Come falene bruciate dalla luce

22/11/2009


Al di là di quello che potrebbe sembrare ad una prima lettura, l’ultimo libro di Cristina Zagaria, “Perché no” (Perdisa edizioni, 2009), ha come oggetto non tanto Napoli o la malavita, che pure ne sono l’ambientazione e lo sfondo, bensì l’adolescenza, quell’aria particolare che si respira quando hai appena finito di imparare a camminare ed ancora non hai raddrizzato la spina dorsale, per camminare eretto nell’età adulta.
E’ un’aria frizzante, che inebria, e che può facilmente confondere le prospettive, per cui non è più chiaro ed evidente cosa c’è in primo piano e cosa sullo sfondo: il fuoco dello sguardo si sposta, molto – troppo – velocemente.

Francesco e Daniele sono due ragazzini, appena adolescenti, farebbero le medie se fossero assidui studenti, e sono i protagonisti di questa storia. Intorno a loro il mondo della Napoli cosiddetta popolare, dei mercati, dell’ufficio postale, della disoccupazione, della malavita e della polizia.
Ma tutto ciò è la scenografia, i costumi, la fotografia. La sceneggiatura di questo cortometraggio – la scrittura è molto filmica, sarebbe facile una trasposizione – è centrata sui due giovani, e sul loro approccio ai primi ‘giochi proibiti’, che però sono di tipo decisamente più pericoloso del sesso.
Cocaina, pistole e rapine si intrecciano nelle relazioni con i malavitosi più o meno cresciuti, che controllano l’isolato, il marciapiede, la strada, il rione. Pennellate di vita spicciola si innestano sul terrore quotidiano, nel sentore di vivere costantemente sull’orlo della catastrofe, e questo, per la delicatezza di un animo che si sta affacciando alla vita pubblica, è totalmente distruttivo.

E proprio la distruzione – la violenza pura – diventa quindi il leit motiv, del racconto: tutto degrada, tutto degenera, in una spirale che giorno dopo giorno, ora dopo ora, trascina inesorabilmente due giovani anime verso lo scuro. L’assenza di una struttura familiare consolidata, nonostante l’impegno che spesso i singoli non risparmiano, si rivela il vero cuneo che spacca il fragile corpus di valori di un adolescente sottoposto alle pressioni di un ambiente ostile e violento.

Se alle spalle di un dodicenne emotivamente frastornato dalla sequenza di lampi e di luci del luna park mediatico in cui si vive tutti, esposto come una falena che brucia su un lampione, vittima della macchina desiderante che ci obbliga a cambiare cellulare ogni mese, se alle sue spalle dunque trovassimo il solido muro di una famiglia non smantellata dalla carenza di lavoro e di strutture sociali, la resistenza di una scuola dove gli insegnanti vengono riconosciuti per il baluardo che sono, non posso certo dire che il serbatoio di manovalanza a buon mercato della criminalità organizzata sarebbe smantellato, ma certamente la sopportazione di una vita che si prospetta di duro lavoro e di scarse gratificazioni sarebbe più facilmente possibile.

Cristina Zagaria ci racconta questa disillusione, e la rende ancor più terribile incarnandola in coloro che dovrebbero darci speranze nel futuro. Bambini soldato, come in Africa o in Asia, Francesco e Daniele mettono a nudo la coscienza di una nazione che – purtroppo non da oggi – è incapace di proteggere i propri figli.
E’ questo è il peggio che si può scoprire di se stessi.

pubblicata su Il recensore.

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