Violetta Bellocchio, alcuni stralci del nuovo romanzo.

18/03/2010

Su Vice, rivista decisamente interessante nel panorama a volte deprimente delle zine italine, potete leggere il prologo di “Veronica Silva“, il nuovo romanzo di Violetta Bellocchio. Lo scorso anno ero stato profondamente colpito dal suo romanzo d’esordio “Sono io che me ne vado“. Alcuni stralci di questo nuovo lavoro era stato possibile leggerli su Repubblica quest’estate, ed ora Vice pubblica il prologo, in toto. Spero di poter leggere a breve il testo integrale di questo nuovo romanzo, che attendo con impazienza, soprattutto viste le premesse.
Non entro nel merito del prologo che ho trovato assolutamente affascinante, ma vorrei commentare una dichiarazione di Violetta posta come capello al prologo stesso: “Non credo al potere della scrittura autobiografica nemmeno come fonte di catarsi individuale, e non credo che ‘usare quello che si conosce’ ci renda persone migliori in alcun senso. È una storia inventata che deve diventare il più possibile tua, non il contrario. Quindi un personaggio non funziona fino a quando lui o lei non alza gli occhi dalla pagina e si mette in contatto con te. Melinda non ha mai avuto la mia vita, ma mi ha fatto entrare nella sua — ora sono stata in ballo come prossima Bond Girl, per un minuto o due, e so cosa si prova a pattugliare i corridoi di un albergo con la schiena scoperta in pieno inverno.
Usare quello che si conosce, ovvero scrivere di ciò che si conosce è l’imperativo che Stephen King considera – diciamo – il grado zero della scrittura.
Qui si cerca di destrutturare questo principio, ma, ho l’impressione, non certo per aumentare in modo minimalista e postmodern la distanza tra autore ed oggetto letterario, bensì per rivolgersi ad una compartecipazione, una condivisione il più possibile totale della propria vita con quella del personaggio.
Si potrebbe forse dire, ma forse esagero – mi piacerebbe che Violetta mi dicesse qualcosa in merito – che l’autobiografia scompare con il progressivo dileguarsi dell’autore e la sempre maggior definizione dell’opera. Che è un tema totalmente interno al dibattito sul New Italian Epic, tra l’altro. L’autonomia dell’opera e dei personaggi – rispetto alla vita dell’autore è proprio il principio che permette di valutare l’opera, altrimenti radicalmente inficiata dalle troppo comuni bassezze umane. Lasciare che i personaggi prendano vita corpo, autonomia e si impossessino così della vita stessa dell’autore.
Qui mi fermo, aspetto di leggere il romanzo.
Mille auguri ad una grande scrittrice !

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