Solve et coagula

22/01/2011

Il detto “solve et coagula” è una formula che appartiene al mondo dell’alchimia, e indica quella procedura, finalizzata alla trasformazione degli elementi, che cerca di ottenerla attraverso un processo appunto di dissoluzione, e poi di ricomposizione. Il verbo latino solvere, sottende infatti questa area semantica. Si risolvono i problemi, ovvero si scompongono negli elementi strutturali, e da cui si procede poi verso la soluzione;  una persona si risolve a prendere una certa decisione, ovvero concretizza un pensiero, ma dopo aver analizzato (quindi scomposto) gli elementi necessari a compiere la scelta. Solvere ha molte assonanze quindi con analizzare: entrambi vedono la loro azione come una scomposizione, una suddivisione. E la soluzione, ovvero una mescolanza indivisibile, diventa ciò che si ottiene da questo quotidiano esperimento alchemico. Ma non è sempre così. Se di un soggetto in terapia si può dire che ha risolto la sua condizione, questo risponde all’analisi (sia nel senso terapeutico che in quello metodologico) ma solo in un primo stadio, mentre è già inglobata (inevitabile) nella soluzione stessa la sintesi dell’uomo nuovo, re-birth tramite la as-soluzione e la conseguente ricostituzione a posteriori. Assolversi, quindi si potrebbe pensare sia questo il senso profondo della risoluzione. Secondo David Mamet ne “House of game” manco per nulla, anzi la strategia dell’autoassoluzione, del perdonarsi, eliminando il senso di colpa, ci porta a compiere estreme nefandezze, senza neppure la conseguente dinamica di colpa – pentimento – assoluzione a ricostruire una parvenza di diritto dove ormai domina la ley del desio (come direbbe Almodovar). Comunque questa, anche se arrivasse, e non arriva, dovrebbe giungere da terzi, e non – in totale assonanza con Woody Allen – rifugiarsi nell’onanismo definitivo.
Ab-solvo, in realtà è quindi un chiamarsi fuori dalla soluzione, è un modo per estrarre l’individuo dalla comunità che vive nella comune soluzione. Colui che è assolto vive nell’assoluto (alpha privativo: senza soluzione, senza legame), ovvero è la negazione della mescolanza.
Risolvere significa quindi stare nel mondo, mescolarsi e scomporsi, mentre assolversi significa estrarsi (o lasciarsi estrarre) per accedere alla santità. Colui che è risolto è quindi (probabilmente) peccatore, ma questa sua condizione di commistione lo mette nelle condizioni di coagulare, ovvero di essere mitopoietico, di creare il novum. La soluzione, mescolanza che analizza, porta alla coagulazione, mescolanza generatrice. La salvezza, l’assoluzione, e gli assoluti stanno da ben altra parte. Non in mezzo agli uomini.
Detto ciò perchè gli uomini si preoccupano della risoluzione ? perchè gli uomini si preoccupano – detto in altri termini – di individuare un tragitto etico morale (politico) che gli permetta di costruire una comunità possibilmente indissolubile, e dove ognuno si confonda con gli altri, dove – possiamo dire – vige l’uguaglianza (perchè questà è la soluzione, non il melting pot).
Il solve, ovvero l’egalitè, costruisce la base per il coagula, ovvero la fraternitè, che insieme sono la piattaforma della libertè.
L’alchimia è sempre arte, che lega e scioglie gli esseri, e questo oggi più che mai.

Inner space #8

01/12/2010

Nebbia liquida densa
Lobi, muschi, licheni
Sottile agisce
Corrompe, deturpa

Vento elettrico, fuochi fatui
Una lama affilata
Pulisce le scaglie
Di una pelle che muta

Mescere vino, liquidi acidi
Brocche, anfore, e un riso ubriaco
Si apre l’uscio, improvviso
Irrompono spifferi di timore

Fanghi, solfatare, ignee rocce
Mi immergo nel fuoco di vulcano
Alle mie spalle ogni esitazione
Nessuna statua di sale.

La cura

08/11/2010

Nell’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore del 3 ottobre è stato pubblicato un articolo a firma di Christian Raimo, che si cimenta in una contesa che implica dieci anni di polemiche e nodi, per rilanciare un dibattito “pubblico, che sia al tempo stesso politico e culturale” circa il vuoto che attanaglia la cultura italiana.
“Il vuoto è il disagio, la frustrazione, la mancanza di riconoscimento, l’impossibilità del conflitto, gli anni che passano, una generazione immobile. È l’aver a che fare con un meccanismo che potrebbe essere descritto in questi termini: la scelta che oggi si pone a uno scrittore, a un giornalista, a un intellettuale, a un semplice cittadino è questa: come posso vivere, fare esperienza, produrre arte, agire politicamente, ribellarmi, senza che tutto ciò si esaurisca in un gesto ininfluente? Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro?” Queste le parole di Raimo, e difficilmente si potrebbe esprimere meglio la condizione di chi – con mille sforzi e fatiche – prova ad occuparsi di cultura e/o di politica oggi in Italia.
Raimo di fronte a questo sconsolante stato di cose conclude tristemente che “fare politica si riduce a cliccare su Facebook”. Eppure, nonostante questa dichiarazione di scetticismo, invoca ed incita l’apertura di un dibattito: “vi va di dismettere quell’espressione di disincanto che vi si legge negli occhi?”
Come dire di no? E, difatti, questo avviene miracolosamente. In questo mese che è seguito alla pubblicazione dell’articolo si sono succeduti sul sito de Il Sole 24 Ore, su quello de La Repubblica e sul blog minima&moralia dell’editore minumumfax, interventi e commenti sul merito, a dimostrazione che quell’energia e quella volontà di cui parla Raimo probabilmente esistono, e che forse è possibile quel cortocircuito che potrebbe farle esplodere.
Ovviamente non mancherà mai chi – come Camillo Langone su Il Foglio – invece di appoggiare tout court un’iniziativa che non può apportare altro che beneficio, si limita all’ironia su “l’oscuro professore del liceo”, come se, peraltro, non fosse una professione di cui vantarsi!
In compenso importanti riscontri sono apparsi su Il Manifesto (di Pierluigi Sullo), su Il Riformista (di Luca Mastrantonio e Andrea Minuz), e si è parlato del caso a Ballarò, ad Anno Zero e a L’Infedele.
Ma tutto ciò, ci ricorda Giovanna Mancini su Il Sole 24 Ore,  non avrebbe la minima importanza senza gli interventi dei lettori e degli scrittori, che sono il sale di questo dibattito.
Tra i tanti, meritano una notazione gli interventi di Giusi Marchetta, Giorgio Fontana, e Antonio Pascale.
In particolare però spicca l’intervento di Giorgio Vasta, da molti considerato il più autorevole scrittore italiano vivente, che in una certa misura reimposta totalmente la questione.
Il suo articolo è uscito su La Repubblica in prima battuta e a seguire su minima&moralia. Vasta va oltre la tematica indicata dall’articolo di Raimo, ampliando l’orizzonte al modus percepiendi che la generazione in questione – la sua, quella di Raimo – ha di questa Italia, del proprio ruolo e senso. Se “avere quarant’anni significa […] penetrare finalmente nel tempo in cui ci si assume il compito di intervenire nelle cose” è evidente che gli appartenenti alla generazione in questione “siano percepiti, e si percepiscano, come abusivi che si aggirano clandestinamente per il paese”. Queste sono le durissime parole di Vasta – lapidarie – che inchiodano un gap generazionale che sta scavando un solco profondo e sanguinoso nella nostra storia.
Vasta quindi nella sostanza prende nettamente le distanze dalla posizione di Raimo, definendola “nostalgia di un altro presente.” Il vuoto in cui vivono i quarantenni, ovvero “la consapevolezza della propria ininfluenza”, è a suo dire indice di una subalternità, di un rimpianto inutile, della permanenza in uno stato infecondo, che non significa altro se non  “pretendere di parassitare un codice concluso”, quello che è un tempo definitivamente lontano: “la vita degli altri, è – appunto – degli altri.”
Quali alternative allora? Quali possibilità di riscatto?
Per Vasta, la rinuncia all’emancipazione vorrebbe dire accettare la propria precarietà come incurabile, in quanto noi siamo “inesorabilmente vittime […] di un infinito ergastolo filiale”. Qui fa uso della stessa metafora medica di Franco Berardi, che definisce la precarietà ed il cognitariato intellettuale come uno stato psicotico, (in “La nocività del lavoro cognitivo”, alfabeta2, n. 2, p. 35). L’alternativa è un’ottica su cui si focalizza l’intera prassi quotidiana, il peso di un intelletto generazionale, al  fine di “mutare postura psicologica”, per realizzare un’impresa, per realizzare un futuro.
Abbiamo visto che il nostalgico risentimento di Raimo viene interpretato da Vasta come il tentativo di riappropriarsi di un codice concluso, estinto. Difatti, è proprio la creazione di un nuovo “codice culturale non derivativo, un codice che riconnetta l’intelligenza delle cose alle azioni” ciò che deve essere chiarito come un paradigma, perché è una frattura epistemologica che è in corso: solo così è possibile “diventare adulti senza chiedere il permesso”. Questa generazione – pare dirci Vasta – proprio perché è quella che ha perso tutto in termini di privilegi e diritti acquisiti, ha la grande opportunità di rifondare “il puzzle della propria esperienza”, ignorando qualsiasi tipo di indicazione e di riferimento, proprio perché non deve nulla a nessuno, senza un progetto, senza un programma, “ignorando la figura ultima a cui si sta dando forma”.
Solo recuperando, quindi, il vero valore di un’eredità (sia nel suo esserci che nel suo mancare), e soprattutto riscattandosi da una subordinazione che è solo un fantasma evanescente, ci si rivolge verso “l’unico esito possibile. […] per decidere il proprio patrimonio etico e politico”.
Una posizione, quella di Vasta, che si pone su un piano totalmente trasversale rispetto a quello rivendicativo sindacale, che molte componenti della galassia precarietà vivono come l’unico possibile.
D’altro canto, non manca nemmeno in Raimo una riflessione circa l’inadeguatezza dei metodi tradizionali per affrontare la questione. In un articolo uscito il 27 ottobre su minima& moralia e intitolato significativamente “Introiezione del conflitto”, Raimo in sostanza analizza l’impostazione sociale, generatrice e vitalistica di Vasta, per rammentare il processo di auto-colpevolizzazione, il tentativo di risoluzione nella terapia analitica, e l’estrema difficoltà di ottenere quei risultati apparentemente minimali di autostima, costruzione di una identità familiare propria, legittimazione dei propri desideri, allontanamento dei sensi di colpa, che – in un mondo diverso – sarebbe sfociata in un generale conflitto sociale, o per lo meno nella creazione di una classe. Raimo è radicale: “la schizofrenia è esattamente, precisamente, il modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe”.
Torniamo inesorabilmente al concetto espresso da Franco Berardi: la precarietà è una malattia, una psicosi, una forma di schizofrenia, dove la distinzione tra tempo di lavoro e tempo della vita viene abolita, e dove l’estrema difficoltà esistente nel ricongiungere i propri frammenti provoca una dispersione psicotica dell’Io, con conseguenze anche drammatiche (pensiamo, ad esempio, alle catene di suicidi della Renault).
Ma anche Raimo, infine, pone gli stessi quid di Vasta. Perché il disagio interiore rimane dispositivo clinico, cronicizzazione del malessere senza esplodere nel conflitto sociale? Perché non si forma una coscienza di classe? Perché ciò che è sempre stato un diritto oggi è al massimo una supplica?
Raimo collega quella che lui chiama una “diffusa anestesia” alla forma carnevalesca, trasgressiva e distruttiva assunta dal potere berlusconiano. Certo, la simbologia forte che caratterizza questo regime, basata sui dati propri del corpo, la virilità, lo sfruttamento e l’indifferenza, ha una sua valenza precisa, e certamente se il referente storico di Berlusconi è Mussolini, il suo vero critico è il marchese de Sade, maestro unico nel mostrare l’estraneazione capitalistica del potere, dove il corpo diventa puro fantoccio, buono solo a morire, dopo le sevizie e le violenze.

Eppure – forse Vasta potrebbe concordare – l’anarchica rivolta verso il corpo del re non è impensabile. Salò è finita come è finita, il marchese è morto in galera e Mussolini è finito a testa in giù.
“In un tempo in cui le ascisse si mescolano con le ordinate, i conti non tornano mai e siamo tutti immersi in un vortice che scompagina presupposti e aspettative” – chiosa Vasta – i naturali desideri e le innate ambizioni ad una vita degna, civile e serena, se non diventano un orizzonte lontano e indistinto, possono essere nuovamente ereditati, nella speranza – conclude Raimo – che “non vengano vinto-appagati nell’immediato, introiettati, medicalizzati, in pratica rimossi”, ma che si rivelino “potenti, arrivando a creare qualcos’altro”.

Pubblicato su Precarie Menti

Premessa: se gli amici vi raccontano che Inception è un film banale e semplice, non credetegli. Stesso discorso se su Facebook vi raccontano che è un capolavoro indimenticabile, non ci sono dubbi, ne siamo ben lontani. Nei fatti Inception è un blockbuster americano, e quindi è dedicato principalmente a ottenere incassi, e con ciò a fare la gioia del movie business. Ciò non toglie che contestualmente questo film sia un ottimo strumento per affrontare tematiche e questioni decisamente radicali, in merito alla struttura psicomagica (secondo la concezione di Jodorowsky) dell’Occidente, della sua cultura e dell’ego che lo abita. Chiarita la premessa, vorrei sottolineare che ogni singolo tema, metafora, discorso affrontato da Inception è – in sé – sostanzialmente un reprise di tematiche già note e diffuse, per quanto cruciali possano apparire.

Ciò che rende questo film anomalo rispetto ad altre operazioni già esperite nella stessa fascia/target (Matrix per tutti) è la compresenza multiplanare di un intersecarsi dialettico continuo ed escheriano, che riproduce su scala metalinguistica la trama del film stesso. In questo Inception è assolutamente unico ed innovativo.

Il tema centrale dell’opera è la difficoltà di ottenere una separazione chiara e distinta della veglia dal sogno.
Chiunque abbia almeno un diploma liceale conosce decine di riferimenti letterari e filosofici a questo proposito, dove – in sintesi – si definisce il valore di verità dell’esperienza sensibile. Plutarco, Luciano, Lucrezio, Cicerone, Platone, Aristotele, Dante, Ariosto, Cyrano de Bergerac, Cartesio, Shakespeare, Berkeley, solo per dire i primi che si presentano alla memoria, dagli albori della civiltà fino alla figura – questa però visibile da lontano – di Philip Dick. Padre di ogni ontologia negativa nella letteratura contemporanea, dei vari Blade Runner, Matrix, Total Recall, Minority Report, AI, e via citando, Dick pone – attraverso la bourroghsiana e mortifera metafora delle droghe – in forma ontologica la questione sulla veridicità del nostro sentire, e quindi sulla possibilità che la vita sia sogno (per parafrasare il ben noto testo di Calderón de la Barca).
Per Dick il sogno si trasforma immediatamente in un incubo, poiché l’impossibilità di avere un parametro certo di riferimento (il dubbio in Cartesio, il piccolo Totem in Inception) gli impedisce di rideterminare i confini del reale, restando in un mondo limbico esautorato dal dovere di esistere. In questa ottica, nel film assistiamo ad una prometeica discesa agli inferi, dove i livelli onirici sono sempre più sovrapposti e intersecati, e di contro quanto più i piani di indeterminatezza ontologica si accompagnano.
Nulla è più definibile con precisione, l’ego è ridotto a un cumulo di macerie, dove aleggiano i fantasmi delle Twin Towers e di Euridice, abbandonata da un Orfeo lacerato e psicotico. La trama, per non finire in una nichilistica statua di sale, ha bisogno di un appiglio, di un amo, di un’ancora di salvezza, e così si ricostruisce, si rifonda, allontanando l’indicibile profondità ontologica, per appoggiarsi su una più sterminata seduta di psicoanalisi basata sull’ipnosi regressiva: New York way of life.
I piccoli oggetti – la trottola – che ognuno dei personaggi deve tenere con se, a controprova – chissà poi perché – della determinazione di realtà, sono dei Totem, sono l’axis mundi, ciò intorno a cui l’ego-mondo si ricostruisce e si reinventa. Teseo – Di Caprio istruisce Arianna perché lo salvi dal labirinto mentale in cui è precipitato.
Arianna ha il suo filo, che è la soluzione di un problema: salvare Teseo. Arianna ha un compito, e quindi un’etica, una prassi: fa la sua rivoluzione. Arianna sovverte le consolidate dinamiche egoiche, ed infatti viene assalita dagli psicoanticorpi, ma lei è l’Architetto, è psicopompa, è demiurgica, è l’Artifex per definizione, il Deus ex Machina, e nulla può opporre alla sua azione ricostruttiva la debole difesa della mente maschile e malata di Di Caprio.
Arianna è un pharmakos, è la terapia incarnata, è il meccanico della mente.
Il film difatti opera su di un piano estremamente riduzionista, come tutte le opere post-cyberpunk. Il corpo è visto solo come un meccanismo, vi sono i pezzi di ricambio e si può riparare ciò che si rompe. Il cervello, la mente, lo spirito, l’anima rientrano totalmente nella stessa categoria: devi solo trovare il concessionario che fa i prezzi migliori.
Le idee in Inception si innestano e si tolgono. Ancora riduzionismo, ma anche empirismo estremo: ciò che conta è la realtà agente, non tanto l’istinto, gli imprinting o quanto proviene dalla genetica.
La pianta madre dà la forza: nelle radici, nel rizoma, si ritrova la profondità dell’inconscio. Nei rami superiori si innestano le idee, i concetti: rami più o meno solidi, e spesso esposti alle intemperie, ed altrettanto frequentemente spezzati. Le idee si frantumano, e con loro le persone, i ricordi, parti della personalità. Noi siamo devastati da un mondo surreale dove siamo indotti a pensieri e comportamenti psicotici e autodistruttivi.
Infatti – come poteva essere diversamente? – il film si rivela una immane elaborazione di un lutto cosmico, dove l’esistenza stessa dei mondi viene messa in gioco dalla capacità di Orfeo/Teseo/Prometeo di sopravvivere a se stessi.
Nel rallentamento a gravità zero, attraverso il finale di Stanley Kubrick, Arianna salva Di Caprio, e con lui la realtà ed il genere umano.
E tutti vissero felici e contenti.

Il numero ancora in edicola di Alfabeta 2, oltre all’articolo di Carlo Formenti già preso in esame su questo blog, contiene una lunga serie di interventi dedicati al tema dei Knowledge workers, in una sezione intitolata – significativamente – Operai della conoscenza.
Qui ci si interroga sul senso di un rapporto che tecnicamente è definibile ancora di lavoro ma che, in realtà, perde molto del senso che  fino a pochi anni fa gli veniva attribuito, nel momento in cui la componente salariale non rispetta i requisiti quantitativi  minimi per definirsi tale, oppure viene addirittura a mancare. Con la scomparsa del salario, elemento determinante del lavoro in quanto relazione tra parti, produzione e fondamento della struttura sociale stessa, il lavoro non è più definibile tale.
Questo è un tema che tocca elevate percentuali di soggetti nel mondo del lavoro intellettuale. Si tratta di un fenomeno in atto su scala globale. La tendenza è legata anche, ma non solo, all’introduzione delle tecnologie subentranti. Se da un lato in tutti i campi che erogano servizi sono stati introdotti degli elementi di gratuità, d’altro canto molte componenti di ambiti lavorativi complessi (la finanza, il turismo, la sanità) sono stati parcellizzati, permettendo di aumentare le componenti di salario variabile (ovviamente tendenti al ribasso), a discapito delle quote di salario fisso.
In nessun campo come nel mondo della cultura questo fenomeno è stato esasperato. Sergio Bologna si chiede “come concretamente si può fermare la discesa del valore del lavoro intellettuale”. Perché di questo si tratta: determinazione del valore di una prestazione lavorativa. Dobbiamo quindi dedurre che oggi produrre cultura non vale più nulla? Eppure, come dice Cristina Morini: “con la sua progressiva trasformazione in merce, la cultura è diventata il motore dello sviluppo dell’economia contemporanea, prendendo il posto occupato dall’automobile […]”. Quindi tutt’altro che perdita di valore, anzi, è proprio il “valore aggiunto delle idee” che pervade il meccanismo. La fabbrica cognitiva, attraverso il taylorismo digitale, avrebbe dovuto portare la cultura al cuore della produzione nel mondo contemporaneo.
Ma qualcosa non ha funzionato: la precarizzazione spinta, le forme di cottimo, le turnistiche, la scomparsa del tempo di lavoro, ritmo circadiano che scandiva la vita dell’operaio, “ha fatto scattare forme di autodisciplinamento” (Morini), portando a ciò che possiamo definire l’introiezione del dispositivo. Non vi è nessun bisogno che qualcuno eserciti una coercizione diretta, ma è la volontà del Knowledge worker stesso a indirizzarlo verso un lavoro che per lui ha mantenuto un alto valore, di partecipazione, di passione, di gratificazione,  mentre sul mercato lo ha completamente perso diventando tendenzialmente gratuito.
Eppure manca qualcosa: questo scenario è ancora completamente interno al fordismo, alla concezione classica della fabbrica. È Francesco Raparelli che sposta l’angolo dell’indagine quanto basta a rivedere l’intero processo sotto una concezione differente. Difatti, aiutato da Deleuze, cerca di definire il passaggio dalla fabbrica all’impresa. L’impresa si definisce proprio all’interno del salto quantico, del cambio di paradigma, che ci porterebbe dal fordismo al cognitariato. In ogni aspetto della produzione si riconosce una macchina linguistica, e in particolare la macchina linguistica contemporanea è digitale, e si incarna nella net economy e nella informatizzazione. Ma questa prospettiva delinea orizzonti completamente nuovi: intanto la trasformazione delle macchine in periferiche, in protesi. Il lavoratore della conoscenza integrato nelle nuove tecnologie è un cyborg, immediatamente in rete. Connesso al mondo, in una forma che non è certo quella olistica e di Gaia, bensì quella dello strumento produttivo, il cervello diviene – continua Raparelli – capitale fisso, mezzo di produzione, che si attua nella forma affettiva e/o linguistica. Conseguenza diretta di questa condizioni è, oltre alla fine del tempo di lavoro che coincide con la vita stessa, la totale precarizzazione della vita, che a questo punto diventa non solo economicamente ma ontologicamente frammentata ed inesistente. Si lavora senza interruzione, gratuitamente, anche perché nulla può ripagare il danno totale che si sta realizzando: la vendita della vita stessa.
“Quando è la soggettività per intero (linguaggio, affetti, relazioni) che viene valorizzata dall’impresa, l’impresa diviene un gas [Deleuze ndr] e la vita di ciascuno viene mobilitata nell’esperienza di lavoro. Il web e il telefonino […] sono esemplificazioni della costante cattura del tempo di lavoro” (Raparelli).
Si introduce qui un termine che ben sottende ciò a cui ci troviamo di fronte: ed è infosfera. Franco Berardi (Bifo) la descrive come uno “spazio saturo di infostimoli [che] eccita costantemente l’organismo cosciente e sensibile, mobilitando l’attenzione, suscitando la reattività automatica, e paralizzando di conseguenza la capacità di immaginazione.”
Il surplus di input, condizione prima della trasformazione del cervello in mezzo di produzione, proviene dalla connessione ad una rete che aliena il lavoratore intellettuale dalla sua originale genialità, impone alla sua anima di produrre, “spossessato della sua stessa essenza” (Bifo), e la costringe ad una stimolazione sterminata.
Questa, secondo Bifo, è l’ultima spiaggia della precarizzazione, la trasformazione definitiva di un processo di trasformazione del lavoro salariato che ha prodotto una forma psicotica di “accelerazione dolorosa del ritmo produttivo” (ib.).
Non siamo protetti in alcun modo, conclude Bifo, come di fronte ad una “apertura all’illimitato”, che non lascia vie di uscita a questa fase storica del rapporto capitale – lavoro.
Certo, come conclude Cristina Morini, “le persone, l’umanità, il valore d’uso, continuano a non essere cose secondarie, nonostante gli sforzi concentrici del capitale”, e le rivoluzioni, i grandi cambiamenti epocali sono sempre fenomeni ambivalenti e molteplici, ma è innegabile, che, oggi, nell’occidente industrializzato, la condizione delle coscienze e delle nostre vite, sia drasticamente limitata nella sua autonomia.

Pubblicato sul blog Precarie Menti

 

Il termine sanscrito “sunyata” viene solitamente tradotto con “nulla” o“vacuità”.

L’uomo digiuno di competenze semantiche extra-occidentali è portato ad effettuare una elementare equivalenza tra il concetto di “sunyata” e quello di nulla come assenza di qualcosa, mancanza e privazione, tutto ciò in senso negativo .

Se assumiamo, come vogliono tanti pensatori fautori della universalità della semantica, l’equivalenza summenzionata, dobbiamo concludere che il pensiero indo-cinese nell’elevare la propria “torre di senso” proprio sulla nozione di “sunyata” abbia costruito una “cattedrale” del nichilismo. Una esaltazione del nulla come “mancanza di”.

Oggi, che sembriamo dimorare nell’epoca delle passioni “vuote”, sembra che il “nulla” abbia dispiegato il suo non senso mortifero.

Il testo integrale dal blog “Sentieri Erranti

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Su Alfabeta 2, n. 2, il professor Carlo Formenti, pubblica un articolo dal titolo: “Lavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale”.

Parte da lontano Formenti in questo articolo. Addirittura dalla nascita di “Quaderni Rossi” (1961). Viene subito da chiedersi come può un’interpretazione – per quanto ardita  – dimostrarsi ancora attuale, tenendo conto della totale e indiscutibile mutazione e innovazione che ha subito il mondo del lavoro da allora ad oggi?
Formenti non ci lascia attendere, e dopo poche righe risponde all’inevitabile quesito, ridefinendo, in contestuale, la sua radicale critica all’operaismo di “Quaderni Rossi”. Dice, infatti: “l’operaismo si è costantemente rifiutato di prendere atto dell’alternanza fra fasi storiche – a fasi di autonomizzazione del lavoro succedono fasi di crisi e ristrutturazione capitalistica, nel corso delle quali nascono nuove modalità di subordinazione del lavoro – ostinandosi a descrivere l’evoluzione della realtà sociale come un movimento «ascensionale», in cui l’iniziativa strategica è costantemente dalla parte del lavoro, mentre il capitale appare costretto a rincorrerne le mosse attraverso risposte tattiche.”
Tradotto significa – nella sostanza – che il capitale non solo non ha bisogno di rincorrere i tentativi di emancipazione della forza lavoro, ma addirittura è in grado di anticiparli e di ristrutturarsi di conseguenza, creando nel tempo modalità assolutamente nuove di subordinazione del lavoro.
In queste poche righe, e con una linearità esemplare, Formenti ha descritto il processo che, all’interno della dialettica capitale – lavoro, ha portato alla nascita ed allo sviluppo dell’odierno precariato.
Formenti riconduce il processo alla nascita delle cosiddette dot-com, ovvero alle origini della net economy. Secondo la sua analisi, negli anni novanta si riproduce lo stesso meccanismo che ha portato alla sconfitta dell’operaismo (e – in senso lato – della lotta operaia) avvenuta alla fine degli anni ’70, con il superamento del concetto di operaio – massa, e l’inizio della diffusione nel mondo del lavoro di un individualismo esasperato che dura ancor oggi.  Eppure, pur riconoscendo quindi un analogo meccanismo di ascesa – crisi – superamento, si evidenzia immediatamente una differenza cruciale tra le due epoche. Questa discrepanza è così importante da generare un nuovo interprete nella dialettica capitale lavoro: ovvero i knowledge workers, che oggi – con i dovuti distinguo – chiamiamo cognitariato, o precariato intellettuale. Costoro – secondo Formenti – avrebbero nella prima fase espansiva della net economy, creato praticamente gratis una rete di conoscenze che è poi diventata la base della net economy stessa fino alla crisi del 2000-2001, che ne ha causato il crollo. Difatti, dice Formenti, i kowledge workers si sono formati “in totale autonomia dal mercato, attraverso forme di cooperazione sociale spontanea e gratuita di cui la comunità degli sviluppatori del software open source costituisce un esempio paradigmatico”.
Ora, questo è un passaggio strutturale del ragionamento di Formenti che merita di essere approfondito, poiché, se è assolutamente vero ciò che lui dice in linea concettuale, questo processo si può applicare solo ad un’élite di poche decine (centinaia) di tecnici di alto livello, che in nessun modo possono essere considerati rappresentativi di chi ha comunque lavorato nel settore informatico cibernetico senza essere un progettista ai massimi livelli. Nei vent’anni seguenti la forza contrattuale di questi lavoratori è stata completamente livellata, anche attraverso i meccanismi dell’indebitamento continuo sulla base di ipotetici guadagni futuri che non sarebbero mai giunti.
Formenti compie un passaggio tutt’altro che scontato nell’analisi economica diffusa, quando individua un legame forte tra la crisi di inizio secolo nella net economy e l’attuale crisi innescata dai subprime. A suo giudizio è stata proprio la necessità di trasformare gli alti redditi – che ormai nessuna ditta poteva più permettersi – in altra forma di reddito, ovvero in finanziamenti a pioggia sul debito privato, che ha provocato, nel medio termine la crisi di un modello di relazioni industriali.
Oggi negli States esistono circa 12 milioni di lavoratori che noi chiameremo “a progetto”, ovvero precari, solo nel settore del Web 2.0, “sottoposti a ritmi di lavoro durissimi (i datori di lavoro utilizzano software di monitoraggio che scattano periodiche «istantanee» del desktop, misurano il tempo di utilizzo di mouse e tastiere e costringono il lavoratore a tenere dei «diari» sul progredire del lavoro), sottopagati (il datore di lavoro può rifiutarsi di pagare se ritiene che gli obiettivi non siano stati raggiunti) e privati di qualsiasi tipo di tutela giuridica e sindacale”.
Ma che cosa comporta questa condizione che fa perno sul web 2.0? In che misura blog, social-network, e le varie piattaforme entrano nella catena di produzione? Si può parlare ancora di lavoro? Tutti noi che spendiamo (dedichiamo) tempo ed energie alla/nella rete, in che misura lavoriamo? E quindi, come si traduce il rapporto capitale lavoro?
Sappiamo bene, per esperienza diretta, quanto il lavoro intellettuale assolutamente gratuito sia diffuso in rete e questo aspetto dell’analisi, che Formenti accenna solo, va ben al di là dei lavoratori effettivamente impiegati nel settore informatico.
Il passaggio è cruciale, poiché si trascende la forma lavoro classica (dove per forma lavoro si intende l’espressione specifica e storicamente determinata assunta dai rapporti di produzione),  per scoprire che – sulla scia di Baudrillard e – in parte – dei Situazionisti – è la vita intera che diventa produzione, che è prodotta (in quanto bene) e produce beni, anche immateriali, come nel caso della conoscenza.
A partire dalla fine della distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero, con la scomparsa del secondo, oggi ci accorgiamo che il lavoro in rete, il tentativo di un’autorealizzazione in uno schema radicalmente diverso dal capitalismo anche solo di vent’anni fa, rischia di venire fagocitato da un meccanismo palese: se si è capaci di fermare l’estrazione di valore che il capitalismo cognitivo compie, allora la rete può ancora avere un peso nella ricostruzione di un mondo del lavoro liberato, altrimenti si ricade inevitabilmente nell’apparato coercitivo e microfisico di Foucault.
Fortunatamente la rete oggi è ancora talmente fluida che gli spazi per creare dissenso e contropotere sono ampi, ma “non bisogna lasciarsi incantare dalle tesi di autori come Yochai Benkler, Kevin Kelly, Jeremy Rifkin, Clay Shirky e altri che vanno blaterando di terza via, postcapitalismo, economia del dono, socialismo digitale eccetera”. È vero, come viene sostenuto da questi autori, che oggi (ed in futuro sempre più) è la rete a produrre valore, e che il costo dei mezzi di produzione è nullo, dato che noi lavoriamo gratis, per far crescere e sviluppare la rete stessa, ma questo – vorrei dire purtroppo – non significa certo quel superamento del lavoro in quanto tale esplicitamente previsto ad esempio da Kevin Kelly.
Stiamo assistendo proprio a una fase di riappropriazione, “la fase storica che stiamo vivendo, al pari di tutte le fasi di crisi e ristrutturazione capitalistica, non è affatto caratterizzata da un accresciuta autonomia del lavoro, bensì da una potente controffensiva capitalistica che, per la prima volta, non si limita a ridimensionare i rapporti di forza del lavoro, ma tenta addirittura di farlo sparire, nella misura in cui riesce a far credere che una serie di attività vitali si stiano «liberando» dal mercato proprio quando quest’ultimo si prepara a colonizzarle” – conclude Formenti, con molta franchezza.
La rete in realtà è ancora uno strumento talmente flessibile ed imprevedibile da poter evitare categorie così rigide e precise, come quelle viste finora. Esiste – per citare un altro testo dello stesso Formenti – ancora un “incanto” della rete, dove questa non si produce, ma si inventa, e dove il caso (caos) gioca ancora una sua componente decisiva.
Per quel che riguarda il rapporto capitale – lavoro nel precariato cognitivo, l’analisi di Formenti è molto precisa, e non vede vie di uscita, nemmeno nel mondo Commons.

Pubblicato su Precarie Menti

Inner space #7

27/09/2010

Scivola / sulla pelle / come foglia d’ortica

percorro sentieri / alti / con affanno

aquile e falchi / volteggiano

chiudo lo sguardo / serro il cuore

le nuvole sotto di me.

Chakra

27/09/2010

Pietre

27/09/2010

Il poliziotto guarda le carte che si allargano sulla scrivania e pensa che è veramente un lavoro del cazzo. Non capisce dove sia il problema. Non c’è nulla di strano. Rapina in gioielleria: chiedono di vedere degli anelli e poi mano alle armi. Tutto videoregistrato. Sacchetto dell’immondizia, due colpi in aria e via. Nessun ferito. Qual è il problema? Solito iter procedurale: domande a chi di solito acquista refurtiva, perquisizioni nei campi rom, ecc.

Riguarda il video: uno dei due rapinatori prende in mano un anello, lo guarda, lo volta, lo infila in tasca. Lo guarda: lo guarda bene.

Il poliziotto esce, cammina verso il bar. La gioielleria è a poche decine di metri. Ci passa davanti. Seduto per terra un mendicante. Gli butta un euro. Lui non lo vede neppure. Vede che allunga una mano dietro di sé. Raccoglie una pietra da terra. Il poliziotto tende i muscoli, pensa che voglia lanciarla contro di lui, ma il clochard, guardandosi intorno, avvicina la mano alle labbra, mette in bocca la pietra e la ingoia.

Il poliziotto corre verso di lui e lo afferra, temendo che muoia soffocato in pochi minuti, ma si accorge con sorpresa che il tipo sta bene, ha ingoiato la pietra molto naturalmente.

Gli parla:

Stai bene?
Certo. Perché?
Hai appena ingoiato una pietra. Le persone non lo fanno di solito, o se lo fanno rischiano di morire.
Non so, amico, a me le pietre piacciono, mangiarle mi fa sentire meglio. Non chiedermi perché, sono solo un mendicante.
Ma non sei mai andato in ospedale?
Una volta che mi ero tagliato, ma mi hanno mandato via, ché puzzavo troppo.

Il poliziotto concorda su questo aspetto, lentamente si alza per scostarsi. Gli chiede ancora se sta bene e quello conferma. Di nuovo.

Nei giorni seguenti, mentre sbriga la pratica per la rapina dal gioielliere, il poliziotto capita più volte su quella via, e rivede spesso il barbone. Ogni volta si ripete la stessa scena: cammina, oppure è seduto, raccoglie un sasso, a volte più grande, a volte piccolo, e lo ingoia, solo, senza nemmeno un sorso d’acqua.

Il poliziotto pensa che il tipo è partito di testa, e che al più presto lo ritroverà cadavere, uno non può andare avanti così per molto. Pensa che forse dovrebbe chiamare un’ambulanza e farlo ricoverare con un TSO. Decide che chiederà al suo superiore.

Il barbone tasta la pietra. Sente se è calda. A volte di più. Altre sono gelide, e allora le mette nelle mutande. Le pietre a volte sono rotte, e allora le deve lisciare. Per molto tempo le sfrega con le mani l’una contro l’altra, e infine non solo sono lisce ma cambiano anche colore. Luccicano. La luce che c’è imprigionata inizia ad uscire. Quelle sono le migliori, è in quel momento che lui le mangia. Sente la luce dentro di sé, e la luce lo guarisce. Il barbone riconosce tutte le pietre. Le vede, anche da lontano, e sente se hanno la luce. Vede il colore, sente il calore e il peso. Le pietre sono antiche quanto la terra. Le pietre sono oneste: non sanno che esisti, per loro stessa natura illuminano e guariscono.

Il poliziotto esce dal bar. È notte fonda. È ubriaco. Il barbone è lì, seduto. C’è qualcosa che non va. Due uomini sono in piedi davanti a lui, uno lo prende a calci.

Il poliziotto si gira e si incammina nella direzione opposta. Di fronte a lui un’auto dei Carabinieri. Vaffanculo, non può andarsene. Se quelli se ne accorgono ha finito di vivere tranquillo. Allora ritorna sui suoi passi, e vede che quelli continuano a menare il barbone. Gli girano i coglioni. Si avvicina.

Allora, avete finito di rompere?

Quelli si girano, hanno davvero due facce di merda, entrambi hanno le lame. Stavano torturando il barbone. Ma di che cazzo si fa la gente? Lo guardano storto e gli dicono:

Sparisci. Tu non hai visto niente e non hai problemi.

Il poliziotto risponde calmo che non vuole storie, che i Carabinieri si stanno avvicinando, che devono solo togliersi dalle palle e mollare il barbone, così nessuno si fa male. Quello sembra che non lo senta nemmeno, estrae un pistolone da film. Insieme al suo compare inizia a sparare verso il poliziotto e i due Carabinieri che sono ormai pochi metri alle sue spalle.

I due volano secchi, come rami spezzati. Il poliziotto si piscia addosso e urla come una scimmia. Spara tutti i colpi della sua pistola d’ordinanza. La vita genera casi, coincidenze fortunate: insomma, li secca. Entrambi.

Con i pantaloni sporchi di merda il poliziotto si avvicina. La gente si affaccia alle finestre. La sbronza gli è passata. Controlla che i morti siano tutti morti, compresi i Carabinieri. Chiama il commissariato e le ambulanze. Chiama anche sua moglie.

Poi cammina verso il barbone. Lo sente rantolare. Si abbassa verso di lui, vede sangue ovunque. Guarda meglio, e poi capisce. Lo hanno sventrato, ha lo stomaco aperto. È ancora vivo, recita strani versi e litanie. Cristo, povero vecchio. Il poliziotto guarda se può fare qualcosa, ma ne dubita. Poi vede che dentro la sacca dello stomaco ci sono le pietre. Le pietre che il vecchio continuava ad ingoiare erano lì, almeno in parte, dentro al suo stomaco. E lì, brillante come l’onestà, luminoso come la purezza, uno splendido diamante è in bella vista, tra le pietre di strada e i ciottoli. Il poliziotto guarda il barbone. Quello accenna un sorriso doloroso, quasi di scusa, e cerca di sussurrargli qualcosa che parla di cura e di onestà.

Il poliziotto non capisce, ma non importa. Il barbone muore davanti a lui. Pochi minuti prima delle ambulanze.

L’assicurazione del gioielliere ammise che in fondo era contenta.

Pubblicato su Scrittori Precari