In piazza Capitaniato, a Padova, c’è un monumento. Non è un monumento equestre, di quelli dedicati ad un qualche grande condottiero o ad un capitano di ventura, di quelli che abbondavano nei tempi in cui da queste parti dominava la Serenissima Repubblica. Neppure è la statua di un principe o di un re, e nemmeno di un nobile, proprietario di palazzi e ville. Si tratta – pensate un pò – di un uomo di lettere: certo Angelo Beolco, detto Ruzante. Dario Fo, durante la cerimonia per la consegna del Premio Nobel, ne ha parlato, e così ha detto:

«Uno straordinario teatrante della mia terra, poco conosciuto… anche in Italia. Ma che è senz’altro il più grande autore di teatro che l’Europa abbia avuto nel Rinascimento prima ancora dell’avvento di Shakespeare. Sto parlando di Ruzzante Beolco, il mio più grande maestro insieme a Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia».

Ruzante qundi è posto al pari dei padri del teatro moderno, insieme a Goldoni, Moliere e Shakespeare, e scusate se è poco. Per chi fosse interessato, è possibile scaricare gratuitamente l’opera del nostro, in questo sito. Ma Dario Fo, non è l’unico a pensarla in codesta maniera, e nella Padova odierna, vi è un altro scritore che – nel suo piccolo, senza scomodare i maestri – prova a rifarsi alla grande tradizione del grottesco e della farsa.

Di lui citiamo lo pseudonimo, Heman Zed, perchè così ha deciso di farsi conoscere dai suoi lettori. Ho avuto il piacere di incontrare Heman in molte occasioni, ultima delle quali una lunga e piacevole conversazione durante i ‘Giovedì letterari’ del Ristorante Boivin
di Levico Terme. Queste serate, organizzate da Claudia Boscolo con la collaborazione del sottoscritto, hanno visto passare alcuni interessanti giovani autori italiani, tra cui appunto Heman Zed.
Su “Il recensore.com” ho pubblicato una recensione al secondo dei tre romanzi scritti da Heman Zed. La riporto qui perchè volevo partire proprio da alcuni temi qui tracciati per ritornare poi al primo ed al terzo romanzo.

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Leggendo La Zolfa (Il Maestrale, 2009), ripensavo le lunghe letture sulla storia della cultura popolare, del teatro di strada, dei cantastorie. L’antica tradizione degli affabulatori, che girando per mercati e fiere, sin dal più profondo medioevo, ha tramandato storie, leggende e tradizioni, sale lungo i tortuosi meandri della storia – rigorosamente minuscola – incrociando Rabelais e Ruzante, Goldoni e Moliere. E ancora il formaggio, i vermi, pescatori, pirati, briganti, e giunge fino a questo libello, opuscolo ambizioso, che si vanta di tanta tradizione.

Ora, che la lettura è conclusa, non posso che dire che ne ha ben donde ! Che avventura, che coraggio, che epica!L’intera narrazione ti avvolge in una suspence irresistibile, condita dalla verve comica dell’autore, per cui non ti distrai se non per i pochi istanti necessari a stappare una birra o a svolgere innominabili funzioni corporali (ma che qui paiono ovvie come in un film di Sordi).

L’autore, ignoto alieno giunto tra noi per ricordarci da dove veniamo, ci riporta in una terra antica, dove i codici d’onore sono appunto tali (a meno che non debbano essere poi infranti ogni qual volta sia conveniente farlo), dove gli uomini sono uomini e le donne… lasciamo stare. Heman Zed fa suoi gli stilemi di un mondo perduto, distrutto da telefonini, politica centralizzata, televisione, turismo intercontinentale (ma che ci vanno a fare i ragazzini di Casalpusterlengo in Thailandia al confine con il Laos?).

Nessuno guarda più le proprie scarpe. Nessuno si preoccupa più di quanto è stronzo.

L’epopea di San Pinerlo, del cavalier Pistone, del suo portinaio Sulfo IV detto lo stronzo, e degli abitanti de La Zolfa tutti, rimarrà nella storia oscura di questo paese di merda. Dimenticata da tutti gli annali della letteratura ufficiale, La Zolfa sarà ricordata come momento topico della sua storia nascosta, fatta di libri dimenticati, di eretici bruciati, di anarchici ammazzati e di poveri cristi depredati.

La Zolfa è rivolta, furto, rapina.
La Zolfa si riprende quello che era suo.
La Zolfa è avventura, epopea, sesso, amore, armi, duelli, e morte.
La Zolfa sono i sogni della gente stupida, dei vecchi ubriachi al bar, con la cirrosi e l’alzhaimer dopo una vita in fabbrica e i figli che chissà dove sono.

Heman Zed, l’alieno sceso tra noi, ci racconta le storie che gli hanno sussurrato dopo il secondo (terzo, e chi lo sa ?) bottiglione di Merlot. La storia di un killer innamorato, di una sgualdrina tutta fatta a modo suo, di una contessa …. come dire? non molto nobile? e tante altre crepe della Storia maiuscola tuttadunpezzo (e tuttattaccato, alla faccia anche della grammatica).

Non me la sento di fare il critico serio a proposito di questo libro. Non che non lo si possa fare, attenzione. Come ho detto il background del testo è immenso e un analisi testuale porterebbe alla luce i moltissimi riferimenti sottesi nel testo. Però non sarebbe corretto, La Zolfa ed i suoi eroi non se lo meritano. Non si troverebbero a loro agio, come invece in una puntata di Alan Ford ed il gruppo TNT.

Vorrei soffermarmi su un solo elemento che appare sull’orizzonte della critica, forse lontano, forse culturalmente non così diretto, ma con un’analisi dei personaggi che mi sembra estremamente simile, ed è Luis Buñuel. La distruttiva analisi della piccola borghesia che il regista attua in molti dei suoi film migliori (”Bella di Giorno“, “Diario di una Cameriera“, “Il fascino discreto della borghesia“, “L’angelo Sterminatore“, “Viridiana“) ha molto in comune con la feroce critica sociale delle convenzioni del nostro tempo che si ritrova ne La Zolfa, e i personaggi sono altrettanto stereotipati di quelli del regista. Pure maschere allucinate, zombi deliranti che sopravvivono alla fine di un tempo senza riuscire ad entrare nel futuro. Tutti Simon del deserto i personaggi de La Zolfa sono destinati a morire uno ad uno, per lasciare il passo a telefonini, televisione e viaggi di nozze in crociera, ed è ben sapendo questo, che decidono di fare la Rivoluzione, che – come si sa – “non è un pranzo di gala”.

Pubblicata su “Il recensore

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La zolfa quindi incarna in toto questo lato grottesco, farsesco e direi picaresco della vita che da Ruzzante a Dario Fo affianca la letteratura cosidetta ‘alta’, viaggiando invece tranquillamente a braccetto con tutti quei generi e sottogeneri che mai hanno goduto il rispetto di professori e dottori. Con i dovuti distinguo il cavalier Pistone è un Don Quixote del nostro tempo, che difende la sua dulcinea (un pò puttana, ma insomma …) dai giganti e dai nemici. Ma non solo La Zolfa incarna quest’ideale narrativo.

Heman Zed in tutta la sua produzione narrativa, anche se con accenti differenti, mantiene volutamente centrale il ruolo del battitore libero, dell’anarchico che però diventa – piaccia o meno – il cardine dell’intera storia. Così Tito, il giovane protagonista de La cortina di Marzapane, e così il batterista di Dreams & Drums, proprio in questi giorni in libreria. Questi personaggi – ne la Zolfa, il ruolo è di Sulfo IV, il portinaio – rappresentano il ritmo della narrazione. Quel procedere oggettivo, libero, anarchico della vita indipendentemente dalle singole volontà, e soprattutto alla faccia di tutti i potenti e di tutti coloro che non vogliono che l’amore domini in questo mondo. Penso a un cartone animato di Enzo D’Alò: Momo, dove ‘i grigi‘ rubano il tempo alle persone, costringendoli a vivere una vita frenetica e infelice, finchè non vengono tutti salvati da Momo, bimba anarchica e senza famiglia, senza genitori nè autorità. I personaggi dei romanzi di Heman Zed, come Momo, sono degli strani attrattori, sono delle battute in levare, figure intorno a cui le narrazioni prendono forma, perchè sono vive, non delle funzioni del marketing.

In Dreams & Drums, Heman Zed concretizza anche il suo essere musicista, e al volume si trova allegato un cd autoprodotto, dove vengono suonati i brani citati all’interno del romanzo. Indipendentemente dal risultato letterario, che ovviamente non può essere sempre omogeneo, in particolare se si affronta un genere rischioso quale la farsa ed il grottesco, è importante ricordare che la Poesia (ebbene si, anche quella maiuscola) è molto vicina allo spirito picaresco e certamente Don Quixote era un grande poeta, ma quanto è facile da queste vette ricadere nel ridicolo, come il saggio di Bergson sul comico (Il riso) mostra ampiamente. Heman Zed comunque vede sempre il limite dei suoi personaggi e li salva comunque dalla fine ingloriosa che a volte rischiano, ma questo solo perchè in lui alberga un grande cuore, e capisce fino in fondo le sue creature.
Heman Zed ed i suoi personaggi ci insegnano a vivere, a non dimenticarci mai di sognare, a non dare mai nulla per perso, fino in fondo, anche se poi infine come ogni Arlecchino e Pulcinella la via d’uscita un pò di traverso è meglio se la si trova. Quello che ci ricorda sempre però, che l’importante è lo spirito, la faccia che metti di fronte al mondo, quella che vedi nello specchio la mattina.
Heman, il cavalier Pistone, Sulfo IV, e tutti i suoi personaggi adorabili e folli, e qui mi permetto, per simpatia, empatia e amore di mettermi in mezzo, (anche se non lo faccio quasi mai, ma qui ci vuole), lo possono dire:

Noi, la mattina, nello specchio, non vediamo una faccia da culo ! Noi.

Dedicato a tutti i Pete Best rimasti lungo la strada.

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E’ veramente complesso scrivere di un’opera come “Lo stagno delle Gambusie” (Meridiano Zero, 2009) dell’esordiente padovano Enrico Unterholzner. La difficoltà non sta tanto nella laboriosità della trama, nell’essere arduo dell’argomento, nel linguaggio ardito, bensì nella sua anomalia, nel suo essere essenzialmente e radicalmente altro. Il libro si distingue infatti in modo totale da ciò che siamo abituati a leggere, dalla quotidiana letteratura italiana.

Personalmente vedo i suoi precursori ideali in alcune forme narrative, ma ancora di più in alcuni singoli racconti. Penso a “La Ronde” di Arthur Schnitzler, da cui il meraviglioso film di Max Ophuls, penso a certo Canetti minore, nei passaggi dei suoi infiniti appunti sul mondo, a Stefan Zweig, forse a Thomas Bernhard. “Lo stagno delle Gambusie” però si rifà ad una tradizione in realtà molto più antica, quella della parabola.

Le parabole non sono mai state delle narrazioni simboliche, nel senso metaforico, bensì delle allegorie. Difatti attraverso la sequenza di eventi che occorrono ad uno o più individui si estrapola una norma od una regola generale, solitamente un principio etico. E’ fondamentale distinguere il procedimento dalla metafora perché la metafora prevede una similitudine tra le parti in causa, mentre l’allegoria non lo richiede. E’ l’autore del testo, della parabola, che assimila le parti, ma in modo arbitrario, creativo. Così accade a Geremia, il personaggio del romanzo. Quella di Geremia è un’allegoria demiurgica, e difatti lui costruisce una rete di elementi che definiscono un mondo, un insieme di relazioni, di cui lui è il deus ex machina, il motore immobile. Difatti lui stesso dice che “gli dei non creano il mondo, lo immaginano“. Geremia, dio minuscolo, costruisce il suo mondo immaginario, ovviamente a sua immagine e somiglianza. La storia di Geremia difatti è una parabola perché ha una morale, che viene identificata nella sua hybris tragica, che lo porta ad un destino ineluttabile.

Un ulteriore elemento che identifica la vita di Geremia è l’estrema ritualità. Come in ogni religione anche nella vita di Geremia esiste una serie di comportamenti prestabiliti da cui non si può sfuggire, alcuni anche estremamente pericolosi, ovviamente secondo la sua visione. Tra questi si può ritrovare il passeggiare lungo certi viali particolari, incontrare una mamma, oppure la collega di ufficio. Eventi che possono cambiare in modo radicale la percezione del mondo di Geremia. Questo ad esempio succede in modo decisivo a causa di un elemento apparentemente insignificante: un pelo di gatto, che nella cosmologia allegorica di Geremia assume su di se una serie di collegamenti che lo porteranno fino alla drammatica conclusione.

Lo stagno delle Gambusie” quindi è un libro che è fondamentale leggere – anche perché immagino abbiate percepito la difficoltà del critico nel presentarlo. Sicuramente può essere interpretato in molteplici modi, ed io ho accennato solo ad uno di questi. Penso però che se ognuno di noi fa suo il tentativo di aprirsi alla sensibilità particolare di Geremia, dovrebbe riuscire a coglierne la dolcezza, e la grande solitudine della sua vita.

Pubblicata su Il recensore

Qualche giorno fa ho partecipato a un concerto di Elio e le Storie Tese. Il concerto non era a Milano, Roma o in una grande metropoli, bensì in un piccolo paese di montagna. Il palazzetto era pieno di fan entusiasti, che per tutto il concerto hanno cantato, ballato e osannato Elio, Sergio e gli altri della band.
Essendo milanese conosco Elio e Sergio (Conforti) sin dalla seconda metà degli anni 70, quando iniziavano i primi concerti, e poi li ho seguiti per tutti gli anni ottanta, il loro periodo da garage band, quando spopolavano sul territorio. Dopo la svolta sanremese li ho persi di vista, ma non in modo critico, semplicemente perché la vita è così. Oggi ritrovo una band eccellente, tra le migliori che abbia mai visto live, e un gruppo di una serietà e profondità ineguagliata in Italia.
La musica di EELST difatti è tutt’altro che facile. Nonostante i testi all’apparenza easy, in realtà sia linguisticamente che nella struttura musicale, il lavoro del gruppo è estremamente sofisticato. Da un punto di vista testuale, nel lavoro di Elio si ritrova tutta la scuola del teatro dell’assurdo e del non sense di Ionesco e Cocteau, oltre che Artaud. Beckett è sicuramente un punto di riferimento indispensabile, ma si può e deve ritornare poi principalmente su Dada (Tzara e Picabia), e sul surrealismo (Breton, Eluard). Musicalmente inoltre i nostri si dimostrano essere all’altezza dei loro alter-ego, le Mothers of inventions di Frank Zappa, cui rendono omaggio dichiarato, ma in realtà i riferimenti nel testo sonoro sono continui, da Hendrix ai Beatles, dagli Stones ai Led Zeppelin, dal folk anglosassone ai ritmi africani e sudamericani.
Insomma un citazionismo alla Tarantino? No ben altro. Come in Zappa, vi è ben più di una semplice dichiarazione d’amore, ma una critica strutturale allo showbiz, che porta costantemente ai vertici una musica che non è nulla di più di uno schema facilmente reinterpretabile. Elio, come Zappa, ci mostra costantemente come loro siano in grado i rifare qualsiasi genere, in qualsiasi conteso, e di farlo meglio. Country, rock hard, pop, easy listening, folk, jazz, ogni formula viene espropriato del suo valore, scorticato e riprodotto con schemi che già erano degli Area (ricordo Il massacro di Brandeburgo in Sol Maggiore, su Maledetti), ma innestati su performance linguistiche da brivido.
Lo showbiz, lo spettacolo come forma sociale a la Debord, è ciò che svuota di realtà ogni cosa. Ogni sentimento, passione, impeto, messo sotto i riflettori si svuota: diventa pura immagine, ossessione, reiterazione illusoria della sua possibilità. Ciò che davvero è importante, ciò che davvero conta, ci dice Elio, non è qui. Questo – come Hollywood babilonia – è il luogo deputato della finzione, della magnifica ossessione, dove tutto perde la sua determinazione di realtà, per trascendere nella produzione d’immaginario e desiderio. Produzione che oggi è totalmente serializzata e riproducibile. Come FB è il luogo dell’onanismo e dell’esibizionismo, così lo showbiz musicale diventa veicolo per i sani sentimenti – cuore / amore – trasformandoli in dispositivi del capitalismo avanzato.
La catarsi esasperata della pop music, disvelata da Elio, si trasforma nella great R&R; swindle. Elio non lo dirà mai esplicitamente, perché delle cose del tempio non si può parlare nel mercato, ma la cruda visione colta dallo sguardo disincantato è evidente: è tutto falso. Orson Wells lo aveva ben cercato di mostrare, così come Fassbinder.
Ciò che conta non è qui, non è sul palco, non è in rete, non è sullo schermo. Questa è la grande illusione, la finzione che sostituisce la realtà insopportabile. La vita è nella realtà quotidiana, nel lavoro, nei corpi, negli affetti. Il resto, e lo dice Keith Richards, it’s only R&R.; Ovvero nulla di serio.
E’ ovvio che l’immaginario ed il desiderio sono parte integrante della vita, e che non sarebbe pensabile una vita altrimenti, ma Elio ci impone una riduzione del loro peso. L’arte è il veicolo usato dalle passioni per mostrarsi, ed elevarsi, ma quando – ci dice Elio – questo è compiuto a discapito del principio di realtà, e soprattutto quando viene svolto in un luogo non deputato, e con modalità ancor meno adeguate, non può che portare in una direzione confusa ed alienante. Ciò può essere detto di ogni forma d’arte: la letteratura in rete ne è un esempio. La musica su un palcoscenico un altro. Non la musica in se, certamente, ma l’arte quando esce dalla sfera della comunità, della proprietà pubblica in quanto bene comune, condiviso, per diventare oggetto del mercato, con un costo.
Elio mostra lo straniamento del senso e del valore nell’arte contemporanea, e ci indica la via per riportare l’arte nella vita. Cosa si potrebbe chiedere di più ad un artista? Una grande lezione.

Pubblicato su Bravonline !