Altai è, come è noto, l’ultima fatica dell’autore collettivo noto come Wu Ming. Dell’opera si è già lungamente parlato e lo stesso blog che gli autori gli dedicano è ampiamente esaustivo di tanti aspetti non direttamente affrontati nel testo. Questa mia nota vuole affrontare l’opera sotto la cifra interpretativa del sogno. Questo è da intendere sia nel suo significato puramente onirico, che in quello di desiderio, utopia. Vorrei mostrare che – sulla scia della lettura di Ernst Bloch, delle sue interpretazioni del fenomeno degli anabattisti e di Thomas Muntzer (l’ambiente di Q) e della sua speciale concezione dell’utopia – Wu Ming traccia un filo rosso tra il percorso di El Israel, il popolo eletto, ed il sogno come desiderio umano, che filtra da un inconscio, solo parzialmente nascosto da un velo trasparente di coscienza.

La cifra originaria, il motore di questo percorso carsico che percorre la storia delle dodici tribù di Beniamino attraverso la Storia maiuscola, è il sogno di Giuseppe.
La storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e dei suoi fratelli, è narrata in Genesi 37 – 50, ed è una delle più feconde espressioni della potenza narrativa del testo biblico. E’ assolutamente nota, in tutte le sue parti, nonostante la lettura del testo riveli ai più dettagli che nella vulgata normalmente diffusa spesso sono rimasti in secondo piano.
Comunque non è l’esegesi biblica che interessa a Wu Ming, bensì il potenziale evocativo posseduto da questa narrazione nella storia del popolo d’Israele.
Ciò che conta è che Giuseppe, grazie a dei sogni, e alla loro interpretazione, che lui è in grado di esercitare, ribalta i rapporti di forza, e non solo sul piano – lineare, militare – dei rapporti tra Ebrei ed Egiziani, ma anche quelli strettamente familiari, tra lui e i fratelli, il ruolo di Beniamino, il rapporto con il padre, la formazione delle dodici tribù. Tutto: la genesi stessa del popolo, dalla sua radice più profonda, i rapporti di fratellanza (quante volte infranti e ricomposti solo in queste prime pagine della Genesi, Caino e Abele, Giacobbe e Esaù) e di paternità (l’infanticidio di Isacco), fino alle questioni di politica internazionale. Tutto transita attraverso il sogno, la capacità profetica e la sua interpretazione. Lo sguardo sul futuro, transitando attraverso il nostro spazio interiore – l’inconscio prima individuale, poi collettivo – lancia la prospettiva di una nuova storia.
Siamo ancora nella prima parte del testo quando viene citato per la prima volta il sogno:

– Fu a causa dei suoi sogni che i fratelli vendettero Giuseppe agli ismaeliti, – commentò Dana. La frase mi colpì. Le somiglianze tra Giuseppe e Giuseppe Nasi mi apparvero evidenti. Entrambi si erano accattivati i favori di un sovrano straniero. Avevano ottenuto incarichi di governo, titoli nobiliari, enormi ricchezze. Ma non la fiducia dei familiari. Non subito, almeno, e non senza fatica. [pg. 96]

Concetto che viene ripetuto poche pagine dopo

Era stata Dana a ricordarmi la storia di Giuseppe invidiato dai fratelli a causa dei suoi sogni, e da essi venduto ai mercanti . [pg. 131]

Fin dall’inizio quindi Giuseppe Nasi (Yossif Nasi, ebreo Sefardita sfuggito alla persecuzione del 1492 e rifugiato in Portogallo) viene paragonato al Giuseppe biblico, ed è chiaro il riferimento non solo ad un fondatore, ma a qualcuno che è in grado di sognare la storia, di interpretarle e di proiettarla nel futuro, attraverso un Utopia. Il soggetto invece – la prima persona, l’io narrante – è Manoel Cardoso, ebreo sefardita, pirata sulle coste dalmate, veneziano, traditore, e paradigma dell’umanità intera. Tutti noi siamo Manoel Cardoso, Ich bin Manoel Cardoso, e tutti noi siamo Emanuele De Zante, ovvero l’uomo che vive la ragion pratica. Cardoso comprende il sogno di Nasi, e lo condivide, anche se con difficoltà e preoccupazione. Il suo problema è come realizzarlo, come identificare gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione, e come definire le strategie per superarle, a costo di dimenticare il sogno stesso, nella dinamica materiale e – in fondo – ideologica, della conquista. Wu Ming non si lascia ingannare dalla natura estremamente umana di Cardoso, e ne evidenzia in modo impietoso il suo limite: Cardoso non è mai nel sogno, non è mai Yossif Nasi, rimane – potremmo dire – nella politica, contro la capacità proiettiva ed evocativa del suo alter ego.
Dana lo capisce perfettamente, e così Ismail: entrambi capiscono e si affezionano alle qualità umane di Cardoso, ma percepiscono il suo essere – sostanzialmente – fuori dal sogno, mentre loro ricominciano da capo.

Ismail, rappresenta invece un altro dei momenti nodali del percorso tracciato da Wu Ming. Ismail ha partecipato alla rivolta degli Anabattisti, in Germania. Questo è un dialogo tra Ismail e Manoel Cardoso:

– Avete mai sentito parlare della città di Münster, in Westfalia? Io ero là, nell’anno del Signore 1534. E prima ancora ero con i contadini tedeschi insorti, alla battaglia di Frankenhausen. Münster. A quel nome si associavano storie di ogni tipo. Münster era una specie di bestemmia, il nome compendiava la follia del mondo. Si diceva che gli eretici anabattisti vi avessero abolito ogni sacramento, ogni traccia della religione, dell’ordine umano e divino. Si diceva che a guidarli fosse il diavolo stesso, nelle mentite spoglie di un Nuovo Davide. Sembrava impossibile trovarsi davanti a un testimone di eventi così lontani. Quell’uomo proveniva da un altro mondo, di cui a Venezia avevo sentito evocare gli orrori. Mi riscossi e provai a riprendere il filo delle domande.

– Volevate fondare il regno di Dio sulla terra, non è così?

Tornò a guardare lontano, attratto dal buio, mentre le dita scivolavano al petto e frugavano sotto la camicia.
– Volevamo giustizia. E una ragione per vivere e morire. Io ebbi la fortuna di uscirne vivo e di incontrare persone che mi spiegarono qualcosa del mondo. Qualcosa che non si trova scritto nella Bibbia o nel Corano, ma nei libri contabili. [pg. 225 – 226]

Qui il richiamo al filosofo Ernst Bloch diventa diretto, visto che suo è quel “Thomas Muntzer teologo della rivoluzione” che nel 1921 rappresentò il primo ed illuminante momento di rilettura del movimento tedesco. La figura di Muntzer, il movimento degli Anabattisti e la battaglia di Frankenhausen sono parte della narrazione di Q, e si svolgono circa cinquant’anni prima di Altai (infatti si dice che Altai si svolge quindici anni dopo l’epilogo di Q, ma la battaglia di Frankenhausen è del 1525 e la battaglia di Lepanto – conclusiva di Altai – è del 1571). Il testo blochiano narra un’epifania di quello che lui definisce Geist der Utopie, Spirito dell’Utopia, e che molti anni dopo chiamerà Das Prinzip-Hoffnung , il Principio – Speranza. Nel mezzo esiste un terzo testo blochiano rilevante ai nostri fini, Tracce. Il filosofo tedesco, vede la storia non certo come una radura piana e lineare, bensì come un terreno difficile, con salite e discese, dove è importante capire gli oscuri destini che accompagnano gli uomini, i fili nascosti, le tracce – appunto – che uniscono elementi a volte apparentemente inconciliabili. Secondo Bloch l’Utopia, intesa come il pensiero che rivoluziona la vita, quel modo dell’essere che prende comunque le parti degli oppressi e dei deboli, ha nella storia un percorso carsico, ovvero il suo è un apparire e scomparire, pur mantenendo però delle caratteristiche costanti. Quindi la lotta di Spartaco a Roma, quella di Muntzer, i moti del 1948, la comune parigina, sono tutti momenti in cui – come da una risorgiva – lo Spirito dell’Utopia – ricompare e si manifesta. La storia del popolo di Israele è impregnata di questa interpretazione della filosofia della storia, che infatti troverà in Rosenzwaig e – in parte – in Benjamin dei discepoli del pensiero blochiano. Wu Ming si allinea totalmente a questo pensiero, ed il legame che lui costruisce, grazie ad Ismael, tra Frankenhausen, la presa di Famagosta e la battaglia di Lepanto, è perfettamente inseribile nella concezione blochiana. Difatti è evidente il desiderio di collegare in funzione critica Ismail con il movimento anabattista, al fine di voler proporre lo spirito di Yossif Nasi come alternativo rispetto agli Anabattisti.

– Tu e io abbiamo sempre rischiato, – ribatté Nasi. – Ascoltami: chi meglio dei giudei, da sempre perseguitati, potrà accogliere i perseguitati di tutta Europa? Il regno di Cipro potrà dare asilo ai fuggiaschi, agli spiriti liberi, alle vittime dell’Inquisizione. Non importa quale sarà il loro credo, purché siano disposti a costruire la casa comune. Tolleranza e concordia saranno le fondamenta della Nuova Sion.
– Io nella Nuova Sion ci sono stato, – replicò Ismail. – Ho visto all’opera i profeti del Regno.
– Mi stai paragonando a loro? Ai pazzi di Münster?
Nasi scacciò quell’idea con un gesto brusco. Un gabbiano si spaventò e spiccò il volo andandosi a posare poco più in là.
– Non a loro, – rispose Ismail. – Al me stesso di quei giorni.
– Oggi viviamo un altro tempo, – disse Nasi, – e io non cerco l’apocalisse.
[pg 313-314]

Nasi vuole distinguersi: il suo sogno non è la giustizia sociale. Nasi vuole un regno. Il Regno: ovvero la Terra Promessa, la realizzazione dei sogni. Nasi costruisce un progetto grandioso, che coinvolge l’intera diplomazia europea, muove eserciti e popoli. E’ un grande condottiero, un momento cardine, intorno a cui ruotano trame, ideali e percorsi.

Due sogni quindi, il Sogno di Giuseppe, l’alpha di El Israel, ed il sogno di Yossif Nasi, che vuole essere l’omega, la consacrazione del Regno in terra.

Tra questi due momenti si pone un uomo, che fin dall’inizio è un imputato, oltre che un uomo. Manoel Cardoso compie un percorso attraverso l’opera, che non è un cammino di redenzione: era e resta un traditore. Però è un percorso di riappropriazione: Cardoso ha rinnegato le sue origini (il suo sogno era non essere più un giudeo), è fuggitivo dalla sua patria d’adozione, ha abbandonato colui che gli ha fatto da padre, per avere in cambio un ruolo di controllo. Ora tutto ciò deve convergere per Manoel Cardoso, ed il suo cammino è ben mostrato dalla parabola della lepre.

[parla Ismail] Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o col falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani.
Mi parve di capire dove voleva arrivare, e cercai di seppellirlo sotto l’autorità di un testo famoso. Il Consigliere ne pretendeva la conoscenza a menadito da parte di ogni sottoposto.
– Machiavelli ha scritto che bisogna guardare il fine, non i mezzi.
– Sì, anche Yossef me lo ha ripetuto spesso –. Chiuse gli occhi e si sistemò sul fianco. – Con gli anni, ho invece imparato che i mezzi cambiano il fine.
Mi augurò un buon riposo.
[pg. 228]

In queste poche righe la vita intera di Manoel Cardoso, l’uomo della vita pratica, viene smontata. Avrai anche ottenuto poteri ed onori, libertà e diritti, ma lo hai fatto con mezzi non idonei, gli dice Ismail, ottenendo così “una libertà da cani”. Cardoso non comprende. Impiegherà il resto della sua vita a meditare su questa frase. Difatti, sarà solo chiuso in una fetida cella, ormai prossimo alla fine, che riuscirà, incontrando la sua nemesi, il suo mentore, a dirgli:

– Ci sono uomini che farebbero qualunque cosa per catturare una lepre. […]
– Uomini come voi, – continuo. – Come me un tempo.
Ora credete di avere avuto successo, e non vi accorgete di stringere in mano una carcassa spolpata dagli stessi cani che avete sguinzagliato –.
Lo guardo negli occhi per l’ultima volta.
– Tenetevi stretto questo cencio. Perché è tutto ciò che vi resta.
[pg. 402]

Cardoso l’uomo, Cardoso la lepre in eterna fuga, Cardoso il giudeo, anch’esso in eterna fuga, Cardoso pedina di un gioco molto più vasto di lui, ma che infine comprende.
Non ho potuto non pensare alla stella di David che sventolava sulle case del ghetto di Varsavia, durante la rivolta del ’44, mentre la Wermacht bombardava indiscriminatamente uomini donne e bambini. In quelle bandiere si poteva scrivere il sogno di Giuseppe, il sogno di un popolo che – fin dalla notte dei tempi – sa di avere Dio dalla sua parte, comunque.

Wu Ming riprende ed affronta il tema della visione profetica nella sezione più densa del testo, l’Interludio [pg. 289- 298]. Non lo trascrivo integralmente e ne rimando alla lettura, è però determinante affrontare alcuni elementi.

All’inizio del brano Ismail cade in delirio. Non è la prima volta: gli era già capitato. La febbre – ovvero la capacità divinatoria, il dono / condanna, era stato la causa del suo ritardo a Tiberiade, dove Beatrice / Gracia lo attendeva inutilmente. Beatrice muore, senza poterlo rivedere, ed Ismail cerca di inseguire la visione della sua amata scomparsa. Ancora una volta, come uno sciamano, viene colpito dalla febbre, che è comunque elemento classico di molti ambiti divinatori. Il febbricitante, colui che è colto dal delirio, è in grado di vedere il futuro, gode del dono della visione. E Ismail ha una sequenza di visioni, inserite in un ordine ben preciso, con un canone rigoroso.
La prima visione riguarda un luogo, Elim, che è doppiamente importante, prima di tutto perché è il posto dove Ismail era già stato colto da questa febbre, e che gli impedisce di arrivare a Tiberiade, inoltre è il luogo dove gli Israeliti, stremati dalla traversata del Sinai, vengono donati da Dio della manna dal cielo. La discesa della manna è chiaramente un segno della solidità e della permanenza del patto tra El Israel e il suo Dio, così come la febbre divinatoria di Ismail segna l’inizio di un dramma,
quello di Yossif Nasi, affidatole da Gracia, che oggi, ancora in un ambito divinatorio, si va a concludere. Tutto inizia e finisce nel sogno, tutto è visione. Tutto cresce solo sotto il volere di Dio, che ci dona la manna, e ci permette di continuare a sognare, e vivere.
Ismail ripercorre in un percorso quasi cinematografico come dei flashback della sua esistenza, immortalando elementi altamente simbolici:

*** la decapitazione di un eretico;

*** la morte stessa di Beatrice (rappresentazione di un intensa drammaticità: vanitas vanitas, come nell’Ecclesiaste Wu Ming mostra l’impermanere dei sentimenti, anche dei più profondi: l’amata di Ismail ritorna cenere e terra, in un samsara ineluttabile);

*** la stamperia, ed anche qui è necessario sottolineare un rimando: la grande biblioteca di Yossif Nasi, che da ai libri un valore immenso, stretto però tra religioni che in più di un occasione hanno distrutto biblioteche intere, ritenendo necessario un libro solo (Corano, Bibbia, o Vangelo che sia). I libri sono la parola del mondo – ci dice la visione di Ismail – non la parola di Dio, che invece ci perviene attraverso altri canali, come la manna;

*** la battaglia di Frankehausen, dove l’esercito di ultimi raccolto da Muntzer e dagli anabattisti viene annientato in un bagno di sangue, in una gloriosa allegoria di morte.

Eppure, nonostante una tale drammatica sequenza di visioni (o di ricordi, se si vuole, ma trasformati in allegoria), Ismail alla fine della battaglia sogna un arcobaleno, che come la manna, ancora una volta, dopo il diluvio, è la riconferma del patto. Il patto tra il popolo e Dio, il patto tra Ismail ed il mondo, il patto tra noi e la vita, il patto tra un uomo ed una donna.
Io vivo: ho sete.
La manna ci disseta, ed un arcobaleno ci unisce.

Dopo questo paragrafo totalmente divinatorio e profetico, Wu Ming conclude la narrazione nella terza ed ultima parte del romanzo. I giochi si compiono, i fili si tendono e alcuni si rompono. Il sogno si sgretola: Cipro non sarà mai il Regno in terra, la Terra Promessa realizzata, ed ognuno dei personaggi di questa epopea chiude in modo più o meno definitivo un ciclo nella sua vita.
Solo Ismail rimane a guardia del sogno, pur non dimenticando mai le sue pistole, continua la visione, che si traslittera totalmente nella realtà, quasi in un miraggio.

Cinque sagome procedono allineate in groppa ai dromedari. In testa alla piccola carovana c’è una giovane donna, che la conduce verso le prime case. La seguono un arabo con una lunga scimitarra e un ragazzo dal volto glabro, quasi infantile. Aggrappato alla sua schiena c’è un bambino, gli occhi grandi e curiosi. Il vecchio chiude la fila. C’è un movimento in mezzo all’abitato, una torma di bambini esce da chissà dove e attornia i viandanti con schiamazzi e risate. Escono le donne e gli uomini, persino i più anziani. Quando il vecchio scende dalla cavalcatura, tutti si stringono intorno a lui, ringraziando Dio, Colui che riunisce, di averlo ricondotto a casa. [pg. 410]

Questa visione è l’immagine ultima che ci manda Yossif Nasi. Una visione che appare di riunificazione. Dopo la grande divisione, la guerra, dopo la morte, la febbre e la caduta, grazie alla manna ed all’arcobaleno, ovvero grazie alla ricostituzione del patto, tutto si ricongiunge, e gli uomini tornano a casa. Tutto ciò è sicuramente presente, e Wu Ming lo rivendica. Ma in realtà va molto oltre. Ulisse torna a casa, non Achille: esiste un valore dell’abitare, del vivere insieme che è costante non solo in Altai ma nell’intera opera di Wu Ming. E’ un qualcosa che è molto legato al senso dell’amicizia, e che certamente si lega anche al processo di dissoluzione dell’identità. Noi esistiamo solo insieme agli altri: da soli siamo morti. Manoel Cardoso ne è la controprova più trasparente, non essendo stato capace di vivere l’amore di Dana. Il piccolo greco di Famagosta è vivo solo perché qualcuno lo ha amato, e questo amore si rispecchia e si riconosce nella libertà del falco, l’ Altai, mosaico di un tassello naturale, dove ognuno si dissolve e tutti si riconoscono. Ringraziando Dio.

Pubblicata sul Blog di Altai

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