacchio si fa le ossa su decine di pubblicazioni: Nathan Never, Frigidaire, Nova Express, Il Manifesto. A partire dalle esperienze di Magnus e Pazienza (imprescindibili punti fermi) Catacchio procede oltre, come dice nella prefazione l’editor in chief di BD, Tito Faraci e reinventa il fumetto d’autore. Anche per lui vale lo stesso discorso di Bernardi: rimando alla rete per un approfondimento degno.

Veniamo al testo che oggi ci propongono questi due giganti: “Habemus Fantomas“. E’ il primo elemento di una trilogia, intitolata “Non temerai altro male” e che è quasi pronto il secondo atto, “Delenda Fantomas“. L’opera rivisita la famosa figura di ladro e ‘genio del male’ che fu il Fantomas personaggio letterario di inizio secolo. Qui erano già presenti tutte le caratteristiche tipiche: imprendibilità, intelligenza diabolica, un organizzazione criminale alle spalle infallibile. Luigi Bernardi nel 2001 aveva tradotto l’unica edizione integrale italiana del primo volume della serie originale francese. Ne esistono altri 32 scritti dalla coppia Marcel Allain e Pierre Souvestre, gli autori originali, più 11 scritti dal solo Allain dopo la scomparsa del coautore. Fantomas è alla base della creazione di molti altri criminali storici, a partire da Diabolik.

Con quest’opera però Bernardi e Catacchio vanno oltre quella che è la genealogia del personaggio, impiantandoci – come degli innesti – rimandi al presente, continue proiezioni nel futuro. Il principio è di non fare della pura rievocazione, ma di sfruttare le potenzialità narrative del personaggio per creare qualcosa che vada – appunto – oltre, un Fantomas odierno, ritrovato nel presente. Di conseguenza anche la concezione etica è adeguata al tempo. Se il Fantomas del 1911 è assimilabile ad Arsenio Lupin, un ladro quindi con un etica molto precisa, se ancora Diabolik aveva comunque un forte senso della giustizia, per quanto personalizzato, la morale nel Fantomas di Bernardi e Catacchio scompare di fronte al puro senso dell’utile.

Gli uomini dell’organizzazione, Fantomas stesso, chiunque è sacrificabile di fronte al bene comune, all’utile che se ne può ricavare. Ciò non va letto solo in termini economici, per quanto questi siano importanti nella logica di Fantomas, ma soprattutto in vista di un aumento del livello di controllo e di gestione del potere nel mondo. Quella di Fantomas è assolutamente una logica di potere, in un certo senso si potrebbe dire che agisce come una multinazionale, una corporation.

Fantomas è quindi l’incarnazione del male, una specie di Anticristo, e il suo mostrare la realtà per ciò che è nella sua totale crudità, evirando qualsiasi tipo di speranza è l’obiettivo tutt’altro che velato degli autori. Bernardi dice, a proposito dell’idea del male: “Il male è il sentirsi diversi rispetto al senso comune, l’idea della ribellione. L’ipocrisia ci spinge a cercare il bene, non lo troviamo perché il bene si condisce via via di armamentario etico che lo allontana sempre più dalla nostra quotidianità. Il male supera le istanze etiche, ci mostra il mondo così com’è, come qualcosa con il quale fare i conti. I surrealisti, e il marchese De Sade prima di loro, sostenevano che il male della società si poteva combattere solo attraverso un male superiore: una catena di mali in crescendo, uno peggio dell’altro. Il male che racconto, il male di Fantomas è lo schiaffone definitivo, che risveglia ciò che è rimasto di risvegliabile. Niente è più affascinante dello schiaffone definitivo, del ribaltamento delle prospettive, del chiedere al male quella felicità che il bene non è stato capace di offrire, se non come ipotesi ultraterrena“.

recensione pubblicata su “Il recensore

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Joe R. Lansdale è l’autore dei testi di questa breve graphic novel, “Le ali dell’inferno” (BD edizioni, 2009). Lansadale è un texano di mezza età che negli ultimi venticinque anni si è imposto all’attenzione mondiale per la sua smisurata opera letteraria. Nella lunga lista di ciò che è stato pubblicato in Italia, principalmente da Einaudi e Fanucci, ricordiamo “La sottile linea scura“, la trilogia della “Notte del drive-in” e “In fondo alla palude“, ma sono solo dei brevi consigli.

Joe R. Lansdale, guru del romanzo americano contemporaneo di genere, ha riproposto, sotto forma di graphic novel questo racconto, originariamente scritto da Robert E. Howard, il creatore di Conan.

Alla sceneggiatura di Lansdale si associano i disegni di Nathan Fox. L’edizione originale è della Dark Horse, ed in Italia viene riportata dai mai abbastanza lodati tipi di BD Edizioni.

Il racconto è un horror puro, quanto di più classico si possa immaginare. La storia di una famiglia assolutamente “normale” che si ritrova a gestire la nuova casa ereditata da un lontano parente. Come spesso succede si illude di poter sistemare la rovina e rimetterla in grado di ospitare persone. Purtroppo la magione è in rovina e vi incombe una maledizione. Non entro ovviamente nella trama per evitare qualsiasi spoiler, ma l’opera è assolutamente eccellente. I fondamentali del genere vengono ripresi nel rispetto dell’originale howardiano, ma l’autore non può esimersi dall’inserire elementi affini al suo stile, dando una precisa connotazione all’opera.

Lansdale non si stanca di rendere omaggio al “grande e meraviglioso Robert E. Howard” ed evidenziare il suo debito nei confronti del maestro, anche se in effetti il suo cipiglio si avverte nettamente in alcuni aspetti. La storia si svolge in Louisiana ed è un racconto a sfondo voodoo, “dove i morti si rifiutano di restare tali“, ma Lansdale è texano, e probabilmente c’è molto delle sue origini nel cowboy che le ragazze protagoniste incontrano nella fuga.

La principale caratteristica resta comunque la potenza del linguaggio di Lansdale: preciso, sintetico e tagliente. Mai si perde in eccessi o in descrizioni superflue. La potenza descrittiva di ogni singola parola è veramente unica. Questo è un breve esempio della sua arte, ma è un ottima introduzione per chi ha intenzione di avvicinarsi alla sua opera.

Joe Richard Harold Lansdale (nato nel 1951) scrive letteralmente di tutto: romanzi, racconti, sceneggiature, televisione, fumentii, thriller, horror, SF, western. Molto influenzato dalle sue origini texane, si può dire che abbia dato forma ad un vero e proprio stile. E’ considerato un genio.

Pubblicato su Il recensore


Simone è novarese, ovvero abitiamo nella stessa città. E’ capitato che andassimo a mangiare (e bere) qualcosa insieme a due care amiche. Francesca, che è già apparsa su questo blog, e Paola. Ovviamente la serata è degenerata, e certo non per colpa delle signore. Il risultato di quella serata, e anche di tante altre chiacchierate tra me e Simone, è riassunto in questo articolo, microsaggio, chiamatelo un pò come volete … che, grazie all’amico Stefano Giovinazzo, è stato anche pubblicato su Il Recensore.

Simone Sarasso è poco più che trentenne. Quando ho iniziato ad avvicinarmi a lui ed ai suoi scritti non immaginavo nemmeno l’opera di ricerca e scavo che, in completa incoscienza, si è intestardito a portare a termine per il suo romanzo: una storia d’Italia per enigmi e misteri, a partire dal secondo dopoguerra. Opera che nemmeno un Montanelli o un Biagi si sono azzardati ad intraprendere, consci degli enormi rischi, personali e politici che avrebbero corso. “La trilogia dell’Italia sporca“, così si intitola, e ad oggi ne sono stati pubblicati solo i primi due volumi. Dov’è il trucco? Cos’è che permette oggi a Sarasso di riuscire dove altri ben più titolati di lui non si sono nemmeno azzardati? Innanzitutto – e non bisogna scordarlo – i tempi sono cambiati. Non molti anni or sono, chiunque avesse avanzato certe ipotesi o fatto certe domande, probabilmente avrebbe ricevuto dei regali sgradevoli, spesso definitivi. Oggi – sembrerebbe – non è più così, o per lo meno non lo è finché si parla degli anni fino alla morte di Moro, ovvero del secolo scorso. Il terzo volume della “Trilogia dell’Italia Sporca” è ancora da pubblicare, e solo allora si vedrà quanto il distinguibile lavoro di Sarasso potrà toccare anche gli attuali poteri forti.

Poi, se si vuole, il meccanismo letterario attuato dall’autore è abbastanza semplice, soprattutto alla luce del nuovo modello letterario, il New Italian Epic, che Wu Ming ha imposto alla critica ed alla letteratura del nuovo millennio. Sarasso sta scrivendo un romanzo, e per quanto i principi di verosimiglianza e verificabilità debbano essere rispettati , siamo sempre in un romanzo, non in un articolo di quotidiano (proprio perché la gestione della verità, la differenza tra vero e falso è completamente alterata dalla differenza mediatica). Questo è il paravento di Sarasso, il suo scudo, il meccanismo salvifico che gli permette di chiamarsi fuori nei momento ostici, dove diventa indispensabile la prova provata. Scrivere un romanzo permette di bypassare questi momenti appellandosi a qualche emendamento (forse di Pennac?) che stabilisce la libertà dello scrittore, ma come è facile intuire di questo meccanismo non si può certo fare un uso eccessivo, pena la dipendenza e quindi la perdita di credibilità. Ed è proprio qui che scopriamo la grande perizia di Sarasso: pur dicendoti continuamente che stai leggendo un romanzo, che assomiglia solo alla verità, ma che non è – in senso giuridico – dimostrabile, Sarasso ti convince che ciò che probabilmente è proprio la verità, anche se non potrà mai provartelo. Crudelmente, verrebbe da dire, “in perfetto stile democristiano“.

Questo risultato lo si ottiene solo grazie al colossale lavoro di ricerca sui documenti che Sarasso ha compiuto, grazie agli anni spesi a verificare ipotesi ed a trovare tesi verosimili per problemi finora senza soluzione, ed allo sfruttamento, riconosciuto e ricordato, dei lavori affini di Lucarelli e Genna. La sua narrazione prosegue alternando personaggi diversi, alcuni dei quali sorprendentemente a volte muoiono – impedendo con ciò qualsiasi processo di identificazione tra lettore e personaggio – intercalata con poderosa documentazione d’archivio, che dovrebbe annoiare mortalmente qualsiasi lettore e che invece, nel contesto è assolutamente convincente e coinvolgente.

Turkemar“, il primo romanzo scritto da Sarasso, lo scopriamo in realtà una specie di prequel a “Confine di Stato“, il primo atto della trilogia. Il romanzo racconta della vita di Fred Buscaglione, mito dell’Italia degli anni cinquanta, e nella prima parte della trilogia, Sarasso utilizza le conoscenze che aveva acquisito mentre si occupava della figura del grande musicista. In quegli anni Sarasso lavorava per Fernado Quatraro, che venuto a conoscenza delle capacità del suo dipendente, lo appoggiò decisamente nel proseguo della sua carriera. Sarasso pubblicò quindi per l’editore Effequ prima “Turkemar”, e a seguire una prima edizione di “Confine di Stato”. Notato da Jacopo de Michelis, di Marsilio, da Giuseppe Genna e da Wu Ming, firmò il contratto con
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per l’intera trilogia.


Quest’anno è stato pubblicato anche “Settanta“, secondo atto dell’opera, dove è l’Italia degli anni di piombo che viene passata sotto il riflettore dell’investigatore Sarasso. Non mi soffermo nei dettagli dei singoli romanzi, nell’analisi dei punti nodali della nostra (quasi) democrazia come viene delineata da Sarasso, dal caso di Wilma Montesi a Enrico mattei, soprattutto perché in questo m
omento non ci interessa tanto la veridicità del suo lavoro che pure è importante (sul tema sono già stati scritti moltissimi testi, perché questo dovrebbe essere migliore di altri?), quanto il suo rapporto con il lettore e la letteratura.

Cosa significa oggi rifare questo lavoro? E perché è così importante? Il terzo volume sappiamo che non è ancora stato scritto, forse perché in fondo è il più difficile dei tre, il più vicino alla nostra realtà e quello dove più facilmente si potrebbero toccare cadaveri ancora caldi, e forse sarà quello che, più dei primi due, ci darà risposte a queste domande. Ma Sarasso non si ferma, supera l’impasse dovuto al terzo volume, ovvero al presente, e si rivolge direttamente al futuro: “United we stand“. In Autunno uscirà una graphic novel con questo titolo dove viene inserito parte del materiale raccolto nell’omonimo sito e che si presta a moltissimi percorsi laterali.


Il mondo in cui ci troviamo è decaduto, a seguito della guerra nucleare sino-americana. In Italia è scoppiata la guerra civile, in conseguenza di un tentato golpe fascista e della ricostituita resistenza armata. E’ chiaro che il tutto avviene nel nostro mondo, con i valori e le possibilità del nostro mondo, e tutto ciò nel bene e nel male. Per cui non si tratta della Resistenza che noi conosciamo, ma di una sua versione cyberpunk, potremmo dire, così come il mondo che ne sorge è una specie di mondo parallelo con infinite possibilità di sviluppo.

Un exempla di questo mondo parallelo lo troviamo nel racconto scritto per l’antologia edita da Agenzia X, “Voi non ci sarete“. Il mondo di Sarasso è un Italia maledetta, dove da sempre lo scontro tra le bande armate infiltrate dai diversi blocchi ha provocato stragi e dolore. Il mondo futuro non è da meno, anzi.

Noi non siamo qui per condividere o meno il valore politico dello scrittore Sarasso, che d’altronde lui stesso rifiuta, da cui prende le distanza, ma dobbiamo sciogliere i nodi – almeno quelli possibili, di un’opera incompiuta. Così l’operazione iniziale di Sarasso è basata sulla memoria, e sul suo recupero attraverso la narrazione, riattualizzando così il passato a beneficio di tutti coloro che non lo hanno vissuto. Analogamente vedremo, attraverso l’esplosione mediatica, probabilmente ballardiana, lo sterminio della cronaca e del giornalismo, il loro diventare simulacro, icona della falsità e dell’ipocrisia, che è ciò che avviene nell’oggi, dove nulla ha più determinazione di realtà, quando passa attraverso il media televisivo, anche il dramma più profondo: Giuseppe Genna su questo tema ha scritto pagine memorabili nel suo “Italia de Profundis“. Si giunge così al futuribile, alla profezia, schema narrativo del possibile, dove le mille eventuali interpretazioni dello sciamano Sarasso aprono infiniti futuri ad un ‘Italia sempre più lontana dal reale, e sempre più integrata in un reality. “United we stand” è proprio questa profezia: il drammatico futuro di un Italia che non è stata capace di liberarsi dai gioghi dell’ideologia, e lo sciamano Sarasso ci conduce a vedere il muro che, dopo Roma, divide l’Italia in due.


“La sete” ha una storia travagliata. Più di 10 anni fa, quando ancora i vampiri non erano sul collo di tutti gli adolescenti del mondo occidentale, un encomiabile editore ha cercato di riunire intorno all’incisivo tema alcune tra le migliori penne horror e noir della penisola. Purtroppo alterne vicende ne hanno impedito la pubblicazione. Oggi Coniglio editore, ha rintracciato i manoscritti perduti, eliminato i racconti che nel frattempo erano già stati pubblicati e li ha sostituiti con nuove produzioni.
Il risultato ottenuto è stato decisamente positivo, e degno dei mordenti autori: dimostrazione ne è la evidente difficoltà che si trova nel distinguere i racconti della prima edizione da quelli della seconda. Applausi a tutti gli autori, che dimostrano la costanza di una scuola italiana di alta qualità. Scrittori come Andrea Carlo Cappi, Dario Tonani e Gianfranco Nerozzi sono certamente esponenti di una certa ‘vecchia guardia’, ma a loro si sono aggiunti molti giovani agguerriti, che non hanno certo nulla da invidiare in quanto audacia e cattiveria.
I vampiri italiani sono pericolosi. Non sono ne glitter ne giovincelli innamorati, bensì assassini, tossici e asociali. Questo è lo sfondo delle storie di quest’antologia, che – tra l’altro – può vantarsi di avere avuto la copertina censurata negli USA. Alberto Corradi e Massimo Perissinotto (i curatori) hanno compiuto un ottimo lavoro di integrazione tra le diverse concezioni del fenomeno vampirismo, ma sempre senza nessuna concessione al new modelche ci arriva dalle tante operazioni di basso livello a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. I tre scrittori sopra citati sono anche gli autori dei racconti più apprezzabili, a cui però bisogna aggiungere l’esilarante pezzo firmato da Cristiana Astori, giovane e scaltra promessa del panorama horror & dintorni.
Altro aspetto che per i cultori è tutt’altro che da sottovalutare sta nell’assoluta varietà del modello vampiro tracciato in questa antologia, si va quindi dal Nosferatu o Dracula più classico fino a Blade o alla giovane ragazzina di Lasciami Entrare. Per tutti i gruppi sanguigni quindi, e senza entrare nello specifico dei racconti (sarebbe veramente complesso non cadere nello spoiler), certamente è una lettura piacevolissima per le calde sere d’agosto.
Concludo con le centrate parole della nota editoriale, per cui “La sete è la traduzione italiana di trecento anni di mito. Dal remoto bianco e nero Nosferatu si racconterà di nuovo a voi, ma con il sonoro del peggior slash movie, le sublimi distese desolate di David Lynch, con protagonisti psichedelici e neoclassici affreschi splatterpunk […]“. Esagerati quanto l’antologia, da non perdere.

Pubblicata su Il recensore.


Savana Padana subisce moltissimo l’influenza di Sergio Leone (tu stesso parafrasi parlando di “polenta Western”), e, come in Sergio Leone, i personaggi diventano degli archetipi, degli elementi mitologici. Nella realtà della scrittura ti sei ispirato a qualcuno? esistono delle persone che (almeno in parte) hanno contribuito a formare i tuoi personaggi?

Savana Padana è un romanzo non solo influenzato, ma direi anche fortemente sporcato, perturbato e addirittura violentato da diverse contaminazioni e suggestioni, sia letterarie sia cinematografiche. Penso al noir e anche alla crime fiction passando per il pulp, il grottesco, il kitsch. Certo, la cifra più genuinamente western è, con tutta probabilità, quella volutamente più incisiva nell’impronta della storia, nel senso che come dici tu questo aspetto sottolinea gli aspetti più mitologici e se vogliamo epici della vicenda, con questi personaggi che effettivamente assurgono ad archetipi. A tale proposito mi sono ispirato in verità a diverse suggestioni, riferite sostanzialmente a due filoni: uno legato alla realtà vera e propria ed un altro legato alla letteratura e al cinema. Per quanto riguarda il primo devo dare merito anzitutto ad una mia affinità elettiva per una certa dimensione rurale, triviale della mia terra e ai molti personaggi crudi e volgari che popolano le campagne venete, basti pensare ad esempio agli avventori dei nostri bar, alle sagre paesane, ma anche ai protagonisti dei fatti di cronaca nera locale unitamente alle difficoltà legate all’integrazione di molti stranieri. Per quanto riguarda il secondo filone invece, cioè quello più strettamente culturale, potrei citare riferimenti a Lansdale, Leonard, Crews, Lee Burke in letteratura; Leone, Tarantino, il Kusturica di “Gatto nero gatto bianco” e lo Scorsese di “Good Fellas” nel cinema. Tutto frullato insieme in un frappé di grappa, pistole, polenta, sangue e dialetto. E il risultato è quello che conosci. Cioè una brodaglia politicamente scorrettissima e sanguigna che nessun narratore veneto ha mai avuto voglia di raccontare perché troppo preso da solipsismi, contemplazioni dell’ombelico e seghe mentali che ormai appartengono ad una cultura novecentesca per me del tutto superata e assolutamente anacronistica.

Tu vieni dalla letteratura per l’infanzia, e quindi conosci la morfologia della fiaba. Lo stesso processo di formazione si può applicare al thriller-noir, solo che qui non si salva nessuno, né moralmente né materialmente. Possiamo immaginare che lo zingaro gay fuggito con la coca farà presto la stessa fine degli altri, in un racconto che non è ancora stato scritto? Non hai sentito la mancanza (in senso narrativo) di un personaggio che permettesse al lettore di identificarsi? E’ una scelta pericolosa, che però mi pare abbia pagato.

Verissimo, la morfologia della fiaba di Propp a volte è adatta anche alla struttura del thriller-noir, e per la verità anche nelle fiabe antecedenti il XVII secolo l’elemento nero era fortissimo, tanto che spesso non si salvava nessuno nemmeno lì: i loro protagonisti finivano molto male poiché le fiabe venivano considerate come i migliori veicoli di ammonimento comportamentale e avevano principalmente il compito di dissuadere i bambini dal tenere atteggiamenti scorretti come quelli dei protagonisti, pena la loro stessa tragica e sanguinosa fine. Venendo allo zingaro gay di Savana Padana, beh, francamente non ho pensato ad un sequel, anche se a dir la verità, per lui la vedrei molto brutta, nel senso che secondo me finirebbe presto per mettersi in guai più grossi di lui. No, non ho mai sentito la mancanza di un personaggio nel quale il lettore si potesse identificare, e sai perché? Perché la mia idea fin dall’inizio è sempre stata quella di rappresentare un “circo di sangue” al quale si possa assistere dall’esterno o dal di sopra, una sorta di scontro tra moderni gladiatori o di corrida pulp, dove i personaggi rappresentano gli aspetti più barbari, crudi e triviali di ognuno di noi, ma stanno “sotto” a noi, galleggiano in una sorta di sconfitta ineluttabile e in divenire. Adoro essere sarcastico, cinico, spietato con i miei personaggi. Né vincitori, né eroi. Tutti vinti. In fondo tutti vittime della “morale dell’ostrica” di Verghiana memoria. C’è chi ha detto che i miei personaggi sono stereotipi, senza spessore psicologico. Dal mio punto di vista questo non è affatto una “deminutio”, nel senso che i miei personaggi volutamente non sono riflessivi, semplicemente perché non sanno nemmeno cosa sia la riflessione o lo psicologismo. In questo senso sono più simili alle bestie che agli esseri umani: vivono di istinti primordiali, di sensi.
E di gente così ce n’è più di quanta pensiamo…
E poi mi piace il fatto di raccontare storie senza coinvolgimenti morali o psicologici da parte anche del narratore. Raccontare per raccontare. E per divertire. Punto. Poi ognuno si faccia le idee che vuole.

Io stesso ho parlato di Massimo Carlotto, vista la zona di provenienza, ma da un punto di vista narrativo, non mi sembra che abbia molto a che fare con te. Quali sono (oltre al già citato Sergio Leone) i tuoi riferimenti? La tua storia di lettore è affine a quella di scrittore? mi spiego: uno può scrivere quello che gli piace, nel senso di ciò che ritiene affine alla sua indole, cultura etc. Ma dall’altra parte si può anche scrivere ciò che si ritiene giusto scrivere, ciò che uno sente di dover scrivere, perchè dà un valore non solamente personale alla propria scrittura. Sergio Paoli, Carlotto, o Sandrone Dazieri per esempio secondo me rientrano nella seconda categoria (li possiamo definire scrittori impegnati?), mentre nella prima metterei un Landsdale e un McCarthy (ovvero autori che comunque ‘seguono il loro destino’). Tu a chi ti senti più vicino?

Stimo tantissimo Massimo Carlotto e trovo che sia davvero un ottimo scrittore. Ciò detto, io e lui viviamo letterariamente su due pianeti diversi. Carlotto e noiristi a parte, la stragrande maggioranza degli scrittori italiani è per così dire più impegnata a far riflettere che a raccontare. Più che narratori sembrano suore tout court e sacerdoti politici. Nella maggior parte della produzione letteraria nazionale infatti è quasi sempre sottesa una qualsivoglia denuncia sociale, una questione morale che faccia riflettere sul mondo che ci circonda. Io rifiuto questa base di partenza, nel senso che per mia parte voglio provare a fare qualcosa di diverso, qualcosa che non rientri nella solita snobistica concezione tipicamente italiana per cui “scrittori” sono soltanto i lirici e gli intimisti. Io desidero primariamente raccontare storie storie toste, poi se queste fanno anche riflettere qualcuno o in qualche misura riescono a sollevare dei temi di riflessione, bene, sennò va bene lo stesso. Alla lirica preferisco l’epica. Eppoi è importante anche che la mia storia diverta. Altra cosa infatti che francamente non sopporto davvero più è quello snobismo per cui molti autori intendono sempre rivolgersi ad un pubblico cosiddetto “alto”, salvo poi lamentarsi che non si vendono più libri. Ma io mi chiedo: se la cultura è per pochi, possiamo legittimamente parlare di
cultura? Per carità, i miei riferimenti sono altri, e sono da ricercarsi soprattutto oltreoceano: penso a Lansdale, appunto, a McCarthy e a tutti quegli autori tanto amati e citati dal movimento Sugarpulp.

Mi racconti anche se ti stai scrivendo qualcosa, che cosa, di che parla etc.?

Ho già pronto un altro racconto lungo, sostanzialmente si tratta di un horror-noir: una storia di formazione criminale raccontata in prima persona dal protagonista, il quale all’epoca dei fatti era un adolescente perdigiorno. L’anno della storia è il 1982, l’anno dei mondiali di Spagna e di tanta musica pop di successo. I luoghi sono quelli solari delle spiagge di Sottomarina e quelli oscuri e spettrali della laguna nera retrostante il porto di Chioggia, ai confini tra le province di Padova e Venezia.
E proprio in questi giorni ho iniziato a lavorare ad un terzo romanzo del mio filone “polenta-western”. E credo che ci sarà da divertirsi parecchio…

intervista pubblicata su Il Recensore

Voi non ci sarete” (Agenzia X, 2009) è un’antologia corale, più voci, quasi tutte conosciute al grande pubblico, per farsi sentire. I racconti spesso passano in secondo piano, e le antologie sono diventate, soprattutto in questi ultimi anni, la palestra dei giovani autori, a volte non ancora spendibili con un romanzo loro. Non è questo il caso. Gli scrittori qui si cimentano sul tema, complesso, proposto da Alessandro Bertante : “la fine del mondo“.
Non è questo il caso anche perché tutti gli autori di questa eccellente antologia (iniziamo a mettere paletti) sono già rodati, e nonostante la giovane età hanno tutti volumi pubblicati alle spalle, e volumi di valore. Ma andiamo con ordine, con l’ordine in cui ci appaiono, molteplici epifanie dell’ultima ora, i racconti qui presentati. Il primo è di Vincenzo Latronico: “Due o tre cose che ho da dirti sul mondo“. È un testo giocato sul tema dell’ironia, certamente venata di amaro, ed è forse l’unico non imperniato sugli aspetti emotivi della fine. Tra i vari racconti è l’unico che, con un rasoio intellettuale, gestisce la catastrofe: “Non mi serve qualunque cosa. L’umanità sta per estinguersi“.
Proseguiamo con Giusi Marchetta, ed il suo “Fine del Turno“. L’apocalisse di Giusi è completamente interiore, è la fine di un mondo, del mio, del suo, del loro, del nostro. È un mondo dove i pronomi hanno partita vinta: l’ambito della comunità, della famiglia, del bar, del lavoro, dei figli e della scuola. Eppure, incredibile, è un racconto aperto, ancora una volta il soggetto ne esce vivo (seppur malconcio): il mondo può anche finire, ma l’io probabilmente gli sopravvivrà. Violetta Bellocchio e il suo “Disco 2000“. Un lampo che squarcia la notte. Il racconto è assolutamente innovativo, l’idea è geniale, ancor di più perché capace di sfruttare l’idea della fine già avvenuta (l’apocalisse è dietro di noi) in modo originale, oltre che altamente drammatico. Qualsiasi commento sarebbe spoiler, ma è probabilmente il racconto più riuscito dell’antologia, non me ne voglia nessuno. Andrea Scarabelli con “Nemmeno a rate“, traccia un orizzonte di guerra civile, in cui la crisi economica ha totalmente estremizzato i rapporti sociali, e dove però (ma forse proprio per questo) risorgono i rapporti reali, dell’individuo. Ancora rinasce il soggetto, anche se dai fumi (lacrimogeni) della socialità. Siamo nello stesso mondo di Giusi Marchetta, solo qualche anno dopo. L’ironia e la satira ritornano prepotenti, anche se il sottofondo acido non ci abbandona mai, nel racconto “Fondamenti di odontoiatria preventiva nell’impatto dei corpi celesti“, di Peppe Fiore, esilarante excursus sul papato e lo (scarso) rapporto con la realtà che la chiesa – minuscola – non manca di sottolineare, nel suo lento declinare verso – appunto – la fine. Parla invece di Milano Alessandro Beretta, ma di una Milano dove la guerra civile di Andrea Scarabelli è finita. “Operazione Montenapalm” ci racconta infatti delle azioni compiute dalle sacche residue di una resistenza poco organizzata e divisa al suo interno, con tanto di spie, traditori e debolezze umane. Anche qui i rapporti umani alla fine sono il perno intorno a cui ruota il racconto, e lo stato di post-apocalisse diventa solo un escamotage per scrivere sulle difficoltà della relazione umana di fronte all’emergere del nulla (sia reale che simbolico). Mi verrebbe solo da osservare che – per Beretta come per Scarabelli – il materiale trattato è talmente vicino alla deflagrazione, che, forse per procedere ad un parziale disinnesco, sarebbe da diluire in un romanzo breve, piuttosto che raggiungere la massa critica, come invece avviene in queste poche pagine. Un discorso a parte merita “Buio e nero, tutto intorno” di Flavia Piccinini, che meriterebbe un applauso, se non fosse che l’angoscia nel frattempo ti ha bloccato il respiro e limitato le funzioni vitali. Un racconto ai limiti del realismo, tanto è esasperato. Ma qui non siamo più nel campo del fantastico, purtroppo è cronaca, non c’è scampo. Il mondo che finisce (ma finisce?) in “Città di carta” di Giorgio Fontana è un mondo assolutamente allucinato, travolto dalla droga e dall’assenza di futuro. Ancora si guarda il nulla, il vuoto generato da una perdita, dalla mancanza di un orizzonte che vada oltre il minimale bisogno della sopravvivenza. Che si parli di droga, di famiglia, di sesso, di amicizia, di lavoro, l’occhio, superata la barriera dell’apparenza, si trova ad osservare l’assenza: perché non vi è più senso, ne destino, ma solo sopravvivenza. Ed è così anche per gli eroi partigiani della nuova resistenza di cui ci racconta Simone Sarasso nel racconto conclusivo dell’antologia, “Terra di nessuno“, tratto da un progetto molto più vasto intitolato United we Stand e da cui verrà pubblicata una graphic novel. Anche loro sono de-evoluti, limitati ai bisogni primari, con qualche accenno ideale, ma sostanzialmente totalmente abbruttiti dall’orrore. No one here gets out alive, potremmo dire. E noi torniamo all’origine, al deus ex machina, Alessandro Bertante, che ha magnificamente ordinato questa raccolta che raccolta non è, perché di un solo discorso si tratta, che come un falco nel cielo scende a spirale sulla preda, racconto dopo racconto. Ma l’oggetto infine è l’assenza, per cui – Heisemberg insegna – è impossibile individuare, è impossibile mirare. Posso genuflettermi su me stesso e ricostruire metodicamente il mio ego, “generazione […] compiutamente iconica”, oppure debordare in ballardiani orizzonti mediatici, ma infine devo chiedermi se tutto ciò non sia solo il sogno di un folle, devo chiedermi se ha un senso cercare il senso, e soprattutto se “sia consigliabile farlo“.

Pubblicata su Il Recensore.

Il 19 aprile di quest’anno un cancro ci ha portato via James Graham Ballard, uno dei più lucidi autori del nostro tempo. Considerato nella prima parte della sua carriera un autore di genere, fu definitivamente ammesso nell’olimpo della letteratura alta dopo il successo della trasposizione cinematografica compiuta da Steven Spielberg del suo L’impero del sole, romanzo autobiografico incentrato sull’infanzia dell’autore, vissuta a Shangai, ed in particolare sui campi di concentramento giapponesi durante l’occupazione della Cina nella seconda guerra mondiale. I Miracoli della vita, ultimo libro pubblicato da Ballard e che si conclude con l’annuncio della sua malattia, non è un romanzo, bensì un’autobiografia, stavolta non romanzata. La prima parte del testo, difatti riprende temi che già sono conosciuti dal lettore proprio nel romanzo sopracitato. L’opera si divide infatti in due parti uguali, anche come dimensione. Nella prima riprende completamente gli anni vissuti in Cina, dal 1930 al 1945, mentre la seconda racconta la vita passata in Inghilterra, fino alla scoperta della malattia. In questa parte avviene la prematura morte della moglie, e Ballard ci racconta degli sforzi compiuti per crescere i figli da solo, continuare la sua opera, e – cosa non secondaria – liberarsi dalla dipendenza dell’alcool. E’ importante tracciare alcune linee sull’opera narrativa dell’autore, per comprendere meglio la relazione con l’autobiografia. La scrittura di J. G. Ballard, possiede una particolare attitudine a rendere palpabili le trasformazioni che le tecnologie inducono sull’uomo. Possiamo dire che ha dedicato la sua opera a raccontare dettagliatamente come questo mutamento si trascrive nel sistema nervoso e nei nostri geni. Ciò che Ballard chiama the inner world, lo spazio interiore [J. G. Ballard, Qual è la strada per lo spazio interiore? in AA. VV., Re-Search – J. G. Ballard, ShaKe, Milano 1994, p. 48 e sgg.], è il nostro sistema neurale, dove agiscono i personaggi del media landscape [AA.VV., Re-Search – J. G. Ballard, op. cit., p. 164 e sgg.], del paesaggio delle comunicazioni, il nuovo ambiente umano per eccellenza. Ad una domanda sul merito, in un intervista, risponde che con l’espressione «paesaggio mediatico», “Intendo il mondo della televisione, delle comunicazioni moderne, della radio, delle riviste popolari, dei giornali, della pubblicità, dei beni di consumo connotati. Il paesaggio urbano oggi è in gran parte un terreno concepito con degli scopi immaginari. Con quel termine intendo l’intero armamentario di questo ambiente in gran parte sintetico che avviluppa il pianeta”[ibidem, pg. 177]. Il sistema nervoso dei suoi personaggi è stato quindi esteriorizzato, è diventato tecnologicamente manipolabile attraverso i media. Ballard ha cercato di analizzare cosa succede nel punto d’incontro tra il sistema dei media e il nostro sistema nervoso. L’evento mediatico, si chiede Ballard, cosa ci provoca a livello neurale, nei piani profondi del cervello? «Icone neuroniche sulle autostrade spinali», risponde scultoreo, e aggiunge , “qui […] il sistema nervoso dei personaggi è stato esteriorizzato, come caso particolare di un più generale rovesciamento tra mondi interni ed esterni. Autostrade, uffici, volti, segnali stradali, sono percepito come se fossero elementi difettosi di un sistema nervoso centrale” [J. G. Ballard, La mostra delle atrocità, Feltrinelli, Milano 2001, p. 68]. Questa immagine lacerante, del sistema nervoso decorporeizzato, eroso, estratto dalla carne che lo giustifica, è il filo conduttore principale dell’opera ballardiana. L’interesse di Ballard “si era appuntato fin dall’inizio sull’esplorazione dei rapporti tra ipertrofia tecnologica e modificazione delle strutture profonde della psiche. […] La trascrizione diretta dell’immaginario sulle nostre reti nervose è ormai più che una metafora, lo stile è insieme l’uomo e la cosa […], perché i confini tra soggetto e oggetto svaniscono sempre più […] Ballard coglie un punto di crisi, uno snodo dell’immaginario, nella figura dell’interno del corpo (e in particolare del sistema nervoso) che si cambia e si confonde con l’esterno, con la realtà percepita dai nostri sensi” [Antonio Caronia, La morbida geometria di James G. Ballard, postfazione a J. G. Ballard, La mostra delle atrocità, Feltrinelli, Milano 2001.]. Il corpo, e la necessità di adattarsi ad un nuovo immaginario, prima ancora che alle nuove tecnologie, non è quindi da intendere come un tema omogeneo ad altri nell’opera di Ballard, ma come il tema per eccellenza, il cardine interpretativo intorno a cui ruota tutta la sua opera, fin dagli anni sessanta. Bruce Sterling dice, a questo proposito, che “Ballard è stato il primo scrittore di fantascienza a comprendere che c’era qualcosa di sostanzialmente idiota nei viaggi spaziali. Non ha mai predetto eventi o invenzioni di dispositivi; piuttosto ha descritto sensibilità future – cosa si proverebbe allora, cosa significherebbe. Un evento bizzarro contemporaneo come la morte della principessa Diana in un incidente automobilistico, sotto il tiro delle macchine fotografiche dei paparazzi, è perfettamente ballardiano. Nessun diagramma di flusso, nessuna equazione, nessuna proiezione di entrate, avrebbero mai potuto predire una cosa del genere, ma, se avete letto Ballard, ne riconoscerete all’istante il profumo. Suppongo sia quanto di meglio la fantascienza abbia mai generato – e non le si dovrebbe chiedere di più.” [Bruce Sterling, Un secolo di fantascienza, in William Gibson, Bruce Sterling, Parco giochi con pena di morte, Mondadori, Milano, 2001, p. 391.] Le questioni cruciali ballardiane sono perciò relative al rapporto sempre più articolato tra la biochimica e la genetica, da un lato, e la filosofia, la sociologia e la psicoanalisi, dall’altro. Come reagiscono tra loro un corpo fisico – quindi legato a una memoria genetica – e una ragione moderna e illuministica, nel momento in cui le necessità dettate da un ambiente ostile sono radicalizzate? Nelle opere di Ballard – sia nella cosiddetta «serie della catastrofi» che nelle opere più dirette al mondo degli uomini – questo è un tema trattato sotto svariate lenti, da High – Rise [James G. Ballard, Condominium, «Urania», Mondadori, Milano 1974.], dove la dialettica quotidiana con i «normali» vicini di casa diventa una guerra aperta, a The drowned world [James G. Ballard, Il mondo sommerso, Baldini & Castoldi, Milano, 1998.], esempio di uno dei molti mondi da lui descritti vittime di una catastrofe ambientale. Questo in particolare è degno di nota per la descrizione estremamente riuscita del recupero della memoria genetica del personaggio. L’umanità, rifuggendo la realtà ostile, scopre una nuova via evolutiva, verso un altro mondo, lo spazio interno, the inner world . Se il processo descritto è per Ballard inevitabile, nel senso che è genetico, mai come qui è diventato destino. La natura ha seguito il suo cammino, e i suoi personaggi hanno scoperto dei richiami irresistibili. La coscienza, trasformata in percezione, giunge ad assimilarsi al destino, come una necessità inscritta nella carne. Nei romanzi più tardi, di cui Crash [James G. Ballard, Crash, Rizzoli, Milano 1990.] ne è l’esempio più riuscito, il medesimo rapporto tra corpo e ragione trascende in un rapporto estetico, dove il corpo – esattamente come nel Cyberpunk – diventa solo simulacro di natura. La materialità, il nostro appartenere al mondo fisico viene percepito come un rimando lontano, un simbolo. Siamo quindi oltre le categorie classiche del pensiero, non vi è più ontologia ne gnoseologia, e nemmeno un etica, questo mondo è definitivamente livellato sull’incubo. Non vi è più, di fatto, alcuna realtà a cui appoggiarsi, in cui trovare sostegno all’interpretazione, ma solo fantasmi, simulacri il cui macello non comporta né peccato né pena. Questo lungo cappello era indispensabile perché Miracle of life, conclusiva autobiografia di Ballard, pur occupandosi apparentemente di questioni più personali ed aneddotiche, in realtà continua la sua opera di decostruzione simbolica del reale, attraverso la grande metafora della malattia. “Nel giugno del 2006, dopo un anno di dolori e di disagio che attribuii all’artrite, uno specialista mi confermò che soffrivo di un cancro alla prostata a uno stadio avanzato, e che il tumore si era esteso alla spina dorsale e alle costole. Curiosamente, l’unica parte della mia anatomia che non sembrava toccata era proprio la prostata, un fenomeno comune in questa malattia. Ma una risonanza magnetica nucleare, una faccenda antipatica che implica lo stare disteso in una bara con dei microfoni attaccati, non lasciò dubbi. Originatosi nella prostata, il cancro mi aveva ormai invaso le ossa.” Così J.G. Ballard descrive nell’ultimo capitolo, la scoperta della malattia che lo ha portato alla morte. L’opera diventa quindi la lente attraverso cui reinterpretare il percorso di una vita. Un cammino nel proprio spazio interiore, dove scopre che la sua stessa carne si è ribellata, impazzita. Ballard si sofferma a lungo sulla sua giovinezza ed il periodo vissuto in Cina, per tutta la prima metà del testo, ma i richiami sono costanti anche nel seguito. Eppure in nessun punto raggiunge la profondità trovata nell’opera narrativa. Sembra che la distanza abbia reso difficile la discesa, o forse in realtà adesso ciò che conta è la superficie, quell’orizzonte mediatico che ha invaso il nostro sistema neuro-comunicativo. Verso la conclusione del libro Ballard torna a Shangai, per liberarsi anche del fantasma della sua detenzione di bambino, e – a quanto racconta – ci riesce, torna in Inghilterra ‘più leggero’, con un fantasma in meno. Parla di se come di un nonno e un padre felice, circondato da amici sinceri. Forse davvero la superficie racchiude in se il senso della profondità, ed il cerchio tra il media landscape the inner world si chiude nella biografia, cifra dell’individuo e della sua storia.

Bad Boy

17/06/2009

Pochi giorni or sono, per i tipi della Panini Comics, storica casa editrice del fumetto italiano, è stato pubblicato Bad Boy, testo di Frank Miller e disegni di Simon Bisley. Chiariamo subito un punto: non è una novità, è un testo del 1987, che quindi ha più di vent’anni. In origine è uscito come strip sulla rivista GQ. In seguito, dieci anni dopo, nel 1997, fu pubblicato in volume per i tipi della ONI press, ed oggi – finalmente – vede la luce anche in Italia.
Probabilmente avrete difficoltà ad avere il volume tra le mani, visto che la tiratura è andata esaurita in prenotazione, ma se ci siete riusciti ammiratela in ogni pagina, perché è davvero un gioiello (18X28, 48 pp.) ed i 9 € del prezzo li vale senza alcun dubbio.
La scrittura della storia si situa in un periodo in cui Miller è già il maestro indiscusso del fumetto internazionale, e da un punto di vista contestuale è molto vicino a Give me Liberty, Hard Boiled e ad alcune parti di Sin City. La short story racconta la vita di Jason, un ragazzino che, attraverso brandelli di percezioni giunti alla coscienza da un fondo dimenticato, ed una paranoica (dickiana?) sensazione di debolezza nella realtà percepita, arriva a strappare il velo, ed a scoprire che il mondo in cui lo costringevano a vivere altro non è che una rappresentazione eseguita a suo uso e consumo. Dopo Matrix, ci potrebbe sembrare un tema fin troppo sfruttato, ma la capacità evocativa di Miller non ha nulla a che vedere con gli equilibrismi informatici e ontologici dei fratellini di Zion. Bad boy è una storia estremamente semplice e lineare: è la storia di una fuga, è la storia mai interrotta della ricerca della promised land, la terra delle origini perdute, del luogo in cui tutto ha avuto inizio. E’ una storia antica. Jason, tenace, ostinato, caparbio, continua a replicare il suo vissuto, cercando una via di fuga dall’orrore dell’esistenza. Di un’esistenza che tanto assomiglia alla nostra quotidiana follia. Un mondo piccolo borghese fatto di sentimentalismi da soap opera e di impiegati frustrati. Jason cerca il senso, cerca il valore, e lo cerca a qualsiasi costo, a costo di morire, a costo di abbandonare anche Rachel, che non ha la sua tenacia. Come i piccoli personaggi dei film di Steven Spielberg, anche i bambini di Miller sono cresciuti nello spirito, ma con la forza interiore data dalla mancanza di pregiudizi e di paure.
Come il piccolo amico umano di ET, come David, il robot troppo umano di AI, la bambina in rosso di Schindler List, e così Martha di Give me Liberty, e oggi anche Jason in Bad Boy, sono i bambini che ci possono salvare, che vedono il cammino da seguire, così com’è, limpido e lineare.
Novello pollicino dell’etica, Jason segue la via, come un samurai, come un Ronin, come un pipistrello che ascolta gli ultrasuoni, e cerca la via di casa, verso le origini, verso la tana.

Pubblicato su Il recensore.com