Io, Sergio, Francesca e la Talpa.

10/07/2009

Non è un trattato sugli insettivori, bensì l’incontro che io e Sergio abbiamo avuto alla Libreria La Talpa di Novara per parlare del suo libro, Ladro di Sogni, e l’ottima cena innaffiata di bonarda che ne è seguita, dove ci ha tenuto compagnia Francesca. La chiacchierata con Sergio è stata piacevole ed interessante: Sergio è un uomo che crede in ciò che scrive e di conseguenza è capace di seguire un dibattito anche se non preindirizzato sui canali selle classiche presentazioni. Questo ci ha permesso di allontanarci dal contesto principale del libro, e di parlare di letteratura (del NIE), della situazione del nostro (martoriato) paese, del ruolo degli scrittori e degli intellettuali, dei conflitti presenti tra e con le cosidette forze dell’ordine. Gli ospiti erano decisamente coinvolti, e nei giorni seguenti sia io che Paolo abbiamo ricevuto più di un commento positivo alla serata. Le solite disgraziate questioni di tempo mi hanno impedito di postare queste note fino ad oggi, quando l’incontro è avvenuto il giorno 24 giugno. La recensione che segue è stata pubblicata su Il recensore.

“Ladro di sogni”: una Milano di periferia e di degrado

Sergio Paoli è al suo primo romanzo propriamente detto, ed alla seconda prova come narratore, dopo l’antologia di racconti Rumori di fondo. Ha 45 anni e può vantarsi di essere stato definito da Giancarlo de Cataldo come “una rivelazione nel panorama del miglior thriller italiano“. Ladro di sogni (Frilli, 2008) è un noir, o meglio, un poliziesco, di quelli che, quando arrivi alla fine, ti ritrovi a rileggere l’inizio, borbottando che allora adesso si capisce perché quell’inizio, e poi quella parte di storia che è lasciata in sospeso.
Ecco, poi i fili si riannodano: tutto torna. O meglio, la storia, la narrazione torna, ma certo non è piacevole l’umore che lascia. Perché Ladro di sogni non è certo un libro per anime belle, non le manda certo a dire, a cominciare dalla citazione pasoliniana in apertura, “io so …” .
Senza dubbio l’ambientazione è il primo elemento che l’autore vuole sottoporre alla nostra attenzione. La periferia milanese, degradata e marginale, tra rom e naziskin, poliziotti e operatori della Caritas. E’ su questo sfondo che si muove il commissario Marini, personaggio ed ‘eroe’ della storia che Sergio Paoli ci racconta. Marini è un poliziotto idealista, allontanato da ogni incarico di vera responsabilità e disprezzato dai colleghi, in seguito alle dichiarazioni che ha rilasciato dopo la mattanza di Genova nel 2001.
Escluso dallo spirito di corpo, Marini si ritrova solo ad affrontare un caso in cui lui potrebbe diventare il capro espiatorio, quello a cui far pagare un insuccesso. Ciò non accade, ed il nostro eroe riesce a schivare la trappola tesagli dai superiori politicamente influenzati, ed in tutto ciò riesce anche a trovare qualcosa che potrebbe diventare un amore. Un successo su tutti i fronti? Certo non è una sconfitta, ed è certo che Sergio Paoli vuole a tutti i costi filtrare un messaggio positivo, di speranza, uno spiraglio di luce tra le nubi.
Altrettanto certo però è che il cielo appare tutt’altro che limpido: vittime che diventano carnefici, vittime che sono e sempre rimarranno tali, la completa assenza di valori civici e sociali dimostrata da quello che una volta si chiamava ‘popolo’, sono elementi di un orizzonte di inevitabile dolore e decadenza, che Paoli non ci illude di poter cambiare attraverso l’impegno o la partecipazione, anche se sono valori che vengono platealmente sottolineati positivamente.
Paoli, nel seguire il comandamento pasoliniano, non vuole certo rimanere sul vago, e fa nomi e cognomi, attaccando direttamente la componente politica, e soprattutto quel fango emotivo, quel torbido in cui lasciamo colpevolmente che la nostra società sguazzi, ed in cui pescano fascismo e xenofobia, espressamente indicati come i colpevoli della realtà in cui ci troviamo a vivere.
L’altro aspetto del romanzo che, forse anche qui inseguendo un percorso pasoliniano, sottolinea delle prese di posizione decise e controcorrente è quello della pedofilia. Così come è senza appello la condanna di fascismo e xenofobia, così la pedofilia viene strappata dal ruolo infamante della cronaca quotidiana per ritornare ad essere ciò che è: una malattia, dove il pedofilo è la prima vittima. Difatti la catena delle morti segue questa spirale di inevitabilità, poiché nata nell’infanzia, nel passato remoto, in un trauma infantile, in un educazione sbagliata e repressiva.
Marini comprende, e umanamente capisce, soprattutto se e quando si vuole fare del pedofilo malato il responsabile anche di ciò che non ha commesso. Siamo sempre nel fango in cui sguazziamo, ma se sul piano politico riconosco un idealismo dell’autore che ancora è riscontrabile, esiste, e fa parte della quotidiana lotta politica di questa italia minuscola, a proposito della lotta alla pedofilia non posso che ammirare il coraggio dimostrato dall’autore nel sostenere posizioni che oggi solo una percentuale minima della popolazione potrebbero dire di condividere.
A questo punto aspettiamo Sergio Paoli alla prossima prova narrativa, con o senza il commissario Marini (che potrebbe diventare un bel personaggio seriale), dove vedremo se il sacro fuoco dell’agone sociale continuerà ad ardere con il vigore qui mostrato o se invece il proseguo della narrazione lo porterà verso lidi meno diretti.
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