Valzer con Bashir

16/05/2009

Si tratta di una graphic novel, una trascrizione bidimensionale dell’omonimo film, e, come molti (troppi, ma bisogna rifletterci) libri di questi anni è un testo sulla memoria. Duplice è il cammino che si può intraprendere: da un lato seguire il tracciato nella storia che il testo ci rammenta, e quindi reiterare parole ed opere su Chabra e Shatila, su Israele, l’OLP e la Palestina, sul Libano, Bechir e Pierre Gemayel, ed anche sulla scordata Tall el Zaatar (di sei anni prima); oppure comprendere – ed è almeno altrettanto utile – perché è necessario questo continuo riesumare, riportare alla luce, disvelare, un rivivere che si compie ciclicamente sugli eventi del tempo. Alle origini era il Mito forma e sostanza della narrazione stessa, poi è stato il tempo della Storia, della scrittura e della potenza dei vincitori (che appunto “fanno la storia, fanno la guerra”), oggi che anche la Storia è finita, rimane solo la replica, la recitazione compulsiva, la recitazione mantrica, ovvero la masticazione, il ruminare, attraverso cui, nel loro eterno ritorno, gli eventi diventano simboli, icone, traslitterazioni di realtà.
Da Auschwitz a Beslan questo è il destino del massacro nel tempo della idolatria.
Era meglio il marchio di Caino.

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