Alcune note circa la pirateria nel golfo di Aden

08/05/2009

Si susseguono quasi giornalmente le notizie di assalti e/o sequestri di navi, sia cargo che da crociera, sulle rotte al largo del Corno d’Africa e nel golfo di Aden. Vi è molta disinformazione e carenza di precisione intorno a questo tema. E’ importante stabilire alcuni punti fermi, che ci servono a fare chiarezza. Per cominciare un po’ di storia. Dopo la caduta del regime di Siad Barre, la Somalia è velocemente decaduta in una situazione di assenza di governo centrale. Attenzione: non ho detto di assenza di governo, bensì di governo centrale, ufficiale agli occhi del resto del mondo. In Somalia ha sempre funzionato un’amministrazione di tipo tribale che, legandosi a volte all’Etiopia, a volte ai Rais delle zone desertiche ai confini con il Kenia, a volte con i radicali musulmani (più o meno fiancheggiati da Al-Quaeda), hanno mantenuto – sostanzialmente – uno status quo che dura da quasi vent’anni, ed ha sconfitto tutti coloro (americani compresi) che hanno provato a interagire con quella realtà. Di fatto cosa sta succedendo: nel corso di questi primi mesi del 2009 sono avvenuti più di 60 attacchi, contro i 6 dello scorso anno. Gli attacchi si sono quindi decuplicati. E’ importante sottolineare che fino all’anno scorso l’area marittima con il maggior numero di attacchi di pirati era quella tra la Malesia e l’Indonesia, in quello stretto braccio di mare dove vi è un enorme traffico di navi da carico da e per la Cina (ed in generale per il sud-est asiatico). Ora però il traffico in quel braccio di mare è ridotto ai minimi termini. Come ci ricorda Debora Billi nel suo blog Petrolio, il Baltic Dry Index, che è il dato di riferimento per i trasporti via mare, è crollato ai minimi storici, dato che nessuno trasporta più nulla, dati i drammatici costi, e di conseguenza, oltre ai magazzini dei porti colmi di merci invendute e di containers inservibili, le navi oggi non viaggiano quasi più, se non per pochi e specifici motivi, che rendono conveniente la cosa (qui trovate tutti i grafici e le tabelle utili). Le merci che rendono conveniente far transitare navi oggi sono sostanzialmente i rifiuti tossici e gli esseri umani. Non voglio certo sostenere che tutte le navi in circolazione oggi si occupano di traffici illegali, è però un fatto che la crisi drammatica in cui versa il trasporto marittimo costringe molti piccoli armatori, ed anche molte capitanerie, a evitare controlli e indagini che in altri momenti avrebbero potuto portare a risultati. Inchieste che raccontano questi fatti ve ne sono molteplici, a partire da “I fantasmi di Portopalo” di Govanni Maria Bellu fino ai recenti “Navi a perdere” di Lucarelli e “Fabbriche galleggianti” di Devi Sacchetto. Ciò che emerge è una sempre più diffusa impossibilità di controllare nei fatti ciò che viaggia sul mare. Gli oceani sono diventati una vera e propria terra di nessuno, come sostiene William Langewiesche, i marinai sono quasi sempre personale reclutato tra chi non ha più nulla da perdere, le navi cambiano bandiera ogni porto e le regole della navigazione esistono solo sulla carta. Ma cos’ha a che fare tutto ciò con i pirati del Corno d’Africa? L’argomento va affrontato da due aspetti. Prima di tutto è doveroso ricordare, come già fa Lucarelli nel testo citato, che i giornalisti Ilaria Alpi e Milan Hrovatin molto probabilmente sono morti perché indagavano sullo smaltimento illegale di rifiuti tossici, e quindi non vi sarebbe nulla di sorprendente nello scoprire che oggi fazioni di quelle bande, in eterno contrasto le une alle altre, siano anche disposte ad assaltare navi che potrebbero trasportare materiale pericoloso. Inoltre noi occidentali siamo abituati a considerare questi popoli come un’unica entità, sempre traditi dall’abitudine plurisecolare allo stato centralizzato, ma dobbiamo ragionare in termini di clan. Il Puntland, è dal 1988 che, nella sostanza è uno stato autonomo, con una bandiera, una capitale, un presidente, e dove la guerra è piuttosto lontana. Il Puntland è il territorio da dove sono partiti i battelli che hanno assalito la Buccaneer, la nave armata dalla Micoperi di Ravenna, che formalmente viaggiava vuota, con equipaggio anche italiano, e per cui, dopo che sono scaduti svariati ultimatum, proprio qualche giorno or sono è stato chiesto un riscatto di 30 milioni di dollari. Ora, un alto funzionario del Puntland ha dichiarato, esplicitamente, che “una cosa deve essere chiara: questi del Puntland non sono pirati, non sono criminali, sono pescatori esasperati dalla pesca di frodo e dalla discarica continua di rifiuti tossici sulle nostre coste”. Ora, non siamo delle anime belle, e sono certo che – insieme a dei cittadini ambientalisti – tra i guerriglieri del Puntland, c’è anche qualcuno che cerca solo di arricchirsi, e soprattutto, vista l’escalation degli assalti, è difficile non chiedersi il mai dimenticato Qui Prodest? Certo Al – Quaeda ha tutti i vantaggi a destabilizzare la zona, creando così un focolaio di tensione che allontani le attenzioni americane ed europee dall’Afghanistan e dal Pakistan, ma purtroppo è molto probabile che non abbiano fatto fatica a costruire un sentimento anti occidentale, vista la fertilità del terreno. Il fatto stesso che – almeno ufficialmente – Roma a tutt’oggi si rifiuta di contattare direttamente i funzionari del Puntland, rivolgendosi invece a degli impotenti uomini di Mogadiscio, parla ancora una volta a sfavore della nostra capacità di instaurare delle relazioni diplomatiche paritarie. Ciò che l’Africa vede (e che vedono gli afghani, e che vedono i libanesi) è una potenza militare che cerca di aggredire alla fonte le carovane dei moderni schiavisti, da un lato (su questo aspetto non posso non ricordare le importanti inchieste di Fabrizio Gatti e Stefano Liberti) dall’altro liberarsi delle proprie scorie, possibilmente al minor costo possibile, per noi.

Pubblicato su “Periodico Italiano“.

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