Bad Boy

17/06/2009

Pochi giorni or sono, per i tipi della Panini Comics, storica casa editrice del fumetto italiano, è stato pubblicato Bad Boy, testo di Frank Miller e disegni di Simon Bisley. Chiariamo subito un punto: non è una novità, è un testo del 1987, che quindi ha più di vent’anni. In origine è uscito come strip sulla rivista GQ. In seguito, dieci anni dopo, nel 1997, fu pubblicato in volume per i tipi della ONI press, ed oggi – finalmente – vede la luce anche in Italia.
Probabilmente avrete difficoltà ad avere il volume tra le mani, visto che la tiratura è andata esaurita in prenotazione, ma se ci siete riusciti ammiratela in ogni pagina, perché è davvero un gioiello (18X28, 48 pp.) ed i 9 € del prezzo li vale senza alcun dubbio.
La scrittura della storia si situa in un periodo in cui Miller è già il maestro indiscusso del fumetto internazionale, e da un punto di vista contestuale è molto vicino a Give me Liberty, Hard Boiled e ad alcune parti di Sin City. La short story racconta la vita di Jason, un ragazzino che, attraverso brandelli di percezioni giunti alla coscienza da un fondo dimenticato, ed una paranoica (dickiana?) sensazione di debolezza nella realtà percepita, arriva a strappare il velo, ed a scoprire che il mondo in cui lo costringevano a vivere altro non è che una rappresentazione eseguita a suo uso e consumo. Dopo Matrix, ci potrebbe sembrare un tema fin troppo sfruttato, ma la capacità evocativa di Miller non ha nulla a che vedere con gli equilibrismi informatici e ontologici dei fratellini di Zion. Bad boy è una storia estremamente semplice e lineare: è la storia di una fuga, è la storia mai interrotta della ricerca della promised land, la terra delle origini perdute, del luogo in cui tutto ha avuto inizio. E’ una storia antica. Jason, tenace, ostinato, caparbio, continua a replicare il suo vissuto, cercando una via di fuga dall’orrore dell’esistenza. Di un’esistenza che tanto assomiglia alla nostra quotidiana follia. Un mondo piccolo borghese fatto di sentimentalismi da soap opera e di impiegati frustrati. Jason cerca il senso, cerca il valore, e lo cerca a qualsiasi costo, a costo di morire, a costo di abbandonare anche Rachel, che non ha la sua tenacia. Come i piccoli personaggi dei film di Steven Spielberg, anche i bambini di Miller sono cresciuti nello spirito, ma con la forza interiore data dalla mancanza di pregiudizi e di paure.
Come il piccolo amico umano di ET, come David, il robot troppo umano di AI, la bambina in rosso di Schindler List, e così Martha di Give me Liberty, e oggi anche Jason in Bad Boy, sono i bambini che ci possono salvare, che vedono il cammino da seguire, così com’è, limpido e lineare.
Novello pollicino dell’etica, Jason segue la via, come un samurai, come un Ronin, come un pipistrello che ascolta gli ultrasuoni, e cerca la via di casa, verso le origini, verso la tana.

Pubblicato su Il recensore.com

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