Il vuoto di un’Italia rantolante. “Corpi Estranei” di Paola Ronco.

09/01/2010

Corpi Estranei” è il primo romanzo pubblicato di Paola Ronco (Perdisa, 2009).
Il fulcro narrativo di questa storia, il perno intorno a cui ruota il romanzo – ma anche il nodo di questo tempo triste, il nostro tempo – è la precarietà, nelle sue molteplici epifanie. L’estraneità dei corpi, che titola il libro, è quindi vissuto, e la metamorfosi degli stessi, che diventano appunto estranei, un infinito reiterarsi di questo vissuto psicotico. Il corpo proprio ci diventa alieno, e come il tenente Ripley, scopriamo solo troppo tardi che lui siamo noi, e noi siamo lui.
“Corpi estranei” è ben strutturato dal punto di vista narrativo, in linea con la scuola che Luigi Bernardi ha costruito a Perdisa in questi anni. Vi si trovano tre personaggi che in prima battuta non hanno apparentemente nulla a che fare l’uno con l’altro, e solo ad un punto ormai alquanto inoltrato della storia ci viene – lentamente – mostrato il legame tra le parti. Un poliziotto reduce da un evento che lo ha reso un invalido, zoppo e incapace di perseguire il suo mestiere. Una Pr assunta – a contratto – come stagista in una società, e dove si ritrova invischiata nella più ovvie forme di relazioni falsificate: dal sesso malvissuto con il superiore responsabile, al mobbing più feroce per finire con l’incapacità di essere solidale e vicina a chi è nel suo stesso stato di subalternità. Sono forme che esprimono l’aggressività più naturale, legata alla sessualità e alla gerarchia all’interno del gruppo, visibili in un branco di lupi così come in un ufficio qualsiasi.
Infine Alessia, studentessa disperata, che si trasporta da un esame tentato alle agenzie di collocamento interinale, cercando – come un rabdomante – di individuare un punto fermo nella sua esistenza, personale e pubblica, se mai vi fosse una differenza.
Tre corpi, quindi, ma tre corpi malati. Cabras – il poliziotto – è storpio, Silvia, la Pr, soffre di nausee continue e di ansie incontrollabili, ed Alessia oltre a soffrire di importanti difficoltà respiratorie, che la inducono e convincersi di avere una malattia polmonare, ha una vera e propria fobia verso le divise (fobia assolutamente motivata, come vedrà il lettore). Tre corpi quindi che mostrano la loro sofferenza rispetto alla loro impossibilità di accedere ad una certezza. Perché l’essere precario nel mondo alieno di Paola Ronco, non è solo una delle forme del lavoro salariato, e quindi una forma avanzata dello sfruttamento capitalistico nel nostro tempo, ma prima di questo è precarietà del proprio essere, del proprio corpo.
Noi oggi siamo ‘fisicamente‘ precari, nelle ossa, nella pelle, nello stomaco, nel cuore. La precarietà ontologica di certo esistenzialismo è passata per osmosi nella carne e nelle ossa. La Science Fiction degli ultimi decenni ha mostrato come il corpo futuro può infine diventare una delle molteplici periferiche del cervello, come una qualsiasi stampante, e come quindi sia possibile cambiarlo, facendone tranquillamente l’upgrade, con un modello tecnologicamente più avanzato.
Ma qui non siamo nella Silicon Valley, qui siamo a Torino, ed i corpi sono modelli di terza mano, svenduti alle bancarelle di un mercatino dell’usato, riciclati dopo una manifestazione in cui hai preso troppe botte, o dopo del sesso che proprio non avresti voluto fare. Non valgono molto i corpi smarriti di Paola Ronco, ed i loro proprietari lo sanno, e lo soffrono.
Anche se alienato, anche se allontanato, quasi che con lo sguardo lo si possa vedere dall’esterno, il mio corpo dovrebbe fenomenologicamente rimanere il mio corpo proprio, la mia appercezione immediata di me stesso. Il distacco, il parto violento della precarizzazione, comporta quindi dolore, oltre che vertigine.
Non sappiamo ancora, perché il tempo trascorso è ancora troppo breve, quali saranno gli effetti a lungo termine della violenza che è stata esercitata su questa generazione. Strappata dalla modernità per essere gettata nel puro indeterminato del reality. Nei prossimi decenni lo strappo esistenziale tra la realtà e la coscienza collettiva di questa generazione si mostrerà in tutto il suo radicalismo. Questa radice, questo legame archetipico, è il cuore stesso del patto sociale, ed è un discorso comune, una lingua che nomina, e determina i rapporti sociali.
La sua frantumazione – ad un livello così profondo, il livello corporeo – richiederà un lungo percorso per essere ricomposta. Paola Ronco sa che molto dolore deve essere ancora sopportato dai suoi personaggi, che annaspano alla ricerca di soluzioni per la propria indeterminatezza. Ognuno – inevitabilmente – troverà delle soluzioni biologiche, poiché queste riguardano i loro corpi, prima ancora che il loro lavoro (ovvero l’espressione della nostra identità), e la corporeità deve essere resa immediata. La trama – nel senso dell’ordito – trova una sua momentanea e probabilmente passeggera soluzione. E’evidente però che nessuna delle pieghe dell’ordito stesso si è (s)piegata alle richieste di una conclusione rassicurante. La questione è appunto epocale e generazionale, e non si può certo rinchiudere in una soluzione narrativa, che Paola Ronco difatti si limita ad abbozzare, inserendo nella narrazione lo spazio del possibile, ovverosia del futuro.

Pubblicata su “Il recensore

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