Io, Hitler

10/09/2009

Ieri, 9 settembre, al Teatro Franco Parenti di Milano, ho avuto il piacere e l’onore di assistere alla rappresentazione di “Io, Hitler”, di Filippo Del Corno, su testo di Giuseppe Genna, regia di Francesco Frongia, orchestra l’Ensemble Sentieri Selvaggi.
Lo spettacolo è superbo, ed è stato premiato da un interminabile applauso del pubblico, che aveva gremito la sala fino all’ultimo posto disponibile.
L’opera realizza una commistione degli elementi visivi, testuali e musicali, che si contrappongono e si affiancano in un crescendo drammatico fino alla deflagrazione finale. Le immagini che scorrono continuamente sullo sfondo della scena trasportano il tutto in un contesto di tipo espressionista, ed in questo contrastano con la decomposizione del linguaggio hitleriano che effettua Genna.
Genna cerca la radice dell’orrore, fruga nella narrazione, nei testi dei discorsi del fuhrer, nella sua retorica, e vi estrai gli elementi portanti, quelli che si reiterano nel tempo.
E questo replicarsi diventa il leitmotiv del testo – il recitato si tramuta in un mantra – fino all’individuazione della dimensione totalmente solipsistica del dittatore, completamente interiorizzato della sua follia. Questo isolamento – formale e sostanziale – viene testimoniata dalla solitudine dell’attore (l’eccellente Fulvio Pepe) che per l’intera opera rimane in scena senza alcuna compagnia, se non appunto quella delle immagini e della musica.
Se espressionismo dell’immagine e decostruzione del testo sono i primi due assi portanti, a questi si affianca la musica, che riprende e rilancia costantemente i temi del testo.
Quanto più questo procede nell’individuazione prima delle frasi e poi delle parole chiave del linguaggio hitleriano, quanto più la musica lo insegue, lo incalza ed infine lo sostituisce nella costruzione di questo ‘ich’. L’io hitleriano, la parola più comune nei suoi discorsi, giunge quindi al finale totalmente decomposto, impazzito, all’apparenza, ridotto ai suoi elementi costitutivi, in una specie di tavola degli elementi psico-linguistica.
L’io si rincorre disperato e qui commuove, ci si riconosce perfino, in questo residuo di umanità, in quest’io che tutto noi scoviamo in fondo all’abisso, perfino Hitler. Frammenti di Ego, incalzati dalla musica, che non perdona, non concede nulla. Ed Hitler ora potrebbe morire, e forse nella storia è proprio ciò che succede, perché muore l’uomo e sorge l’icona, il dittatore.

Io Hitler

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