Inchiostro Rosso è il nome della collana noir edita da Agenzia X, e curata dallo scrittore milanese Matteo di Giulio, che viene inaugurata da “La gabbia dei matti“, il nuovo romanzo di Luca Rinarelli, scrittore torinese che ha esordito solo due anni fa con l’ottimo “In perfetto orario” (Robin). Considerato il successo del personaggio di Werner, figura accattivante e nel contempo dotata di profondità e sensibilità, ci si poteva aspettare un sequel, che certamente sarebbe stato ben accolto dai lettori.

È quindi una piacevole e inattesa sorpresa leggere una storia che affronta temi  nettamente diversi dalla precedente, mantenendo una prosa elegante e solida. Rinarelli si conferma abile narratore e attento osservatore della realtà che lo circonda – non a caso associa alla scrittura l’attività di fotografo. Il suo sguardo risente di questa sua deformazione professionale, dell’abitudine a “mettere a fuoco”: una caratteristica costante della sua narrazione è infatti il continuo reinquadrare i personaggi – che sfuggono a griglie predeterminate proprio perché obbediscono a un criterio di verità. Quasi un reportage, La gabbia dei matti richiama l’attività professionale di Rinarelli, che si occupa, presso un’associazione, di persone senzatetto e in difficoltà, come la maggior parte dei personaggi di quest’opera.

Verrebbe immediato inserire questo racconto nel filone del noir sociale, e Rinarelli certamente si inquadra in questo modulo narrativo. La gabbia dei matti, difatti, è un testo duro, crudo e di frontiera. Èun’opera di parte, e in modo netto, senza distinzioni e orpelli retorici. Eppure, nonostante ciò, è un’opera carica di dubbi e perplessità, in quanto la distanza sempre più ampia tra teoria e prassi costituisce la cifra del racconto: anche se gli ideali sono saldi, oggi le pratiche sono molto meno facilmente delineabili. La questione posta dai personaggi non ammette dilazioni, o strategie. Come si ottiene giustizia? Qual è nel nostro tempo martoriato la via per vivere degnamente? I piccoli uomini di Luca Rinarelli, allontanati da una società che non ha occasione di sfruttarli, e divenuti perciò inutili, scelgono la via della rivolta. Non vi è alcuna commiserazione, né traccia di quel pietismo o sentimentalismo romantico di sinistra, troppo spesso presente in ogni percorso che si interroghi sulle forme di lotta.

Marco, Daniela, Pietro, Jack, Borghi e tutti gli altri, ognuno a suo modo, si elevano in un istante di dignità che li trasfigura. Non sono più i falliti relitti di una Torino appena intravista sullo sfondo di fabbriche abbandonate e lavori in corso. In un mondo dove la clinica e la prigione sono l’anticamera del cimitero, provano – per pochi giorni – a vivere degnamente.

Le caratteristiche narrative avvicinabili al neorealismo che erano proprie del precedente romanzo, e che nelle prime pagine potrebbero apparire come modulo stilistico prevalente anche del secondo romanzo, prendono la forma di una specie di realismo magico, in cui simboli e segni si intersecano alla realtà. La sindrome bipolare, la depressione, la schizofrenia, e il catalogo di disfunzioni mentali di cui soffrono i personaggi, diventano, come in Burroghs e Dick, altrettante strategie per ricostruire la realtà, per provare a modificarla. Pratiche di sopravvivenza che si incontrano con la apparente  realtà in modo dirompente, e non omologabile ad altre forme di rivendicazione.

Vi sono delle questioni aperte che emergono con forza in questo romanzo, e che di certo costituiscono il suo merito principale, come quella – irrisolvibile – del ruolo della violenza nel processo rivoluzionario. Il tema della memoria è altrettanto sentito: per costruire una società più giusta, ma anche solo per opporre il ricordo alla omologazione della cronaca, si esplicita in modo netto la necessità di mantenere vivi nella memoria individuale e collettiva tutti coloro che sono morti a causa di un potere esercitato con la forza di un abuso.

Nel romanzo gioca un ruolo importante la Rete, di cui Rinarelli induce nei suoi personaggi un utilizzo estremamente sofisticato, rendendo attuale così ancor di più la narrazione, ed evidenziandone possibilità e limiti. I media, e in particolare i giornali, sono protagonisti, e anche in questo frangente emerge il conflitto e il dibattito interno ai media stessi, circa ruolo e funzione dell’informazione. Tutti questi temi rivestono un’importanza centrale, e ogni lettore non potrà evitare di sentirsi chiamato a partecipare; tuttavia, credo che il vero fulcro di questo breve ma intenso romanzo consista nel ribaltamento di prospettiva che si realizza nella vita dei protagonisti.

Un altro mondo è possibile” non è più lo slogan di un movimento, ma una prassi da attuare, un modulo di lavoro, uno schema interpretativo attraverso cui rileggere la quotidianità. Ognuno dei personaggi è quindi in grado di ricongiungere ideali, progetti e vita. Lo spirito e la carne ragionano insieme, perché la distanza tra teoria e prassi si annulla nella Rivoluzione. Le disabilità dei protagonisti diventano le loro virtù, le loro debolezze la loro forza. Loro hanno ragione, e non perché lo dice la Storia o chi altro, ma perché il diritto è vissuto nella sua assenza, che purtroppo è spesso quotidianità, per chi in questa società non ha diritti, o li vede calpestati ogni giorno, perché è nella quotidianità che si incarna la giustizia, e loro lo (di)mostrano, vivendo da giusti, grazie a quelle qualità che altri chiamerebbero handicap.

Originariamente pubblicata su Il recensore

Reading di Luca Rinarelli (video)
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Pietre

27/09/2010

Il poliziotto guarda le carte che si allargano sulla scrivania e pensa che è veramente un lavoro del cazzo. Non capisce dove sia il problema. Non c’è nulla di strano. Rapina in gioielleria: chiedono di vedere degli anelli e poi mano alle armi. Tutto videoregistrato. Sacchetto dell’immondizia, due colpi in aria e via. Nessun ferito. Qual è il problema? Solito iter procedurale: domande a chi di solito acquista refurtiva, perquisizioni nei campi rom, ecc.

Riguarda il video: uno dei due rapinatori prende in mano un anello, lo guarda, lo volta, lo infila in tasca. Lo guarda: lo guarda bene.

Il poliziotto esce, cammina verso il bar. La gioielleria è a poche decine di metri. Ci passa davanti. Seduto per terra un mendicante. Gli butta un euro. Lui non lo vede neppure. Vede che allunga una mano dietro di sé. Raccoglie una pietra da terra. Il poliziotto tende i muscoli, pensa che voglia lanciarla contro di lui, ma il clochard, guardandosi intorno, avvicina la mano alle labbra, mette in bocca la pietra e la ingoia.

Il poliziotto corre verso di lui e lo afferra, temendo che muoia soffocato in pochi minuti, ma si accorge con sorpresa che il tipo sta bene, ha ingoiato la pietra molto naturalmente.

Gli parla:

Stai bene?
Certo. Perché?
Hai appena ingoiato una pietra. Le persone non lo fanno di solito, o se lo fanno rischiano di morire.
Non so, amico, a me le pietre piacciono, mangiarle mi fa sentire meglio. Non chiedermi perché, sono solo un mendicante.
Ma non sei mai andato in ospedale?
Una volta che mi ero tagliato, ma mi hanno mandato via, ché puzzavo troppo.

Il poliziotto concorda su questo aspetto, lentamente si alza per scostarsi. Gli chiede ancora se sta bene e quello conferma. Di nuovo.

Nei giorni seguenti, mentre sbriga la pratica per la rapina dal gioielliere, il poliziotto capita più volte su quella via, e rivede spesso il barbone. Ogni volta si ripete la stessa scena: cammina, oppure è seduto, raccoglie un sasso, a volte più grande, a volte piccolo, e lo ingoia, solo, senza nemmeno un sorso d’acqua.

Il poliziotto pensa che il tipo è partito di testa, e che al più presto lo ritroverà cadavere, uno non può andare avanti così per molto. Pensa che forse dovrebbe chiamare un’ambulanza e farlo ricoverare con un TSO. Decide che chiederà al suo superiore.

Il barbone tasta la pietra. Sente se è calda. A volte di più. Altre sono gelide, e allora le mette nelle mutande. Le pietre a volte sono rotte, e allora le deve lisciare. Per molto tempo le sfrega con le mani l’una contro l’altra, e infine non solo sono lisce ma cambiano anche colore. Luccicano. La luce che c’è imprigionata inizia ad uscire. Quelle sono le migliori, è in quel momento che lui le mangia. Sente la luce dentro di sé, e la luce lo guarisce. Il barbone riconosce tutte le pietre. Le vede, anche da lontano, e sente se hanno la luce. Vede il colore, sente il calore e il peso. Le pietre sono antiche quanto la terra. Le pietre sono oneste: non sanno che esisti, per loro stessa natura illuminano e guariscono.

Il poliziotto esce dal bar. È notte fonda. È ubriaco. Il barbone è lì, seduto. C’è qualcosa che non va. Due uomini sono in piedi davanti a lui, uno lo prende a calci.

Il poliziotto si gira e si incammina nella direzione opposta. Di fronte a lui un’auto dei Carabinieri. Vaffanculo, non può andarsene. Se quelli se ne accorgono ha finito di vivere tranquillo. Allora ritorna sui suoi passi, e vede che quelli continuano a menare il barbone. Gli girano i coglioni. Si avvicina.

Allora, avete finito di rompere?

Quelli si girano, hanno davvero due facce di merda, entrambi hanno le lame. Stavano torturando il barbone. Ma di che cazzo si fa la gente? Lo guardano storto e gli dicono:

Sparisci. Tu non hai visto niente e non hai problemi.

Il poliziotto risponde calmo che non vuole storie, che i Carabinieri si stanno avvicinando, che devono solo togliersi dalle palle e mollare il barbone, così nessuno si fa male. Quello sembra che non lo senta nemmeno, estrae un pistolone da film. Insieme al suo compare inizia a sparare verso il poliziotto e i due Carabinieri che sono ormai pochi metri alle sue spalle.

I due volano secchi, come rami spezzati. Il poliziotto si piscia addosso e urla come una scimmia. Spara tutti i colpi della sua pistola d’ordinanza. La vita genera casi, coincidenze fortunate: insomma, li secca. Entrambi.

Con i pantaloni sporchi di merda il poliziotto si avvicina. La gente si affaccia alle finestre. La sbronza gli è passata. Controlla che i morti siano tutti morti, compresi i Carabinieri. Chiama il commissariato e le ambulanze. Chiama anche sua moglie.

Poi cammina verso il barbone. Lo sente rantolare. Si abbassa verso di lui, vede sangue ovunque. Guarda meglio, e poi capisce. Lo hanno sventrato, ha lo stomaco aperto. È ancora vivo, recita strani versi e litanie. Cristo, povero vecchio. Il poliziotto guarda se può fare qualcosa, ma ne dubita. Poi vede che dentro la sacca dello stomaco ci sono le pietre. Le pietre che il vecchio continuava ad ingoiare erano lì, almeno in parte, dentro al suo stomaco. E lì, brillante come l’onestà, luminoso come la purezza, uno splendido diamante è in bella vista, tra le pietre di strada e i ciottoli. Il poliziotto guarda il barbone. Quello accenna un sorriso doloroso, quasi di scusa, e cerca di sussurrargli qualcosa che parla di cura e di onestà.

Il poliziotto non capisce, ma non importa. Il barbone muore davanti a lui. Pochi minuti prima delle ambulanze.

L’assicurazione del gioielliere ammise che in fondo era contenta.

Pubblicato su Scrittori Precari

Biancaneve“, (Todaro Editore, 2010) di Marina Visentin, è un romanzo da cui emergono, dopo la sedimentazione necessaria, degli aspetti che a una prima lettura rimangono nascosti. Il primo livello narrativo non è certo elementare, intendendo il termine come ‘non composto’, ma lo è invece dal punto di vista del lettore, e di ciò che coglie, ovvero la linearità interpretativa.

In questo livello ci viene mostrata una ragazza privata di un rapporto organico con se stessa, con il proprio corpo e limitata – circa gli altri, in quanto mondo – ad un piano relazionale estremamente scarno, sottoposto ad un’anoressia psicologica che la porta a un’articolazione emotiva monosillabica. La protagonista, giustificando se stessa di fronte a ogni senso morale e sociale, si lascia coinvolgere in delitti e reati al solo fine di migliorare o mantenere il mondo in cui vive.

Una lettura psicologica classica ci porta quindi inevitabilmente a rilevare un rapporto psicotico tra pena e colpa, che si rivela nella rimozione del delitto a livello coscienziale, e infine a un’isteria freudiana standard, che porta la protagonista – probabilmente sofferente di frigidità – a compiere lei stessa un delitto che – finalmente – è liberatorio, catartico, per quanto devastante al fine del mondo finora costruito.

Certamente questo livello è presente nell’opera, e ne rappresenta la corteccia, l’ossatura, ma vi sono altri aspetti che abbisognano di un approfondimento maggiore. La protagonista, mostra, quasi seguendo Roland Barthes, dei frammenti di un discorso amoroso, cerca di muovere dei passi sul cammino di una relazione, o almeno cerca di capire che cosa questa implichi, in termini di do ut des, di una dinamica del possesso e di una gratificazione che – lei auspica – dovrebbe giungere a completamento della relazione stessa. Eppure anche le poche persone che riescono ad avvicinarla, come Rossana, l’amica e coinquilina, che apparentemente vive una dimensione di realizzazione e coinvolgimento, rimane ugualmente vittima della sua decostruzione emotiva, che – in fondo – nell’amica è solo mascherata più attentamente, e che la porterà a impattare – fisicamente e letteralmente – la sua dialettica della seduzione con la violenza maschile distruttiva.

La protagonista, lavora foucaultianamente sull’ordine del discorso, e la parola – sia quella detta che quella taciuta – è perciò il primo elemento costitutivo di una microfisica del discorso amoroso, dove questo si trasforma tragicamente in un paradigma giudiziario. Il reato, sia l’omicidio in se quanto la complicità, sono il tema – per definizione – dove la relazione amorosa trova il suo luogo espressivo, non esistendo in tutto il romanzo una persona eticamente degna in grado di farsi carico dell’amore come onere, personale e sociale.

La protagonista esercita la dimensione amorosa/affettiva così come realizza lautonomia e l’indipendenza del sociale: da una posizione di forza. Ogni discorso, ogni ordine del discorso, si realizza in quanto oggettuale, quando si astrae – perdendo di vista il suo oggetto – si trasforma in schema di dominio, in microfisica di un potere, di controllo.

L’amore di Biancaneve rimane inficiato nel dominio/controllo perché manca di oggetto, e di una persona reale su cui esercitarlo, fino alla catarsi barocca nel finale, dove la simulazione e la trasformazione in simulacro dell’oggetto del desiderio, producono l’oscenità e la macelleria.

Marina Visentin, conscia della pericolosità dinamica della relazione amorosa, e di quanto facilmente questa si presti a derive criminali (la storia della letteratura di genere è storia di tradimenti e di amori perduti), travalica gli aspetti sociali e psicologici di questa mediazione per reinterpretarla sul piano linguistico genealogico. Il suo è il tentativo di spezzare la macchina desiderante dell’isteria, e ne ricerca un principio di realtà nel paradigma giudiziario: ma l’ordine del discorso è troppo radicato, il discorso amoroso non riesce a emanciparsi, a diventare adulto, e si ritrova tragedia.

Il discorso amoroso è diretto quindi ineluttabilmente al controllo e al dominio, e solo la personalizzazione e l’oggettualità fenomenologica ne permetterebbero la riproposizione in un’etica e in un mondo relazionale non fatale.

Esempio trasparente di questa dinamica iperreale lo fornisce la protagonista stessa, raccontando della sua passione per la divinazione. I ching, oracolo cinese di cui Biancaneve fa uso, consumo ed abuso, sono lo specchio barocco della relazione amorosa che lei vive. L’oracolo, la divinazione, è una forma di discorso diretta al controllo e al dominio esattamente come il discorso amoroso, solamente che nella divinazione il processo di spersonalizzazione è completo. La protagonista, grazie agli esagrammi che il libro le propone, costruisce una rete, un modello interpretativo, sostitutivo del reale con cui è incapace di confrontarsi, e questo si rivela un modello talmente vincente, che lei stessa si scopre sorpresa, alla fine, del suo inevitabile fallimento oracolare. Il discorso amoroso e la narrativa divinatoria si dimostrano per Biancaneve sostanzialmente lo stesso discorso: un allucinatorio tentativo di costruire un modello per decifrare un reale che per lei non ha senso alcuno. Questo tentativo interpretativo porta in se il suo stesso destino, e si infrange come in ogni hybris degna della sua tragedia sulla sua ineluttabilità. Citando il poeta, a volte, neanche gli dei possono nulla.

Pubblicato su Il recensore

Non è passato molto tempo, forse nemmeno due anni, da quando ho avuto il piacere di conoscere e presentare per la prima volta Sergio Paoli ed il suo “Ladro di Sogni“. Questa fotografia ritrae quel piacevole incontro. In seguito Sergio ha accettato di presentare nella stessa libreria, “La Talpa” di Novara, anche il suo secondo romanzo Monza delle delizie. E’ stata una serata interessante, a cui si è aggiunta la presenza della giornalista Valentina Sarmenghi che ha poi pubblicato sul Corriere di Novara una sua intervista a Sergio, ma che purtroppo è stato impossibile recuperare on line. Se prima o poi il testo dovesse essere disponibile certamente aggiornerò questo stesso post. Qui sotto si legge, con un imperdonabile ritardo, la recensione che allora ne scrissi e che fu – al tempo – pubblicata su Il recensore.com

Monza delle delizie. Storia di poteri e malaffari (Frilli 2010) è il nuovo romanzo di Sergio Paoli, già autore lo scorso anno del fortunato Ladro di Sogni, edito sempre da Fratelli Frilli e interpretato dal medesimo protagonista: il simpatico, accattivante, timido, e dotato di molte altre qualità ben evidenziate nel testo, commissario Federico Marini.

E’ importante sottolineare questi aggettivi, ed è evidente che Paoli li individua in modo particolare, perché ci tiene a distinguerlo in modo esclusivo, a renderlo ’speciale’. Il suo non è un poliziotto come gli altri, è diverso, e in modo preciso, forte, fin dall’inizio e dalle sue dichiarazioni sulla ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz di Genova che gli hanno interrotto per sempre la carriera, oltre ad inimicarsi tutti i superiori in grado.

Monza delle delizie si occupa di un tema quanto mai attuale e d’impatto: i rapporti tra impresa e criminalità organizzata. Sembrerebbe un saggio ed anche imponente: invece è un giallo poliziesco. Monza delle delizie è una forte presa di posizione critica nei confronti di quelle multinazionali oggi note come corporation, dei veri e propri stati indipendenti, spesso con un fatturato superiore al PIL di molte piccole nazioni. Il tema è quindi è estremamente attuale, soprattutto in un Italia che, negli ultimi anni a partire da Cirio e Parmalat, fino alla crisi delle grandi banche, ha visto e vede giornalmente quanto la velina posta tra industria, criminalità e politica è sottile.

Monza delle delizie, in realtà non è precisamente un nuovo romanzo, poiché l’autore ha sempre dichiarato che era stato iniziato prima di Ladro di Sogni, di cui oltre tutto – tecnicamente – è un prequel. Iniziato prima, poi sospeso e infine concluso a posteriori, Monza delle delizie è stato in sostanza scritto durante l’infinita tournee che ha portato Sergio Paoli a presentare il suo libro in centinaia e centinaia di piccole piazze, librerie, rassegne, a volte davanti a dieci persone e altre con molte centinaia.

Sergio Paoli in questi due anni sul web è diventato per molti il simbolo di come deve essere strutturata un’autopromozione seria ed efficace. Anobii, Facebook, il passaparola, le mailing list, i blog, un’intelligente e ragionata serie di rapporti interpersonali generati e coltivati: tutto ciò a portato ad un’ampia diffusione del suo romanzo, che – indipendentemente dalle vendite – è senz’altro uno dei noir di cui si è parlato – e quasi sempre bene – lo scorso anno. Monza delle delizie presumo che seguirà lo stesso tragitto del suo predecessore, anche alla luce di un probabile futuro terzo atto con lo stesso protagonista.

La scrittura di Paoli ha compiuto una precisa evoluzione rispetto all’opera precedente. Vi sono difatti delle differenze non indifferenti tra le due opere. In Monza delle delizie, soprattutto nella prima parte, vi è una padronanza della narrazione assolutamente di prim’ordine. Le critiche di eccessiva partigianeria rivolte a Paoli da molti lettori che non condividono le sue idee politiche perdono completamente valore di fronte alla scrittura di Monza delle delizie. Ovvero, se di Ladro di Sogni si poteva dire (poi si potrebbe discutere, ma la cosa era sensata) che la narrazione risentiva del desiderio dell’autore di far transitare un ben preciso messaggio politico, certamente questo non si può dire di questo nuovo scritto. La narrazione è sciolta ed assolutamente slegata dal contenuto, pur restando netto e preciso ciò che Paoli vuol dirci circa il mondo in cui viviamo. Chiaro che tutto ciò deriva dall’esperienza, e quindi non possiamo che essere lieti di questo passaggio nel vissuto di Sergio Paoli. In sintesi quell’essere monocorde, quel basso continuo, che accompagnava la storia di Ladro di Sogni, è scomparso, e la musica è decisamente più orchestrale. Nel proseguo della storia, quando sempre più l’aspetto dell’indagine poliziesca in senso stretto prende il sopravvento la scrittura si tende, perdendo quella musicalità che è propria della prima parte per diventare invece più thriller, forse più vicino agli standard americani, più simile – in un certo senso – ad un giallo poliziesco puro: qui servono le prove, gli indizi, gli appostamenti, i testimoni. Senza assumere i connotati del legal thriller la narrazione quindi cambia, e così il ritmo sottostante.

Per concludere, Monza delle delizie è un romanzo che segna una netta crescita tecnica e professionale di Sergio Paoli, pur restando un’opera evidentemente ancora di transizione. Aspettiamo Sergio Paoli alla prossima prova, curiosi di quali nemici affronterà questa volta il commissario Marini.

Pubblicata su Il recensore.com

Ed eccoci qui durante questa seconda presentazione !

Leggere questo romanzo di Marilù Oliva è un piacere come raramente accade. “Repetita” (Perdisa, 2009) è senza discussioni il lavoro di un professionista. Eppure, sulla carta, si tratta dell’opera di un esordiente. Tecnicamente corrisponde ai fatti, ma solo formalmente, poiché in realtà la Oliva esordisce solo in quanto ’scrittrice di fiction’, mentre ha un background decisamente importante come saggista (scrive di Storia contemporanea), giornalista e critico su riviste come Thrillermagazine, Carmilla e Milanonera.
Un autore molteplice, quindi, capace di indirizzare le proprie capacità dove è opportuno in quel momento.
Scritto in un’incontestabile prima persona, “Repetita” gode di un’eccellente costruzione temporale, di un ritmo scandito come un metronomo, e non esce mai – nemmeno per un istante – dai binari in cui si è incamminato. La trama è lineare, si potrebbe dire (anche se è vero solo in parte) che non vi è nulla da scoprire; il lettore difatti si ritrova a conoscere ogni dettaglio dei fatti dalle parole stesse del protagonista, e – apparentemente – seguiamo il percorso che lui stesso costruisce.
Il romanzo racconta di Lorenzo, che si definisce da se un serial killer, ma – come mi confidava Danilo Arona (noto intrattenitore del mondo oscuro) – nulla ci dice che lo sia davvero. Tutto ruota sul piano della meta narrazione: Lorenzo ci indirizza su percorsi che conosce, e ci impedisce – di fatto – di osservare scientificamente il suo supposto crimine. Oliva elimina quindi tutto quell’aspetto di criminal scientific investigation che ormai da qualche tempo è rigorosamente associato alla procedura d’indagine. E’ proprio per questo che il piano squisitamente letterario e narrativo riprende il sopravvento, per formare un’opera intrigante e splendidamente maliziosa.

Repetita” è – e scusate se è poco – un’indagine sulla banalità del male, sulla sua introiezione, sulle possibilità di una redenzione e sul valore dell’amore. Inoltre è un romanzo complesso che si realizza su diversi strati interpretativi, richiedendo – almeno per me così è stato – diverse letture per formare un’opinione coerente. Questo non toglie nulla alla bellezza di una narrazione non inficiata dalla ricerca di modelli letterari: il romanzo scorre in modo assolutamente piacevole e avvincente, ma Oliva si dimostra più che all’altezza anche ad una lettura critica.

La quotidiana reiterazione del male, il suo ripetersi, il suo eterno ritorno non è certo un tema nuovo. Nella storia della narrativa di genere si potrebbero citare moltissimi esempi: da Patricia Highsmith a Stephen King, da Thomas Harris a James Ellroy. In Oliva trova la sua particolare espressione, la specificità di Lorenzo. Il suo amore per la Storia con la maiuscola, il suo continuo ricercare una giustificazione ed un rispecchiamento nel passato, dove “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi” – rubando le regole alla genetica – spiega come la storia dell’individuo, la storia singola, soggettiva non può fare altro che ripetere (ancora) la storia globale, quella umana, con tutti i suoi drammi e le sue (poche) fortune. La terapia freudiana di Lorenzo con la psicoanalista Marcella Malaspina, infarcita di transfert e sessualità che – forse, alla fine – potrebbe essere liberatoria, si interseca quindi con la junghiana (e sotterranea) analisi collettiva del soggetto storico collettivo.

L’analisi psicoanalitica è quindi uno strumento di liberazione, ma è evidente che Marilù Oliva non lo ritiene assolutamente sufficiente, anzi, nell’economia della narrazione si dimostra pesantemente inficiato da mille dinamiche emotive: eppure la via soterica, il percorso di salvezza passa da li, dalla parola, e dalla sua ripetizione: perché la psicoanalisi altro non è che reiterazione della parola salvifica. Così Marcella Malaspina cerca di salvare Lorenzo da se stesso, ma noi non possiamo dimenticarci che siamo interni alla narrazione stessa di Lorenzo, e quindi che quello che stiamo vedendo è un cerchio chiuso, una tautologia, dove il male racconta se stesso per liberarsi dal suo specchio: ancora una volta il serpente si avvinghia su se stesso nel porgerti la mela.

Siamo insetti che strisciano sulla superficie di quella mela, ed è già tanto se non finiamo schiacciati senza nemmeno che vi sia la volontà, sembra dirci – con un pessimismo che ricorda Schopenauer e Cioran – Marilù Oliva. La narrazione però sfugge a queste estremizzazioni e si rifugia nell’indefinito. Resta nel possibile, forse inconsciamente, la soluzione narrativa del romanzo, anche perché la banalità del male contiene ancora uno sguardo potente e pietrificante, ed è arduo sostenerlo.

Attendiamo quindi fiduciosi Marilù Oliva alla prossima prova, dopo questo prezioso “Repetita“.

Marilù Oliva vive a Bologna dove insegna lettere in un liceo. Nella vita ha fatto mille mestieri: tra l’altro ha guidato autobus e insegnato ballo latino americano. Certamente persona da frequentare

Pubblicata su “Il recensore

Fermate le macchine e toglietevi il cappello. Siamo in presenza dei pezzi da novanta. La produzione di “Habemus Fantomas” (Edizioni BD, 2008) vede scendere in campo alcuni tra i più titolati interpreti del noir e delle nuvole parlanti oggi in Italia. In primis l’autore dei testi, Luigi Bernardi: editore, consulente editoriale, traduttore, una cultura immensa nel campo del fumetto, del noir, della letteratura di genere, ed una capacità di costruire nuovi progetti veramente incredibile.
Inoltre è autore lui stesso: romanzi, fumetti, pieces teatrali, sceneggiature, etc. Se dovessi solo elencare la sua biobibliografia andrei ben oltre le dimensioni di una normale recensione, rimando quindi al suo sito per una trattazione più completa.

Stesso curricola ineccepibile per il disegnatore Onofrio Catacchio. Catacchio si fa le ossa su decine di pubblicazioni: Nathan Never, Frigidaire, Nova Express, Il Manifesto. A partire dalle esperienze di Magnus e Pazienza (imprescindibili punti fermi) Catacchio procede oltre, come dice nella prefazione l’editor in chief di BD, Tito Faraci e reinventa il fumetto d’autore. Anche per lui vale lo stesso discorso di Bernardi: rimando alla rete per un approfondimento degno.

Veniamo al testo che oggi ci propongono questi due giganti: “Habemus Fantomas“. E’ il primo elemento di una trilogia, intitolata “Non temerai altro male” e che è quasi pronto il secondo atto, “Delenda Fantomas“. L’opera rivisita la famosa figura di ladro e ‘genio del male’ che fu il Fantomas personaggio letterario di inizio secolo. Qui erano già presenti tutte le caratteristiche tipiche: imprendibilità, intelligenza diabolica, un organizzazione criminale alle spalle infallibile. Luigi Bernardi nel 2001 aveva tradotto l’unica edizione integrale italiana del primo volume della serie originale francese. Ne esistono altri 32 scritti dalla coppia Marcel Allain e Pierre Souvestre, gli autori originali, più 11 scritti dal solo Allain dopo la scomparsa del coautore. Fantomas è alla base della creazione di molti altri criminali storici, a partire da Diabolik.

Con quest’opera però Bernardi e Catacchio vanno oltre quella che è la genealogia del personaggio, impiantandoci – come degli innesti – rimandi al presente, continue proiezioni nel futuro. Il principio è di non fare della pura rievocazione, ma di sfruttare le potenzialità narrative del personaggio per creare qualcosa che vada – appunto – oltre, un Fantomas odierno, ritrovato nel presente. Di conseguenza anche la concezione etica è adeguata al tempo. Se il Fantomas del 1911 è assimilabile ad Arsenio Lupin, un ladro quindi con un etica molto precisa, se ancora Diabolik aveva comunque un forte senso della giustizia, per quanto personalizzato, la morale nel Fantomas di Bernardi e Catacchio scompare di fronte al puro senso dell’utile.

Gli uomini dell’organizzazione, Fantomas stesso, chiunque è sacrificabile di fronte al bene comune, all’utile che se ne può ricavare. Ciò non va letto solo in termini economici, per quanto questi siano importanti nella logica di Fantomas, ma soprattutto in vista di un aumento del livello di controllo e di gestione del potere nel mondo. Quella di Fantomas è assolutamente una logica di potere, in un certo senso si potrebbe dire che agisce come una multinazionale, una corporation.

Fantomas è quindi l’incarnazione del male, una specie di Anticristo, e il suo mostrare la realtà per ciò che è nella sua totale crudità, evirando qualsiasi tipo di speranza è l’obiettivo tutt’altro che velato degli autori. Bernardi dice, a proposito dell’idea del male: “Il male è il sentirsi diversi rispetto al senso comune, l’idea della ribellione. L’ipocrisia ci spinge a cercare il bene, non lo troviamo perché il bene si condisce via via di armamentario etico che lo allontana sempre più dalla nostra quotidianità. Il male supera le istanze etiche, ci mostra il mondo così com’è, come qualcosa con il quale fare i conti. I surrealisti, e il marchese De Sade prima di loro, sostenevano che il male della società si poteva combattere solo attraverso un male superiore: una catena di mali in crescendo, uno peggio dell’altro. Il male che racconto, il male di Fantomas è lo schiaffone definitivo, che risveglia ciò che è rimasto di risvegliabile. Niente è più affascinante dello schiaffone definitivo, del ribaltamento delle prospettive, del chiedere al male quella felicità che il bene non è stato capace di offrire, se non come ipotesi ultraterrena“.

recensione pubblicata su “Il recensore

Sabato 14 novembre, presso lo spazio Milano Nera alla Libreria Mursia di Milano, si è svolta la presentazione di “Il mio vizio è una stanza chiusa” antologia di racconti pubblicata in una delle collane del “Giallo Mondadori“. Presente il gotha della narrativa giallo/noir/thriller/horror (ormai siamo in balia di generi e sottogeneri), la presentazione ha visto una folta presenza di pubblico e di addetti ai lavori del settore. Tra gli autori, erano presenti, oltre al curatore Stefano di Marino, Barbara Baraldi, per l’occasione da Bologna, Andrea Carlo Cappi, Andrea G. Colombo, Claudia Salvatori e Daniela Basilico. Inoltre nel pubblico si sono visti Cristiana Astori, Paolo Grugni, Adriano Barone, e molti altri nomi emergenti di cui si riparlerà in futuro. Figura portante di questa e di molte altre iniziative analoghe degli ultimi anni, il responsabile del settore edicola della Mondadori: Sergio Altieri.

Scrittore di successo lui stesso, Altieri ultimamente ha dato un’impronta netta e personale alla conduzione di alcune storiche collane da edicola: Giallo Mondadori, Segretissimo, Urania e le molte altre collegate. Sotto la sua gestione la presenza di autori italiani è aumentata in modo esponenziale e – contestualmente – si sono rivelati una serie di fenomeni letterari di qualità più che dignitosa. Il segreto – se così lo si vuole chiamare – di questo successo, è senza dubbio nel lavoro di squadra. Altieri si è guadagnato la fiducia di un nutrito gruppo di validi scrittori, spesso finora costretti nel rigido schematismo del prodotto da edicola, e che oggi, nelle condizioni di poter esprimere le loro capacità, sono in grado di produrre una serie di opere che non hanno assolutamente nulla da invidiare alle migliori scuole straniere.

E la miglior risposta la sta dando il pubblico dei lettori, che accorre numeroso alle presentazioni, come è successo oggi, e come si era già visto all’incontro relativo a “Bad Prisma“, antologia horror a cura di Danilo Arona (che tra l’altro compare anche qui ne ‘Il mio vizio’). La qualità della scrittura di genere è cresciuta in parallelo con la richiesta del lettore: ulteriore dimostrazione – se mai ve ne fosse stato bisogno – che un pubblico di qualità nasce e cresce se c’è un offerta editoriale altrettanto di qualità.

Entrando nello specifico dell’antologia, il fulcro narrativo è dato dal cinema ‘thrilling’ italiano, contestualizzabile nella produzione degli anni settanta. Il riferimento è quindi a tutta quella cinematografia cosiddetta di serie b che per molto tempo, nonostante l’assoluta mancanza di riconoscimento dal mondo della cultura ‘alta’, ha invece proposto al pubblico storie comprendenti una serie di tematiche socialmente dirompenti ed aggressive.

Il corposo saggio sul tema che il curatore di Marino inserisce nell’antologia è assolutamente esaustivo, ed un piccolo gioiello per gli amanti del genere. I racconti quindi sono tutti pensati come delle sceneggiature sul genere, e tutti – per precisa richiesta del curatore – ambientati in Italia. Prima di concludere vorrei citare anche Alda Teodorani e Patrick Fogli, gli ultimi due autori presenti e che finora non avevo nominato, ma che certo non hanno bisogno di ulteriori presentazioni, vista la loro notorietà.

Vorremmo quindi – in futuro – continuare a leggere opere come queste, scritte da narratori italiani che, evitando polemiche da pollaio sull’etichetta da mettersi in fronte la mattina, compiono un lavoro serio, di ricerca, documentato, dove spesso si giunge a comprendere le motivazioni di comportanti sociali altrimenti inaccessibili con altri strumenti, e – cosa che non stona – spesso anche vincenti dal punto di vista delle vendite.

Pubblicato su Il recensore.

Inoltre qui trovate una gustosa intervista a Stefano proprio a proposito dell’antologia.

e infine qui il booktrailer.

Zena.

06/11/2009

Le mura della Malapaga” (Frilli, 2009) è l’opera d’esordio di Enzo Chiarini. Un libro arduo, a tratti faticoso, ostico, duro. Nel linguaggio e nei contenuti. Dove siamo? A Genova, e le Mura della Malapaga sono un tratto dell’antica cinta muraria che partendo dalla Porta del Molo Vecchio, raggiungeva il Casone della Malapaga. Questo era la prigione dei debitori inadempienti, da cui il nome della tratta muraria stessa.
Siamo nel centro della città vecchia, “nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi“, e gli abitanti sono, da sempre, malavitosi, puttane, assassini e delinquenti di ogni sorta.
Le mura di Malapaga sono diventate note ai non-genovesi negli anni ‘60, grazie ad un omonimo film francese con Jean Gabin, girato proprio a Genova. Il film, che vale decisamente lo sforzo di trovarlo, è diretto da Renè Clement, e prese l’Oscar come miglior film straniero.
Il romanzo di Chiarini risente di queste influenze, l’anima antica e tutt’altro che gentile della Zena dei caruggi, il noir di stampo francese, di tanti film e libri divorati dagli adolescenti di alcuni decenni or sono. Su tutto ciò si innesta la cinematografia italo americana dei Coppola, Scorsese e DeNiro, in un romanzo di formazione che tanto ricorda Noodles ed i suoi amici in “C’era una volta in America” di Sergio Leone.
Il romanzo è ben scritto, scorre veloce, in particolare nelle scene d’azione, dove Chiarini taglia seccamente sul linguaggio seguendo un percorso che lo porta vicino alla scrittura cinematografica. Sicuramente nel procedere della trama la lingua si scioglie sempre più e nella seconda parte si rincorrono gli eventi, che si susseguono senza sosta. Fa bene Chiarini a ridurre gli spazi di riflessione – a volte troppo alieni all’ambiente grezzo e tagliente – ed a lasciare che sia la velocità della storia a condurre il romanzo.
Il protagonista è un adolescente, addirittura poco più che bambino all’inizio della storia, che sprofonda lentamente nelle sabbie mobili della violenza, spesso gratuita, e della malavita, sempre più corrotta e feroce. Si fa chiamare Vittò, ed il romanzo è costellato di nomi e nomignoli, come abitudine nel gergo delle bande, si va dal genovese al siciliano, dal sardo al napoletano, percorrendo un’Italia delle bettole e dei vicoli, dove il soprannome è ciò che esprime chi sei, non un nome dato da un padre spesso ignoto o perduto. Incontriamo così il suo mentore, Santo Denovo, Pino “Asso di Bastoni“, il capo mandamento, Sasà “quattru pili“, e così via con tutti gli altri complici di una vita criminale.
Vittò procede nella sua carriera giungendo al carcere, tra morti innocenti e tradimenti. Il senso dell’onore e dell’appartenenza gli impediscono fino all’ultimo di tradire quelli che ritiene amici, salvandosi probabilmente dalla terribile fine che lo attende. La sua è una discesa agli inferi, da cui nessuno ti può salvare, una volta che hai venduto l’anima. Procedendo negli anni la luce si fa sempre più flebile, ed infine solo il buio accoglie le anime nere e corrotte, dannate sin dall’infanzia in un personale e su misura girone dantesco.
Enzo Chiarini è nato a Genova, e da quello che si legge nella sua scheda biografica, probabilmente nel suo romanzo c’è molto di vissuto personale, al punto che lo scrive in prima persona, e ci avvisa che molti dei suoi personaggi ‘erano’ reali. “Le Mura della Malapaga” è il suo primo romanzo edito, ma nella quarta ci avvisa di altri romanzi inediti. Speriamo di leggerli presto, e che mantenga la qualità di questo primo.

Pubblicato su Il recensore.

E’ l’ultima avventura del Professionista, anche se cronologicamente si situa prima di “Pietrafredda”. Il romanzo scorre liscio, scivola pagina dopo pagina, scritto con la maestria e la perizia a cui Stefano Di Marino ci ha da lungo tempo abituato.
Non ho intenzione di fare spoiler, per cui non racconterò nulla della trama, articolata e suggestiva, svolta in maniera eccellente tra flashback e tempo reale.
I riferimenti presenti nel testo sono come sempre in numero molto elevato, da quelli più espliciti, ad altri molto più nascosti. Herzog, Chatwin, i templari, le dottrine esoteriche europee e orientali, la cinematografia di genere e molto altro.
Di Marino si rivela ancora una volta, nella sua modestia, uomo in possesso di enciclopedica cultura, oltre che di una conoscenza approfondita e di prima mano delle location in cui ambienta i suoi romanzi, che si tratti di Bangkok, della Corsica, di Tallin o dell’interno della Nigeria.
Quindi ancora un’opera eccellente, in linea con le altre avventure del Professionista. Certamente la serialità non ha abbassato la qualità in questo caso.
Ci sono però degli aspetti che – pur non essendo delle novità a tutti gli effetti – rappresentano delle tendenze in corso nella scrittura di Di Marino.
Una considerazione si pone immediatamente a proposito della necessità di incalzare tematiche che siano adeguate all’attualità. La situazione geopolitica nelle opere del professionista è sempre perfetta e precisa, così come la presenza e l’utilizzo di strumentazioni scientifiche – oltre che di armamenti – che sono assolutamente verificabili ed esistenti (al di la della logica della fiction: verificabili nel senso di possibili).
Di questo si deve dare merito a Di Marino ed alla sua professionalità, ma è un indice anche del sempre più alto livello qualitativo dei lettori di “Segretissimo” che certo non si limitano a sfogliare le pagine acriticamente.
Inoltre con lo stesso spirito devono essere interpretate le questioni etico-morali che Chance Renard sempre più frequentemente si pone riguardo alla sua vita ed al suo lavoro. Oggi è doveroso – per compiere una seria costruzione narrativa – presentare questioni che qualsiasi essere umano si pone. Specie nel momento in cui il tuo lavoro ti porta ad avere a che fare con il lato peggiore degli individui. Sempre più spesso Chance e Antonia si chiedono tra le righe il senso ed il valore di ciò che fanno. C’è una relazione tra ciò che si è, ovvero – come ci racconta da sempre la tragedia greca – il proprio destino, la propria intima natura, e le proprie scelte?
Sempre più spesso Renard si chiede se è vero che non può vivere fuori da quel mondo, e la domanda si allarga di fronte a lui, assumendo scenari globali, ma è proprio vero che non si può vivere in un mondo di pace? Davvero dobbiamo dare per scontato che il nostro sia un mondo di dolore e sofferenza?
Il Professionista fa il suo lavoro, ma lo fa sempre meno volentieri, seguendo il decorso del vecchio compagno che muore di cancro e gli chiede: “Ma non hai mai pensato a cambiare vita?” Il mondo delle spie e dei contractors cambia sempre più velocemente, e Renard, uomo della Legione, uomo dotato di valori, con dei principi, che spesso è costretto ad infrangere, ma che conosce intimamente, non si riconosce in ciò che sta diventando.
Ed è qui che lo possiamo dire: Chance Renard sta diventando vecchio. La sua ‘anzianità di servizio’ gli pesa, il combattimento non lo gratifica più come un tempo, e l’adrenalina è ormai solo una reazione biologica. Il rettile è stanco, ed in fondo avverte il suo essere preistorico, stellarmente lontano da chi vive la guerra dietro ad una scrivania comandando droni o robot.
Non si combattono più ideali, ma solo grandi complessi industriali che hanno inglobato ogni aspetto della globalizzazione: dall’industria ai traffici peggiori (esseri umani, armi biologiche, rifiuti tossici), dagli armamenti alla finanza. Il rettile non ha nulla a che fare con questi soggetti. E’ vecchio, cinico, stanco e sfiduciato. La sua donna è morta ammazzata, e lui sappiamo che ha ancora una vendetta da compiere. Ha visto morire tanti amici intorno a se, e non vede alcun tipo di futuro di fronte a se. Questo però non gli impedisce di rischiare tutto ciò che ha per salvare una bambina, e solo perché è una bambina.
Hasta siempre, Chance Renard !

Pubblicata su Sugarpulp !

Dopo il successo ottenuto lo scorso anno con “La città Perfetta”(Garzanti), l’editore prettamente ‘nero’ Meridiano Zero, ha voluto riunire in un volume unico intitolato “Napoli nera“, due racconti lunghi di Angelo Petrella, entrambi cronologicamente precedenti a “La città Perfetta”. “Cane rabbioso” difatti è del 2006, e “Nazi Paradise” dell’anno seguente. L’operazione è encomiabile, intanto per il valore intrinseco dei due testi, e secondariamente in una prospettiva genealogica circa la genesi dell’opera che è seguita.

Tecnicamente i due racconti sono pulp puro. La lezione del più feroce romanzo americano è stata compresa perfettamente ed ambedue i racconti (soprattutto il primo) sono quello che di solito viene definito un pugno allo stomaco. Ma non è tanto nella ferocia e nella violenza che vi si trova la peculiarità che rende così innovativi e geniali questi racconti, bensì nel linguaggio. Petrella prende la frase, la disossa e ne sparge i brandelli sulla pagina. Applica alla perfezione alla lingua le stesse abiette violenze che i suoi personaggi usano e subiscono. La lezione della sceneggiatura è applicata perfettamente: al punto che in certi momenti Petrella descrive le scene fotogramma per fotogramma.

E’ scontato che l’etica e la morale abitano lontano da qui. Nessuno si salva, ma nemmeno di sfuggita, ma questo lo si capisce dopo dieci righe. L’unico obiettivo è la sopravvivenza, almeno per i dieci minuti che seguono. “The Bad Lieutenant” di Abel Ferrara è un’operazione per bambini – in confronto. Brevemente le trame.

Cane Rabbioso” racconta di questo poliziotto, all’apparenza con un cartellino di tutto rispetto, scrittore, poeta, noto per la sua attività: un poliziotto di successo. Nella realtà è invece membro di una specie di ‘cupola’ composta da vari membri delle forze dell’ordine e costituita per la spartizione dei vari mercati illegali nella città. Il personaggio diventa addirittura paradossale, tanto è sproporzionato nel suo eccedere. Chiunque se utilizzasse il quantitativo di droghe e psicofarmaci che viene utilizzato dal poliziotto nell’arco di ventiquattro ore sarebbe solamente disteso sul tavolo di un obitorio. Ma non è questo il punto: il perno è nella ferocia assoluta con cui tratta il resto del mondo. In lui non è rimasta la benché minima traccia di umanità, nel senso morale del termine. Persino la sua stessa morte è vista solo e unicamente come un evento noioso e senza alcun senso: così come il resto del mondo. Senza senso.

Nazi Paradise” è stentatamente meno caustico. Il giovane naziskin protagonista del racconto permette anche un minimo di identificazione, nonostante la sua assoluta estraneità da ogni comportamento civile. Anche per lui l’unico valore è la sopravvivenza, ma lui non è un dominatore come il poliziotto di “Cane rabbioso”, bensì un perdente, uno zombie, tanto è precaria la sua stessa esistenza. Tutto ciò che lo salva è l’adesione ad alcuni principi (valori) di stampo nettamente neo tribale che condivide con i ‘camerati’: la curva allo stadio, l’odio per gli extra comunitari e per tutto ciò che è etichettato di ‘sinistra’, l’avversione ai poliziotti, ed alle forze dell’ordine in genere, come a tutto ciò che è ‘istituzionale’. L’anarchia si ritrova sotto l’etichetta evolutiva di una società hobbesiana.

L’aspetto più interessante di questo secondo racconto è invece l’introduzione, soprattutto nel linguaggio, dell’esperienza informatica e tecnologica. Il protagonista è un hacker e vive (anche) nel mondo delle chat e dell’hackeraggio: furti nelle banche, incursioni nei siti altrui, etc. Petrella riporta minuziosamente il linguaggio delle chat, anche ricorrendo ad invenzioni grafiche e linguistiche (per il tema mi permetto di rimandare a Di Gregorio: “L’analisi della conversazione in chat” Il Ciliegio Edizioni – pg. 83 e sgg.), costruendo ancora una volta uno schema quasi cinematografico, anche se su un canale diverso.

Questo articolo, leggermente modificato, è stato pubblicato su “Il recensore”